LUIGI BARZINI.
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LA MET DEL MONDO VISTA DA UN'AUTOMOBILE.
DA PECHINO A PARIGI IN SESSANTA GIORNI.
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Parte 3.
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1908. Ulrico Hoepli Editore e Libraio della Real Casa, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Paolo Alberti e Paolo Oliva per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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Indice di questa parte.
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CAPITOLO 15. NEL BACINO DEL JENISSEI.
CAPITOLO 16. TOMSK LA DOTTA.
CAPITOLO 17. SULLA STEPPA.
CAPITOLO 18. GLI URALI.
CAPITOLO 19. DAL KAMA AL VOLGA.
CAPITOLO 20. DAL VOLGA ALLA MOSKWA.
CAPITOLO 21. LASCIANDO LA RUSSIA.
CAPITOLO 22. AVVICINANDO LA MTA.
CAPITOLO 23. PARIGI.
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APPENDICE.
LA FAMIGLIA BORGHESE.
L'AUTOMOBILE.
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FINE Indice.
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CAPITOLO 15. NEL BACINO DEL JENISSEI.
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Nella "Taiga". Kansk. La ruota incatenata. Krasnojarsk. La potenza di due documenti. Il passaggio del Kemtschug. Atschinsk. Un affondamento.
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Nischne-Udinsk non  che un grosso villaggio sulle rive del Tschuna - uno dei tanti confluenti dell'Angara-. Attraversammo alle quattro del mattino le sue strade  fangose, mettendo in fuga pacifiche famiglie di maiali che dormivano allungati nelle pozze d'acqua presso alle pareti delle case. Qualche abitante mattiniero si affacci al rumore e ci guard con aria assonnata e diffidente. L'automobile era preceduta da un tarantas della polizia, montato da un ufficiale e condotto da un gendarme, per mostrarci la strada di Kansk - lontana 275 chilometri. Ad un passaggio a livello della ferrovia il tarantas si ferm: 
- Non c' pi da sbagliarsi - esclam l'ufficiale - seguite questo sentiero. Do svidania!
- Do svidania! Spasibo! - "Addio! Grazie!" - gridammo.
E l'automobile affrett l'andatura gettandosi verso la nuova mta. Correvamo in una nebbia folta e gelida che ci bagnava il viso e copriva di rugiada le nostre pellicce. Per qualche tempo sperammo che il sole riuscisse a dissiparla. Ci appariva il sole, a momenti, pallido pallido, e gli gridavamo parole di incoraggiamento.
- Forza, amico! Forza adesso!
Non so perch, in quello stato atmosferico vedevamo una specie di lotta fra il sole e la nebbia. Ora aveva il sopravvento l'una, ed ora l'altro. Noi, naturalmente, prendevamo partito per il sole. Ettore lo compassionava:
- Poveretto, fa quello che pu!
Ma il sole fu ignominiosamente battuto. Fugg, e non lo vedemmo pi. La nebbia si sollev per ricadere in forma di pioggia; e per tutto il giorno fummo tormentati dall'acqua, dal vento, dal freddo e dal fango. Le strade non erano pi cos buone come vicino ad Irkutsk. Fummo costretti qualche volta a deviare sull'erba dei prati per evitare delle buche, o delle pozze profonde, o dei fanghi sospetti. Non incontravamo pi nessuno. La regione si faceva sempre pi deserta. I campi e i prati cedevano il posto agli alberi. Entravamo nel regno della taiga, la sterminata foresta siberiana. Alle nove del mattino gi correvamo nella sua tetra penombra.
La strada  un taglio attraverso la selva. Gli uomini si sono aperti un passaggio, ma per lunghi tratti, a destra e a sinistra, la foresta  impenetrata. Le regioni della taiga arrivano dalle praterie alle tundre; sono vaste come un impero; sulla pi gran parte di questo mondo di giganti verdi l'umanit ha potuto conquistare faticosamente il solo diritto di transito. Correvamo per decine e decine di chilometri in mezzo alla imponente moltitudine oscura degli abeti, dei pini secolari, delle betulle dal tronco bianco. Valicando le alture dominavamo talvolta l'infinita distesa dei boschi. Penetrava in noi il penoso senso della solitudine. Una solitudine opprimente perch limitata da quella immensa barriera d'ombre che ci fiancheggiava, resa pi fosca e paurosa dalla luce crepuscolare che scendeva dal cielo burrascoso. Quel gran popolo d'alberi pareva avesse una vita, una non so quale apparenza ostile, un silenzioso atteggiamento di difesa, una volont di chiuderci, di trattenerci; nei giri della strada sembrava sempre che le piante si rinserrassero avanti e dietro di noi, che avanzassero insensibilmente a barrarci il cammino e tagliarci ogni scampo; si sarebbe detto che si muovessero quando noi non le guardavamo; ad ogni momento la via spariva nel folto e pareva sopraffatta e finita. I tronchi dei pini, rossastri, eretti, altissimi, avevano la maest di colonne. Folti arbusti selvaggiamente intrecciati, invadenti i bordi della strada, formavano lunghe siepi impenetrabili, che sembravano voler custodire la vergine maest della selva. Ad un certo punto, sorpreso dal rapido sopraggiungere dell'automobile, un grosso lupo attravers correndo il sentiero: noi turbavamo la vita primordiale della taiga.
Qualche volta il bosco si diradava, trovavamo delle radure, poi dei prati, e, nelle avvallature, villaggi solitar che vivono nella foresta e della foresta, circondati da enormi cataste di legname destinato forse alla ferrovia. Erano piccoli villaggi dall'aria felice, soddisfatti d'ignorare il mondo, di essere tutto il proprio mondo, abitati da biondi boscaiuoli dalle forme atletiche. Questi uomini sono gli amici e i nemici della taiga, l'amano e la combattono, atterrano le sue schiere gigantesche e credono alle pi poetiche leggende della foresta, gli alberi sono i loro compagni e le loro vittime. Vicino alle isbe, con le stanghe sollevate come due braccia, si allineano i carri enormi che servono al trasporto dei tronchi, e tutto intorno pascolano cavalli che l'automobile spaventava e faceva fuggire avanti a noi in lunghe galoppate.
Una sorpresa ci aspettava. Improvvisamente abbiamo scorto fra i rami i pali del telegrafo, e poco dopo ci siamo trovati vicino alla ferrovia. Un lungo sibilo ha echeggiato, e un treno ci ha raggiunti spandendo il suo ansimare alacre. Durante qualche minuto abbiamo corso fianco a fianco con quel convoglio. Dai finestrini i viaggiatori ci salutavano e ci gridavano "addio". Ma presto il nostro sentiero ci ha discostati dalla strada ferrata, e ci siamo ritrovati ancora in una quiete primitiva.  stato per noi come un fuggevole congiungimento con il mondo in mezzo a selvagge solitudini; l'umanit era venuta a gettarci un breve grido d'incoraggiamento nel vasto silenzio della foresta.
Nel pomeriggio  scoppiato un temporale violento. Schiantavano i fulmini, e il tuono rimbombava continuo da vallata a vallata. La strada ruscellava d'acqua, e la pioggia dirotta velava ogni cosa. Presso al villaggio di Taitisk attraversammo con un battello il fiume Birussa, confluente del Tschuna da noi passato al mattino a Nischne-Udinsk, impetuoso, gonfio e torbido come un gran torrente. Il temporale s'era calmato, ma alcune ore dopo, quando scendevamo nella valle del Kan, un'altra tempesta ci sopraffece. Attraversammo il Kan, sopra un battello grande come quello della Selenga a Verkhne-Udinsk, mentre ancora si scatenava quel nuovo furibondo temporale in mezzo al livido bagliore dei lampi.
Nel Kan trovavamo il primo fiume che si getta nel Jenissei. Avevamo definitivamente lasciato il bacino dell'Angara per quello del Jenissei. Entravamo nella Siberia centrate. Kansk, sulla riva del Kan, ci si mostrava come una grande citt. Era un'apparenza di grandiosit derivante da due cose: dalla bruma che rendeva vaghi ed allargava i profili delle cose, e dalla presenza sulla riva del fiume di uno stabilimento industriale. Un giovane, all'aspetto studente, che aveva preso posto con noi sul battello, e che ci aveva salutati, cap alla parola "fabbrica" che parlavamo di quell'opificio dalle alte ciminiere, si volse e disse:
- No. Non  una fabbrica.
- E che cosa ?
- Meglio sarebbe per Kansk che non esistesse. Impoverisce il paese invece di arricchirlo.  una rovina.  la rovina della Russia.
- Che cosa ?
- Una distilleria governativa della vodka.
Eravamo bagnati come se avessimo attraversato il fiume a nuoto. Trovammo le strade del paese allagate e deserte; qualche rara iswoshchik passava diguazzando. Alloggiammo in un vecchio albergo di legno, il migliore, dove ci portarono la benzina e l'olio arrivati per noi. L'albergo non aveva altri inquilini, e nelle sue camere faceva il freddo dei luoghi disabitati; ma la sala da bigliardo, al pianterreno, era piena di ufficiali, di grida e di fumo. E nella notte, in mezzo al vasto gocciolo della pioggia, ci giungeva confusamente il vociare dei giuocatori e il cozzo delle biglie.
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Alle tre del mattino eravamo in piedi. Volevamo giungere di buon'ora a Krasnojarsk, lontana 230 chilometri. Poco prima della partenza venne un ufficiale della polizia ad offrirci la scorta di due soldati armati.
-  impossibile - osserv Borghese - non potrebbero seguirci.
- Portateli sull'automobile - consigli l'ufficiale.
- Non c' posto che per noi tre.
- Abbiamo notizie della presenza di banditi nella foresta. Tempo fa i rivoluzionari assalirono una caserma di sorpresa, a Krasnojarsk, s'impadronirono di armi e munizioni e aprirono le porte della prigione. Nella prigione v'erano settanta criminali che evasero tutti. Di essi soltanto trenta sono stati ripresi.
- E gli altri quaranta?
- Gli altri quaranta, divisi in piccole bande, scorazzano nella regione del Jenissei. Sono segnalati continuamente, ora qu ora l, ma noi non abbiamo forza disponibile per dar loro la caccia. Essi spesso svaligiano le vetture sul "trakt", nella foresta. Fortunatamente ora c' la ferrovia; e a quei pochi che debbono passare di l, se sono persone di riguardo concediamo una scorta.
Fermare un'automobile  un po' difficile, specialmente per chi non l'ha mai vista. Soltanto una panna avrebbe potuto tradirci. Del resto non v'era modo di allocare dei soldati con noi e non intendevamo, per un ipotetico timore di banditi, impiegare sette giorni per arrivare a Krasnojarsk con la scorta a piedi. In fatto di banditi poi, non avevamo sentito parlare d'altro da Missowaja in qua, e eravamo un po' scettici intorno a questo genere di pericoli della strada maestra. La scorta fu dunque rifiutata. L'ufficiale fece un gesto come per dire: Sia fatta la vostra volont.
In compenso chiedemmo d'essere guidati, come a Nischne-Udinsk, fuori della citt, sulla giusta via. Non  cos difficile arrivare in una citt come venirne via. L'ufficiale, cortesemente mont in una iswoshchik, diede un ordine al cocchiere che part al gran trotto; e noi lo seguimmo.
Fuori della citt l'ufficiale ci lasci dicendoci:
- State in guardia!
Quel 6 di Luglio fu una delle peggiori giornate del nostro viaggio.
Fummo perseguitati da una pioggia continua, torrenziale, da un vero diluvio che allagava le strade della pianura e scavava e solcava quelle della collina. Era impossibile andare con una certa velocit, sia pure modesta per una 40 HP. L'automobile scivolava, deviava sul fango viscido, le ruote motrici cessavano a tratti di "far presa" e giravano folli turbinando, urlando, gettando in aria fango e acqua.  impossibile dare un'idea della strada siberiana sotto una tal pioggia. Nei villaggi, dove il calpesto delle mandrie scava e sconvolge il terreno, la melma  profonda e molle. Le ruote vi sparivano fino ai mozzi, e la fanghiglia schizzava intorno a ventaglio. Su vaste estensioni di territorio trovavamo la cos detta "terra nera", che  certamente la pi fertile delle terre del mondo, ma anche la pi ostile all'automobilismo. La terra nera  formata dalla millenaria macerazione di erbe,  una specie di torba, un ex-pantano che sotto alla pioggia ritorna pantano. Essa  satura di principi organici, saponosa, sottile; quando  bagnata, nulla di pi difficile del camminarvi in perfetto equilibrio. L'automobile vi si fermava, e dava segni d'una deplorevole disobbedienza al volante: si girava, si gettava dalle parti - e spesso stentavamo a fermarla proprio sull'orlo dei fossati.
Non eravamo molto lontani da Kainsk, quando c'imbattemmo in una piccola salita coperta della terra nera. Per pi di un'ora tentammo di superarla, provando tutti i sistemi che la pratica ci aveva insegnato. Fu impossibile. Stanchi ed esasperati decidemmo di tornare indietro. A qualche versta da l v'era un passaggio a livello della ferrovia, con una casetta da cantoniere. Domandammo ricovero al cantoniere, e lasciammo la macchina sulla strada. Non c'era altro da fare. Bisognava aspettare che cessasse di piovere e che la strada si prosciugasse.
La moglie del cantoniere accese il samovar, noi attaccammo le pellicce e le impermeabili intorno alla stufa calda, e ci sedemmo nella piccola camera, accigliati e silenziosi come dei condannati. 
Da quando eravamo entrati nella Siberia avevamo avuto un solo giorno di tempo buono, e quel giorno eravamo cascati da un ponte. Non v'era contro di noi qualche cosa che somigliava ad una persecuzione? Gettavamo ogni tanto un'occhiata fuori della finestra. Pioveva sempre. Il cielo era buio e basso. Non era questione di ore. Era questione di giorni. Forse di settimane.
Arriv mezzod. Il cantoniere infil il cappotto, si mise il berretto, stacc dal muro l'asta dei segnali, ed usc fuori. Sua moglie corse a chiudere i cancelli del passaggio a livello, e poco dopo un lungo treno pass velocemente facendo fremere i vetri della finestra e sussultare la casa. Veniva da Kainsk. Il guardiano rientr, si tolse cappotto e berretto, caric la pipa, e ci disse:
- Il tempo non cambia.
- Ma  sempre cos l'estate in Siberia? - gli chiedemmo.
- A memoria d'uomo non s' vista un'estate cos. Da due mesi piove quasi continuamente. Mai di luglio s' avuto tanto freddo e tanta acqua. I lavori campestri sono impossibili. Nel governatorato di Jenisseisk molti raccolti sono perduti. Avremo un inverno di fame in questa parte della Siberia!
Non potevamo restare indefinitivamente a veder passare dei treni e a fumare sigarette vicino ad una stufa. Dovevamo pure trovare qualche mezzo per superare quella maledetta terra nera; un modo ingegnoso per impedire alle ruote di scivolare. Il problema era tutto l. Con quelle strade ci sarebbero volute delle ruote dentate. Ettore usc fuori e si mise a lavorare intorno alla macchina. Doveva avere qualche progetto. Era l'uomo dalle risorse. Lo vedemmo infatti prendere le catene dei paranchi, e attorcigliarle intorno alla gomma della ruota motrice sinistra. L'idea era genialissima, e l'applaudimmo.
- Proviamo, adesso! - esclam il bravo meccanico riabbassando al suolo la ruota incatenata che aveva sollevato con la binda.
- Proviamo!
Balzammo sui nostri sedili, e via. Pochi minuti dopo eravamo in vista del nemico. L'automobile attacc velocemente la salita che ci aveva tante volte respinti. Verso la met la macchina ebbe un istante d'incertezza. Ma fu un istante; la catena raspava il suolo come un artiglio, arrivava al duro, si aggrampava palmo a palmo. Giungemmo in cima, e non ci fermammo pi. Per dovemmo sopportare con pazienza e rassegnazione un grave inconveniente: la catena raccoglieva una straordinaria quantit di fango e la gettava sull'automobile e su noi: tutto ne fu ricoperto. Potevamo a stento tenere gli occhi dischiusi. E nei villaggi erano pezzi di legno, ramoscelli intrisi di mota, sassi, che le catene scavando ci buttavano addosso. Ma camminavamo. Non avevamo pi paura di guadare nel fango. La pioggia spinta da un vento gelido, violento, pungente, ci batteva sul viso.
Per molte decine di chilometri la strada ci ricondusse nella taiga. Dal cielo buio le nuvole basse spesso si abbandonavano su di noi, circondandoci d'una nebbia strana nella quale gli alberi della foresta assumevano bizzarre forme spettrali. Le masse degli abeti disegnavano oscuri profili fantastici, pieni di punte erette arieggianti a cuspidi e a pinnacoli, profili di tenebrose citt gotiche. Non potemmo mai vedere l'orizzonte chiaro. Tutto era indefinito e pallido intorno a noi. Ci rimase delle regioni attraversate una confusione di ricordi imprecisi, come di cose sognate. Rammentavamo nettamente solo l'impetuoso scrosciare dei burroni, il fruscio della pioggia sugli alberi, il ruscellare dei fossetti ai lati della strada, tutta una memoria di acque cadenti e scorrenti. I torrentelli erano gonfi e torbidi, i fiumi erano in piena. Ma trovammo per tutto dei ponti. Uno ne attraversammo sulla Kizbna, presso al villaggio di Kiebfska, un lungo ponte il quale tremava tutto sotto l'urto della corrente impetuosa che assaliva i piloni.
Nella foresta, dopo ore e ore di solitudine, improvvisamente vedemmo fermi sulla strada tre uomini armati di fucile. Erano vestiti da mujik.
- Che siano i famosi banditi? - esclamammo scorgendoli.
- O dei semplici cacciatori di contrabbando?
Cacciatori o banditi, noi apprestammo la Mauser vigilando ogni loro movimento. I tre uomini ci osservavano immobili. Si capiva che erano intensamente meravigliati di un cos strano incontro nel cuore della taiga. Quando fummo a cinquanta passi da loro, non aspettarono pi. Scapparono velocemente fra gli arbusti, dove si fermarono a guardarci con aria esterrefatta. Sembravano cos storditi che avremmo potuto domandar loro la borsa o la vita con perfetto successo.
Durante le nostre brevi fermate eravamo assaliti da nuvoli d'insetti, che ci pungevano fino ad insanguinarci la faccia. Soffrivamo duramente per questo noto flagello siberiano, terribile sopra tutto nella foresta. Gli abitanti per difendersi avvolgono il capo in lunghi veli neri che scendono loro sul petto e sulle spalle. Tutti, uomini, donne, e bambini, indossano nell'estate questo lugubre abbigliamento. Esso d la sinistra impressione d'una gramaglia, di un perenne segno di lutto portato da un popolo intero.
Erano le sei quando uscendo dai boschi vedemmo nella lontananza velata biancheggiare un gran fiume: il Jenissei. Un'ora dopo arrivavamo sulla sua riva destra, di fronte ai campanili ed alle cupole azzurre di Krasnojarsk. Fiume magnifico, fra rive alte e verdi, ampio, veloce - quasi frettoloso di rifarsi della lunga immobilit invernale - solcato da battelli e da vapori, tagliato dalle leggere e singolari piroghe indigene fatte d'un sol tronco di albero scavato. Avanti alla citt il Jenissei si divide in due rami, che abbiamo attraversati su grandi e solide barche. Degli ufficiali di polizia ci aspettavano, e ci condussero ad un albergo per vie quasi deserte. Krasnojarsk riposava nel perpetuo chiarore della notte siberiana.
Ci siamo fermati una giornata intera a Krasnojarsk, una tediosa domenica che abbiamo trascorso nell'albergo perch di fuori pioveva, i negozi erano chiusi, le strade silenziose, e la citt aveva un'aria desolata come se la popolazione fosse fuggita sotto la minaccia di qualche ignoto pericolo. Scendevamo nella corte, ogni tanto, a dare un'occhiata all'automobile che subiva la "gran ripulitura". Ne aveva bisogno; il fango era penetrato in tanta quantit nei buchetti del radiatore, da impedire la libera respirazione di questo polmone del motore. E al fango attribuivamo l'incidente del freno riscaldato, incidente che ci aveva fermati anche nell'ultima tappa. Grazie alla polizia ritrovammo a Krasnojarsk come nelle altre citt, il nostro deposito di combustibile e lubrificanti. Era sempre la polizia che s'incaricava di scovarcelo e di farcelo consegnare, di giorno o di notte.
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Intorno all'automobile non mancava mai del pubblico, un pubblico scelto di funzionari e di ufficiali, perch la corte era inaccessibile alla folla. Nel pubblico trovammo, non senza meraviglia, degl'inglesi, con i quali annodammo i pi affabili rapporti per un senso di affinit occidentale. Erano ingegneri trapiantati in Siberia dal pi affascinante dei lavori: l'estrazione dell'oro. A Krasnojarsk si sente parlare d'oro come in California.
Pare che sotto alle ricche coltri di terre fertili, la Siberia nasconda ben altre ricchezze. Nel bacino della Lena, del Jenissei, dell'Amar, e di tanti fiumi minori, abbonda l'oro. Per la produzione dell'oro la Siberia viene soltanto dopo gli Stati Uniti, l'Australia e il Transvaal. E non si  arrivati ancora a sfruttarne i filoni. Con mezzi primitivi si raccolgono e si lavano le sabbie aurifere dei depositi alluvionali. Ma da alcuni anni s'impiantano sistemi di lavorazione razionale. La ferrovia ha reso possibile il trasporto dei complicati macchinari delle moderne miniere. Per le macchine, per gl'ingegneri, per la direzione dei lavori, si  ricorso all'Inghilterra come ad un paese di maestri in fatto di estrazione d'oro. Al di fuori dell'oro, Krasnojarsk ha una storia a s di rapporti diretti con gl'inglesi, una storia singolare che per poco non ha dato a Krasnojarsk l'illusione di divenire un porto di mare.
Un navigatore inglese, di nome Wiggins, ebbe l'ardita idea di profittare delle poche settimane - sei o sette - nelle quali il Mar del Nord  libero di ghiacci, per passare lo stretto di Kara e penetrare nell'estuario del Jenissei, cercando una nuova via commerciale per la Siberia. Nel 1874 egli tent l'esperienza con una nave di nome Diana, e riusc. Era trovata una fantastica congiunzione navale fra l'Inghilterra e la Siberia. Un'altra prova fu fatta nel 1875, coronata da successo. Nel 1878 l'esperienza fu messa al servizio della pratica, e delle merci furono sbarcate alla foce del Jenissei e dell'Obi. Sette anni dopo si form una compagnia inglese per organizzare regolarmente questa navigazione estiva. Ma, se l'Inghilterra aveva bisogno di smerciare i suoi prodotti, la Siberia non si trovava pronta a riceverli. Gli affari furono cattivi, e la compagnia si sciolse. Un'altra compagnia, fondatasi allo stesso scopo alcuni anni dopo, quando pareva che la Siberia cominciasse a prendere sviluppo e dovesse aver bisogno di ferro e di macchine, dovette rinunziare ai suoi affari: la Siberia non era ancora matura. Ma nel 1895, allorch la ferrovia port in quel vasto continente il primo risveglio dell'industria, si form una terza compagnia inglese, e nell'estate del 1896 non uno ma tre vapori carichi penetrarono nel Jenissei e lo rimontarono fino a Tumkhansk, dove scaricarono le loro mercanzie - e fra esse sette macchine a vapore - che furono rimorchiate in piccoli battelli fino a Krasnojarsk. L'anno dopo i vapori inglesi che si ancorarono a Turukhansk erano sei, ed altri di minore pescaggio entravano nell'Obi. Gli affari questa volta andavano splendidamente. Nel 1898 arriv una nuova flotta commerciale. Ma il Governo russo, che aveva incoraggiato questi tentativi riducendo o sopprimendo i dazi, cess ogni regime di favore, e da allora la navigazione fin. Krasnojarsk non sar pi un porto di mare.
Alla sera l'albergo era in rumore. Vi si svolgeva uno di quei grandi banchetti siberiani che conservano la opulenza di antichi conviti. Dalle cucine i camerieri, in blouse bianca, portavano con le due mani, correndo, enormi piatti fumanti. Ci addormentammo mentre risuonavano per tutto le risate piene, ed alte, dei convitati, e il passo precipitoso dei servi faceva vibrare il pavimento di legno avanti alle nostre porte. Dalla strada veniva di tanto in tanto un cupo rumore di marcia. Passavano grosse pattuglie. Avevamo visto disporre delle sentinelle sui marciapiedi. Si vociferava quella sera di un ammutinamento avvenuto in una caserma. Ma nessuno sapeva nulla di preciso, n si curava di saperlo. Pareva parlassero di queste cose come del tempo....
Due dei nostri amici inglesi, alle quattro della mattina dell'8 Luglio, montati in un'iswoshchik, ci guidarono fuori di Krasnojarsk. Occorre dire che pioveva? A una versta dall'abitato lasciammo le nostre guide con un cordiale good bye!, e ci allontanammo per una strada orribile, su lievi alture erbose, fra le quali scendevamo e salivamo come fa la barca nel cavo e sulla cresta delle onde. E incominci un viaggio che somigliava a quello della vigilia e dell'antivigilia. Attraversavamo prati, foreste, piccole zone coltivate intorno ai villaggi; tutto era bagnato, oscuro, triste. Passavano le ore e passavano i chilometri, lentamente; e i piccoli incidenti del cammino, la comica sorpresa dei mujik, lo spavento dei cavalli, l'arrivo in mezzo a mercati rurali nei quali gettavamo il pi buffo disordine, non riuscivano pi a distrarci, a farci parlare. Eravamo accigliati, e quasi pieni di rancore.
Qualche volta si finisce per provare del vero risentimento verso la fatalit come verso un nemico. Noi ci sentivamo perseguitati, quasi che una volont maligna mettesse gli ostacoli sulla nostra via. Perch non erano ostacoli inevitabili come le montagne di Kalgan, come il corso dell'Iro; no, erano difficolt che potevano non esistere un'ora prima del nostro passaggio, e non esserci pi un'ora dopo. Sembravano disposte una dopo l'altra per stancarci, per ritardarci, per esasperarci. Eravamo nell stagione della siccit abituale, e non cessava di piovere. Quelle strade avrebbero dovuto essere eccellenti, ed erano impassabili; una giornata di sole le avrebbe rese buone, e il sole non veniva. I nostri calcoli, le nostre previsioni, erano sconvolti. Avevamo immaginato di potere andare da Krasnojarsk a Tomsk in un giorno, e avremmo dovuto impiegarne tre, forse quattro. La Siberia dimostrava una specie di ostinazione a non lasciarci passare E noi sentivamo cambiarsi in ostinazione la nostra volont. L'ostinazione non  che volont irritata.
Verso le nove giungemmo in riva ad un fiume, il Kemtschug - un confluente del Tschulym, che alla sua volta  un confluente dell'Obi - presso ad un piccolo villaggio che porta il nome di Grande: "Bolshaja".
Domandammo del battello, il consueto paravieda che traghetta le teleghe.
- Era qui - ci risposero i contadini accorsi intorno a noi - ma la piena lo ha travolto ed affondato.  andato ad affondare mezza versta lontano.
Domandammo se v'era un ponte nelle vicinanze. I paesani traversavano il fiume sopra una debole passerella larga due palmi, sulla quale era gi pericoloso rischiarsi a piedi:
- C'era un ponte - ci risposero - ma la piena lo ha distrutto.
- Vi sar un guado, allora.
- No. Il fiume  profondo pi d'un uomo, nel mezzo, e non si passa a guado.
Progettammo allora di traversare il ponte ferroviario, come avevamo fatto in Transbaikalia.
- Dov' la ferrovia? - chiedemmo.
-  laggi, a dieci verste da qui.
- Vi  una strada per andarvi?
- No.
- Un sentiero?
- No.  tutta foresta, e non vi si passa che a piedi o a cavallo.
Eravamo perplessi. Ecco che un piccolo fiume il Kemtschug ci bloccava completamente. Calcolammo quanto tempo ci sarebbe voluto a costruire una larga e solida zattera: almeno due giorni di lavoro. Tentammo allora un grande mezzo. Facemmo chiamare lo Starosta.
Egli era un vecchio mujik dalla barba bianca vestito di un un armiak di velluto adorno di ricami che gli dava un'aria da bojardo decaduto. Borghese gli present le lettere ufficiali rilasciateci dal Ministro dell'Interno e dal Direttore della Polizia dell'Impero, ingiungenti a tutte le autorit di concederci ogni aiuto e protezione, e gli disse solennemente:
- Leggete!
Disgraziatamente lo Starosta non sapeva leggere, e guardava con gravit quei documenti capovolti. Ma un giovanotto, che portava un berretto militare, glie li tolse e lesse ad alta voce al popolo riunito.
Lo Starosta salut profondamente. Quel che pi aveva impressionato quella brava gente erano il titolo di principe e la qualit di deputato al Parlamento di Borghese.
- Fa parte della Duma d'Italia! - si sentiva ripetere con accento ammirativo.
-  un Kniatz!
- Ha un podorojn del Governo!
-  come un corriere dell'Imperatore!
Lo Starosta domand cosa dovesse fare. Il Principe gli disse che aveva assoluto bisogno di trovarsi prima di sera ad Atschinsk. Doveva quindi traversare al pi presto il fiume. Vi fu una breve discussione fra i mujik, in seguito alla quale il vecchio dichiar, inchinandosi, che sperava di farci traghettare il Kemtschug in qualche ora. Intanto ci invitava ad aspettare nella sua isba, dove la moglie ci offr del th nelle tazze d'onore.
In un momento Bolshaja fu in armi: i contadini armati di asce, di corde, di secchie, di pale, si adunarono in riva al fiume. Noi seguivamo con curiosit da dietro i doppi vetri della finestra quel movimento; la presenza delle secchie c'imbarazzava. Lo Starosta comandava la manovra: presto comprendemmo il suo piano, e perci anche l'uso delle secchie. Si voleva risollevare il battello affondato, del quale emergeva dall'acqua una punta. Degli uomini entrarono nel fiume, legarono il barcone con le corde, e cos fu tratto facilmente vicino alla riva. Poi con le secchie lo vuotarono, rimettendolo a galla. L'operazione dur qualche ora. Rapidamente poi delle tavole e delle travi furono portate sulla sponda, e, con l'abilit straordinaria che hanno i mujik a lavorare il legname, in poco tempo costruirono un solido ponte di approccio.
Quando tutto fu pronto, accorremmo. L'automobile venne afferrata, issata sul battello ormeggiato, e il battello, tratto, sospinto, accompagnato da uomini nell'acqua, incominci la sua traversata. La corda che lo legava era stata gettata sull'altra sponda, dove fu tirata da una lunga squadra d'uomini. Lo sbarco fu facile. L'automobile arriv sulla riva trascinato come un carro trionfale dalla moltitudine grondante d'acqua e di sudore ma contenta del successo.
Dopo avere distribuito un equo compenso ai bravi mujik di Bolshaja, a mezzogiorno riprendevamo il viaggio salutati da cordiali do svidania. La strada poi ha migliorato leggermente. Per alcuni tratti cominciavamo a trovare il terreno della steppa. Alle tre eravamo in vista di Atschinsk, lontana 200 chilometri da Krasnojarsk.
Atschinsk appare improvvisamente, a chi viene dall'est, e sotto l'aspetto il pi pittoresco. Si traversano dei boschetti di betulle, poi la strada discende, e nel declivio, fra gli alberi, si scoprono le cupole e i campanili della citt. E poco dopo le sue casette imbiancate, i cui tetti digradano verso un gran fiume, il Tschulym, al di l del quale sfuma via un'immensa pianura.
Fuori di Atschinsk erano venuti dei cittadini a vederci arrivare. Avevano internato i loro tarantas fra gli alberi, e ci aspettavano sul margine della via. Un ufficiale di polizia ci faceva dei segnali agitando il fazzoletto, e quando ci vide fermi, temendo di non farsi comprendere da noi con la parola, cominci a furia di gesti espressivi a indicare il mangiare, il bere, il dormire, con una mimica che parve divertire molto il pubblico. Invitammo l'ufficiale a prendere posto sull'automobile e a guidarci in quel luogo dove si mangiava, si beveva e si dormiva. Sembr molto meravigliato di sentirsi interpellato in russo.
La voce del nostro arrivo si era sparsa per Atschinsk. La gente si affacciava alle finestre, veniva fuori dalle botteghe. Passammo avanti a degli edifici bassi, muniti di solide inferriate, circondati da sentinelle: erano delle note prigioni. Anche l dentro si era diffusa la grande notizia. I forzati ci aspettavano. Dietro alle inferriate si affollavano le teste rase, una sull'altra da sembrare ammonticchiate; decine di mani si aggrampavano nervosamente alle sbarre; ed anche nell'interno, nella penombra, era uno scintillare di sguardi avidi.
Alloggiammo in una misera stamberga di legno che si dava il titolo di Htel, Era il migliore albergo della citt. Nella notte degli uomini vennero a bussare alla porta. Nessuno apr perch nella gostinitza non c'eravamo che noi: un giovanotto era venuto alla sera tardi, dall'esterno, a portarci il pranzo, poi se n'era riandato. Gli uomini gridarono, volevano entrare ed entrarono, s'introdussero nelle nostre stanze, al lume di una candela, domandandoci imperiosamente da dormire. Erano dei mercanti arrivati chi sa da dove, impellicciati, infangati. Riuscimmo a convincerli di cercare altrove, e si allontanarono vociando. Alle tre del mattino ricomparve da fuori il giovanotto con un samovar acceso per il nostro th. Quell'albergo - se ben ricordo si chiamava Htel d'Europa - aveva certo il pi originale dei servizi. Un servizio esterno. Se non ci avesse condotto l la polizia avremmo potuto credere d'essere caduti in una casa da agguati.
Alle tre e mezza partivamo. La nostra toilette mattutina era presto fatta, poich nelle piccole citt dovevamo dormire vestiti. Soltanto i grandi alberghi, e nelle citt principali, posseggono delle lenzuola. Il viaggiatore siberiano porta con s le coperte, il cuscino e le lenzuola, come porta il samovar, il sacchetto del th e il sacchetto dello zucchero. Quell'uso di portarsi appresso il giaciglio ha un sapore di vita nomade,  qualche cosa forse che rimane dell'attendamento.  vero che tale usanza pu significare semplicemente un'abituale sfiducia nei letti delle gostinitze; e la sfiducia non  assolutamente immeritata. Dicevo dunque che noi dovevamo dormire vestiti, avvolti nelle pellicce, su delle brande nude, con un sacco o la macchina fotografica per cuscino. Ci sfogavamo alla mattina a fare le nostre abluzioni a grand'acqua nei cortili, con sorpresa dei siberiani che usano lavarsi sotto una specie di contagocce, il quale lascia cadere un bicchier d'acqua in mezz'ora. I mujik poi, quando sono in vena di lavarsi il viso, si empiono la bocca d'acqua, per riscaldarla, la risputano un po' alla volta nel cavo delle mani, e si lavano....
Il comandante la polizia, presso il quale avevamo preso il th alla sera, dopo il pranzo, ci aveva avvertiti che, oltre ai soliti banditi, v'era da temere un altro pericolo: i pantani. Dovevamo stare attenti a prendere la strada giusta per Marinsk, dove volevamo pernottare l'indomani, 9 Luglio, e non perderci nei meandri paludosi della pianura del Tschulym. Per evitare questa disgrazia ci offr la guida di un suo luogotenente, il quale ci avrebbe condotti sulla strada sicura. Alla mattina infatti, il luogotenente, in un tarantas attaccato a due splendidi cavalli, ci precedeva.
Il cielo era piovigginoso; faceva freddo. Sotto alla citt attraversammo il Tschulym con uno dei soliti battelli siberiani formato da una piattaforma sorretta da due barche, simile ad una larga zattera, e ci allontanammo per la pianura bassa e erbosa, priva d'alberi, coperta qua e l da giunchi che rivelavano l'acquitrino, infestata da vere nubi d'insetti. Il sentiero era fangoso, ma non difficile. Ci dispiaceva di dover andare lentamente per seguire il tarantas, e stavamo per sorpassare e salutare il barbuto ufficiale che ci guidava, sicuri ai poter bene affrontare i pantani del Tschulym dopo aver trionfato di quelli del Charagol, quando l'automobile si ferm improvvisamente inclinandosi da un lato.
Eravamo affondati, I pantani del Tschulym reclamavano la nostra attenzione.
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CAPITOLO 16. TOMSK LA DOTTA.
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Sulla via di Marinsk. "Dov' la versta? Nel fango. I nostri amici i "mujik". A sbalzi. Scoraggiamento. La "grossa bestia". Affondati nel bosco. Tomsk. Verso Kolywan. L'Obi e le sue paludi. Kolywan.
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L'automobile aveva affondato con le ruote posteriori. Ettore, che stava al volante, osserv in tono di rammarico:
- Se fossi andato pi veloce forse sarei passato!
E, persuaso d'avere torto, voleva disincagliarsi senza aiuti, facendo agire il motore a impeti, a strattoni, ora avanti, ora indietro. Ma le ruote scivolavano, giravano negli alveoli, affondavano di pi; e, a noi che tentavamo di spingere l'automobile, ci gettavano spruzzi di fango nero addosso e sulla faccia. Ne eravamo mascherati.
-  inutile! Ci vuole aiuto. - esclam Borghese.
L'ufficiale fece voltare il tarantas e galopp verso la citt in cerca d'uomini e di travi. Un'ora dopo arrivavano dei gendarmi, dei soldati portati via da qualche corpo di guardia, tutti armati, comandati da un colossale sergente barbuto come uno zappatore napoleonico. Ed arrivarono anche dei barcaiuoli del Tschulym con delle tavole. Ci vollero due lunghe ore perch il valido rinforzo riuscisse a sollevare la macchina e a trarla fuori dal fango.
Quanta gente diversa avevamo visto lavorare all'automobile, spingerla, tirarla, alzarla! Quante lingue avevano espresse le stesse idee nell'ansimo della fatica, quante volont s'erano unite alla nostra! Il gruppo di quei soldati russi dai grossi caratteristici cappotti a cappuccio come tonache di frati, dai tradizionali berretti a piatto, dagli alti e rozzi stivali, con le cartucciere alla cintola, la lunga sciabola al fianco, tutti intenti intorno a quella gran macchina grigia, pronti al comando del gigantesco sergente, attaccati ai raggi delle ruote, quel gruppo aveva l'apparenza d'un quadro di guerra. Faceva pensare ad un qualche episodio di battaglia, al salvataggio d'uno strano cannone.
Attraversammo senza altri incidenti la vasta pianura, ed entrammo in un immenso ondulare di collinette, ora nude, ora boscose. A mano a mano che avanzavamo la strada diventava meno praticabile: tutta buche, solchi, fossi. Essa era abbandonata dalle teleghe e dai carri, che s'erano ricercati altri passaggi, e avevano formato capricciosi e numerosi sentieri scavati a zig-zag attraverso i prati e le boscaglie. Questo significava che era meglio passar per tutto piuttosto che sulla via. I ponti per erano sempre buoni, e alle loro imboccature tutti i sentieri, serpeggiando, correvano a riunirsi per attraversare insieme e separarsi al di l. L'antica strada maestra si  coperta di erbe e di sterpi, e sarebbe quasi sparita, divenuta invisibile, se non si vedessero ancora le tracce dei suoi fossati, e se lungo i suoi bordi non sorgessero sempre, da versta a versta, i caratteristici pali dipinti a fascie spirali bianche, rosse, e nere, e portanti la scritta delle distanze dalle stazioni postali: indicazioni solitarie che nessuno pi legge.
Quei pali ci guidavano. Ci dicevamo sempre:
- Dov' la "versta"?
E se non la trovavamo tornavamo indietro a cercarla. Abbiamo percorso stradicciuole campestri, strisciando fra gli sterpi, lasciando i solchi delle ruote sull'erba. Passavamo dall'una all'altra, per quell'illusione continua dell'uomo la quale fa credere che il posto dove non si  sia sempre migliore. L'invidia probabilmente nasce da questa illusione. Talvolta perdevamo la via, e dovevamo ritornare all'ultimo villaggio a ricercarla. Ci sosteneva sempre la speranza di sbucare da un momento all'altro in quella buona via maestra che tutte le carte topografiche ci promettevano, e che andavamo cercando da duemila chilometri: duemila chilometri di disillusione. Pi la cercavamo, inutilmente, e pi la credevamo vicina; nella grande distanza percorsa senza incontrarla, trovavamo un inconfutabile argomento per dimostrarci la sua prossimit.
Il paesaggio diveniva di un'eguaglianza accasciante, tutto a praterie, con ciuffi di salici e di betulle, e piccoli stagni. Qualche volta il sentiero era fiancheggiato da siepi di fiori gialli: in quei tratti presentava un aspetto fantastico che ci faceva dimenticare e perdonare tutte le noie. In uno di quei punti fioriti avemmo bisogno di fermarci per cambiare una pneumatica; e si adunarono alcuni mujik intorno a noi - che passavano in quel mentre con le loro teleghe. Essi presenziavano con molto interesse l'operazione; palpavano le gomme, discutevano, tornavano a palpare; il gonfiamento per mezzo della pompa fu approvato da loro con espressioni convinte. Ascoltandoli apprendemmo la pi straordinaria opinione sull'automobile, dopo quella del cavallo rinchiuso dei cinesi: un'opinione che trovammo poi, in altre circostanze, essere una delle pi naturali alla mentalit del mujik. Dell'automobile, la cosa che pi colpisce il mujik  la grossezza delle gomme, e nelle gomme egli vede tutto il segreto del moto. Nelle gomme  la forza, la velocit; esse rinserrano la macchina prodigiosa che fa girare le ruote: sono cos grandi per questo. Il cinese  astruso, lo slavo  semplice; uno imagina di pi, l'altro di meno. Il mujik  sempre pi vicino al verosimile; si direbbe che egli intuisca la dinamo.
Ad un certo punto abbiamo scorto un gruppo d'uomini fermi in mezzo alla strada che ci facevano da lontano dei segnali agitando i berretti. Erano contadini, i quali, vedendoci arrivare, correvano ad avvertirci che un ponticello era crollato. Fortunatamente si trattava di un piccolo ponte sopra un fosso, e, con il loro aiuto, adoperando le tavole cadute, potemmo rapidamente costruire una passerella, e proseguire il cammino dopo pochi minuti.
Alle cinque di sera attraversavamo sopra una chiatta, avanti alla citt di Marinsk, il Kija, Con tutte le sue arie da gran fiume il Kija non  che un tributario del Tschet, che  un tributario del Tschulym, che  un tributario dell'Obi. Si trattava proprio di un fiume valvassore; ma era in piena, e ci parve rispettabile. L'altra riva era gremita dalla popolazione. Avanti a tutti il Pristaf, un bel vecchio decorato della croce di S. Andrea, il quale ci accolse e ci salut solennemente, e dopo averci dato il benvenuto, ci preg di andare adagio nell'interno del paese, molto adagio. Borghese lo rassicur: non sarebbero avvenute disgrazie.
- No, no; lo so. - disse il Pristaf con un sorriso cerimonioso. - Vi raccomando di andare adagio soltanto perch i miei amministrati possano ammirarvi con tutto comodo.
La raccomandazione della paterna autorit era affatto inutile, perch le vie di Marinsk si trovavano in tali condizioni da costringerci ad un'andatura processionale e solenne. La folla ci circondava, i ragazzi in prima linea; e tra la folla a piedi trottavano iswoshchik portanti la parte aristocratica della popolazione, e uomini a cavallo. Fummo accompagnati in una Zemstwoskaya Dom, una di quelle case che hanno il dovere di accogliere i funzionari in viaggio nei paesi dove manca l'albergo. La casa era decente, gli ospiti si mostrarono premurosi, il pranzo fu discreto. La polizia rintracci la nostra benzina, e la macchina ebbe rifornimento e riposo sotto un grande hangar attiguo alla casa.
La folla rimase a guardare per qualche ora le nostre finestre aspettando chi sa quale sorpresa, poi si dissip lentamente.
Dalla mattina alle tre e mezza, fino alla sera alle cinque e mezza, cio in 14 ore continue di marcia assidua, avevamo percorso 160 chilometri. Meno di undici chilometri e mezzo all'ora.
 vero che il giorno dopo dovevamo correre anche meno.
Ci alzammo alle due, e partimmo alle tre. Eravamo andati sempre pi anticipando l'ora della partenza per profittare del notturno sereno (perch continuava a far bel tempo alla notte), e della luce perenne. Quel giorno, 10 Luglio, volevamo giungere verso l'una o le due a Tomsk, lontana 237 chilometri, e concederci cos quasi una mezza giornata di riposo. Ma il destino aveva disposto altrimenti, e i suoi decreti,  noto, sono irrevocabili.
La strada cominci per essere discreta e fin con l'essere orribile. Ho detto altrove che non si pu imaginare quanto sia cattiva la strada siberiana sotto la pioggia; e pure, dal punto di vista dell'automobile, v' qualche cosa di peggio: ed  la strada siberiana dopo la pioggia. Mi spiego: Quando piove, il fango  alto ma  molle, fluido; passarvi sopra somiglia al guadare; le ruote vi scivolano, vi scartano, vi pattinano, vi fanno di tutto meno che correre, ma non vi restano afferrate. Quando ha cessato di piovere, e la strada comincia a prosciugarsi, il fango diviene consistente; da viscido si fa vischioso, e l'automobile vi affonda e vi resta presa, tenuta, imprigionata. Affondare  molto pi grave dello scivolare. Noi avevamo classificato gl'incidenti meno piacevoli del viaggio in quattro categorie, per ordine d'importanza: rovesciarsi, affondare, arrenare, e pattinare. L'affondamento era la disgrazia di secondo grado. Su quella strada di Tomsk avemmo non meno di otto disgrazie di secondo grado. Colpa del sole.
Precisamente. Alla mattina salutammo con gioia un cambiamento di tempo. Il vento da ponente gir al settentrione, e poi a levante. Le nuvole che sorgevano all'orizzonte furono lacerate, trascinate via a brandelli bianchi per il cielo sereno, e il sole sorse, splendido, puro, caldo. Verso le cinque il fango gi cominciava a minacciarci. Sentivamo gli sforzi della macchina per non lasciarsi prendere, e non trovavamo altro rimedio preventivo che la velocit. Andavamo a sbalzoni. Ma nell'interno dei villaggi, dov' impossibile correre a causa degl'ingombri, delle tavole messe di traverso, degli animali vagabondi, e dove il fango  profondissimo, affondavamo con una frequenta esasperante, e rimanevamo a lungo impantanati fra le isbe.
A Tomsk, un funzionario degno di fede raccontava a Pietro Leroy-Beaulieu, il noto studioso della Russia contemporanea, di un bue che si era annegato nel fango avanti alla porta di casa all'epoca del disgelo. Cito un'autorit perch il fatto potrebbe sembrare incredibile, mentre non ha proprio nulla di eccessivamente straordinario. Basta attraversare la Siberia per accorgersene. Nel fango dei villaggi annegava la nostra pazienza. Gli abitanti, per formarsi un transito, mettono delle passerelle di tavole lungo le case, dei marciapiedi caratteristici, indispensabili; e per facilitare il passaggio ai veicoli, gettano sulla mota delle fascine, dei rami d'albero, della paglia; ma questi riempiticci, se sostengono il piccolo peso delle carrette siberiane, cedevano completamente sotto la mole dell'automobile. Certe strade, le migliori senza dubbio, hanno tronchi d'albero messi di traverso, gli uni vicino agli altri, una pavimentazione primordiale che trovavamo talvolta anche lontano dai villaggi, sulla quale la nostra povera macchina sussultava e pareva dovesse sfasciarsi ad ogni istante. Nei villaggi, per fortuna, vicino al male trovavamo il rimedio, e il rimedio era la popolazione, sempre benigna verso di noi, volonterosa, pronta ad aiutarci.
Se veramente i mujik fossero quei ladri che si dice, avrebbero potuto tranquillamente svaligiarci cento volte. Noi abbiamo trovato in loro degli amici pieni di bonariet, di abnegazione, di semplicit, intelligenti e infaticabili. Vedendoci a spingere la macchina, s'univano a noi, senza incoraggiamenti, e spingevano. Si chiamavano l'uno con l'altro per darsi man forte. In cinque minuti tutta la popolazione era intorno all'automobile - della quale non si vedeva pi, fra la calca, che la sommit del bagaglio e la bandiera, al disopra d'una confusione di copricapo di pelo, di berretti a piatto, di capigliature bionde. Qualche donna opinava che il nostro carro fosse mosso dal diavolo e si faceva ripetuti segni di croce col pollice sulla radice del naso; ma gli uomini non mostravano d'aver paura del diavolo, specialmente accorgendosi che il diavolo offriva loro il modo di guadagnare qualche rublo.
- Andate, andate! - si sentiva dire da voci piene di buon senso - Se  il demonio che lo muove, perch il demonio non lo tira fuori dal fango?
Gi, perch? L'argomento era persuasivo; e i mujik, anche i pi timidi, arrivavano in massa, diguazzando nella mota con i Stivaloni mastodontici, e spingevano cantando, per aiutarsi nel rude lavoro. Non mancava legname, e quando la forza degli uomini non bastava, comparivano lunghe travi, portate dalla moltitudine come catapulte, e costruivamo con esse le nostre poderose leve che sollevavano la macchina e ci permettevano d'incastrare sassi o ceppi sotto alle ruote. Questi lavori di disincaglio duravano sempre qualche ora. In alcuni villaggi, dopo gli uomini sopraggiungevano le donne; e spesso le fanciulle pi belle, riunite in coro, cantavano in nostro onore, chi sa per quale antica usanza verso gli ospiti, per quale patriarcale e poetica consuetudine.
Lontano dai villaggi, senza speranza d'essere soccorsi prontamente, la nostra posizione era angosciosa. Percorrevamo dei sentieri orribili, che forse sarebbero stati buoni il giorno dopo. Il terreno era tutto fango sconvolto, indurito sui rilievi, molle nelle affossature. Avremmo dovuto andare lentamente per evitare scosse pericolose, e dovevamo invece inoltrare a tutta forza per non affondare. L'automobile spesso cozzava contro ostacoli nascosti, sassi, radici, tronchi sepolti, e oscillava bruscamente, si sollevava, ricadeva di traverso. Dovevamo in certi momenti tenerci ben forte per non essere lanciati sulla via; urtavamo con violenza l'uno contro l'altro. Le molle cedevano, e lo chassis batteva continuamente dei gran colpi secchi sull'asse del differenziale che ci facevano rimbalzare dai sedili. Il bagaglio spezzava le cinghie, le corde, e cadeva; ma non potevamo fermarci finch non eravamo fuori dal mal passo, perch fermarsi significava affondare; e perdevamo degli oggetti. Perdemmo un binocolo, un tub, un astuccio da toilette, e altre cose.
Eravamo storditi, indolenziti; temevamo di udire lo schianto di qualche rottura irreparabile: ci aspettavamo lo spezzarsi delle molle. Tutta l'automobile era talmente ricoperta di fango, che l'aereazione del radiatore s'era fatta impossibile. Il motore costretto ad un intenso lavoro, si riscaldava e mandava vampate ardenti; pareva volesse fondersi. Fra tanta mota non trovavamo acqua per riempire il radiatore che soffiava e gettava buffi di vapore dalla vite di chiusura. Quando quella vite veniva aperta, nella speranza di rinfrescare la circolazione intorno ai cilindri, ne saliva un'altissima colonna d'acqua bollente e fumante, un vero geyser che ci faceva arretrare coprendoci il viso con le braccia. Dovevamo scavare con la pala nel fango, fare delle buche, ed aspettare che vi colasse un po' d'acqua terrosa per raccoglierne un bicchiere alla volta; e con quella fanghiglia riempivamo il radiatore. Il consumo di benzina era enorme; l'acceleratore doveva funzionare continuamente; eravamo sempre avvolti da nuvole di fumo bianco ed acre.
Passavamo di slancio i fossati, temendone il fondo sommerso nella mota; allora l'automobile si rizzava con le ruote anteriori sollevate, e si abbatteva in iscorcio. In uno di questi salti udimmo una lacerazione metallica. La parte posteriore dell'automobile aveva battuto sul suolo con tanta forza che il serbatoio della benzina, strisciando a terra ne aveva avuto la fodera di ferro schiavata, strappata via come una buccia d'arancio. Per lunghe ore tacevamo. Una prima vaga ombra di dubbio passava sulle nostre speranze di vittoria.
Avevamo avuto fino allora l'illusione che ogni difficolt, ogni pericolo che si presentava fosse l'ultimo. Credevamo di aver cominciato dal peggio; ci sembrava che andando avanti tutto dovesse essere pi facile. Ci accorgevamo allora che gli ostacoli aumentavano sempre pi. Non avevamo mai trovato una strada tanto cattiva, ed eravamo appena nel mezzo della Siberia. Ogni giorno, senza concederci un momento di riposo, per sedici, per diciotto ore continue lavoravamo instancabilmente a superare meschine distanze. Avremmo continuato con tenacia e con ostinazione a prodigare ogni nostra energia: ma sarebbero bastate la nostra forza, la nostra volont? L'automobile, avrebbe essa resistito ad una fatica per la quale non era stata creata? La macchina sembrava intatta ancora, ma la carrozzeria, negli urtoni e nei sobbalzi, s'era spaccata, allentata nelle sue parti, oscillava tutta; sentivamo sotto i nostri piedi il disgregamento delle tavole schiodate, i serbatoi parevano minacciare di separarsi dai sedili. Io chiesi a Borghese:
- Si pu continuare a lungo cos?
- No - mi rispose.
- Per quanto ancora l'automobile pu resistere a questa strada?
- Per cinquecento chilometri al massimo.
In quegl'istanti di scoraggiamento eravamo persuasi che ci aspettassero migliaia di chilometri di sentieri cos cattivi. Era dunque finita!
Noi vigilavamo il funzionamento dell'automobile con un timore che non era scevro d'affetto. Avevamo finito per voler bene a quella docile macchina che ci portava. La consideravamo quasi un essere vivente; la chiamavamo la "nostra grossa bestia"; le gridavamo "brava!" quando superava le difficolt, la compassionavamo quando restava impigliata nel fango, la spronavamo con parole incoraggianti nelle ripide salite, come fosse stata un cavallo. Da un mese non la lasciavamo un istante, vivevamo della stessa vita, e le nostre stanchezze ci pareva dovessero essere anche le sue stanchezze. Tanta intimit ce l'aveva fatta conoscere cos bene, che tutti i rumori e i suoni dei suoi movimenti ci erano familiari, e ci accorgevamo subito della minima inesattezza. Ascoltavamo sempre il rombo del motore con la maggior ansia, spiando il temuto primo sintomo di qualche malattia.
Alle sette di sera trovammo un breve tratto di strada buona. Non avevamo ancora perduto la speranza di giungere a Tomsk. Riprendevamo coraggio. Tomsk era a cinquanta verste. Alle nove, alle dieci, potevamo essere in uno dei suoi grandi alberghi. Ci si present un piccolo pantano in fondo ad un largo solco. Non v'era modo di evitarlo. A destra e a sinistra v'era un folto bosco di betulle e di abeti - singolare ritorno della taiga. Il Principe scese per esaminare il terreno, entr nel pantano, sent i piedi impigliarsi nella mota. Non v'era altro da fare che tentare il passaggio con velocit.
L'automobile arretr, prese lo slancio, scese il fossato tagliando il fango con le ruote anteriori, risal con uno dei suoi terribili balzi felini. Ci credevamo liberati dal pericolo, quando ci trovammo fermi, col motore ruggente. La macchina non era passata tutta: le ruote posteriori erano affondate fino ai mozzi. Si trovarono afferrate e tenute come in una morsa, e non vi fu sforzo di motore o di braccia che riusc a smuoverle.
A tre verste doveva esservi un villaggio: Turunta-yeva. Borghese lasci noi a guardia dell'automobile, e si allontan in cerca di soccorso. Dopo un'ora lo vedemmo ricomparire accompagnato da dieci mujik che conducevano quattro cavalli. I contadini alle sue prime richieste non volevano seguirlo, ma egli aveva mostrato allo Starosta quei tali documenti miracolosi....
I cavalli furono attaccati, e tirarono, e gli uomini tirarono con loro, ma ogni tentativo fu inutile. Bisognava risollevare prima l'automobile per mezzo di leve. I mujik si dispersero allora nel bosco per abbattervi alberi dei quali fare delle travi.
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Erano le nove, ma il sole ancora alto sull'orizzonte, e gigantesco, rosso, accendeva le vette delle foreste. Risuonavano nel vasto silenzio i colpi d'ascia sui tronchi, e udivamo ogni tanto lo schianto d'un albero che cadeva, accompagnato dal lungo fruscio dei rami schiantati e delle fronde. Accendemmo il fuoco in una radura, e accoccolati intorno alla pentola che bolliva, aspettavamo che il lavoro ciclopico si compisse. Pensavamo, assorti, alle distanze che dovevamo percorrere, distanze che ci sembravano infinite, insuperabili. Ci pareva che la Siberia ci tenesse e non dovesse lasciarci pi.
Verso le nove e mezza, ci rimettemmo ai lavoro. Con l'aiuto delle leve il disincaglio fu facile. In poco pi di mezz'ora potemmo riprendere il cammino. Una lunga discesa pavimentata di tronchi d'albero ci condusse al villaggio di Turunta-yeva, dove passammo la notte, ospitati da una vecchia contadina che non aveva altro da venderci che del pan nero e del latte. Ad onta dell'ora tarda venne il pope del villaggio a vedere l'automobile. Era il primo pope siberiano che non mostrasse orrore per quella macchina; un giovane biondo, dall'aria nazarena. Ci salut con un gesto contegnoso, riand via senza dire una parola.
Ci sdraiammo a dormire sul pavimento dell'isba. Ma da qualche giorno non dormivamo pi tranquillamente; i nostri sonni erano agitati; la stanchezza non bastava a farci gustare il riposo. Ogni ora d'immobilit ci pareva un'ora perduta. Avremmo desiderato di correre sempre. Non per avere un record, ma per andar lontano, per ritrovare la nostra vita e la nostra terra.
Quel giorno avevamo compito il primo mese di viaggio.
Lasciammo Turunta-yeva alle tre del mattino.
Dopo una ventina di verste, arrivammo in un grosso villaggio: Khaldeyeva. Prima di attraversarlo volemmo esplorarne il fango. Lo trovammo impassabile. Piuttosto che tentare l'impossibile impresa di forzarci la via col motore, era meglio chiedere un aiuto anticipato. Il villaggio dormiva ancora. Bussammo all'isba dello Starosta, e lo pregammo di fornirci cinque forti cavalli da traino. Il brav'uomo si alz ed and a requisirli. Khaldeyeva fu in rumore. Vennero i cavalli e gli abitanti, fra i quali molti kirghisi, cosi simili ai buriati e ai mongoli da poterli definire dei mongoli maomettani.
I cavalli furono attaccati con le lunghe funi all'automobile: due mujik, antichi artiglieri cosacchi, che s'erano battuti anche nell'ultima guerra, montarono i cavalli di testa alla postigliona, conducendoli all'attacco mirabilmente con un trotto disteso, e fustigandoli con le nagaike. Tutta la popolazione assisteva alla bizzarra corsa attraverso il paese.
In quel mentre sopraggiunse un tarantas tirato da due cavalli, e ne salt a terra un ufficiale di polizia che ci domand con premura che cosa fosse successo.
- A Tomsk - ci disse -  giunta la voce che eravate stati assaliti. Il governatore, colonnello barone De Nolcken, mi ha fatto comunicare questa notte l'ordine di partire immediatamente alla vostra ricerca. Ed eccomi qui, trottando da villaggio a villaggio. Sono felice che siate sani e salvi.
- Tutta colpa delle strade.
- Eh s, le strade sono pessime.
- Che cosa ne fanno dei denari che ci prendono - mormor un mujik vicino a noi - se non accomodano nemmeno le strade? Mangiano come lupi....
Pareva che la macchina stesse per uscire dal pantano senza incidenti, quando la vedemmo improvvisamente abbassarsi, e fermarsi con le ruote quasi sepolte. Inutilmente i cavalli frustati e aizzati con grida puntavano le zampe e tendevano i muscoli: la macchina era immobile. Dovemmo far portare delle travi, ripetere la vecchia manovra delle leve, sollevare l'automobile cos. Poi attaccammo allo chassis altre corde per tirare anche a braccia; pi di trenta uomini vi si attaccarono; altri spinsero l'automobile e infine, lentamente, la macchina pot essere condotta in salvo, fuori del villaggio, dove riprendemmo il cammino sempre difficile.
Due ore dopo eravamo in vista delle scintillanti cupole di smalto e d'oro di Tomsk, che si levavano sullo sfondo cupo della foresta. Incontrammo degli agenti a cavallo spediti ad incontrarci, i quali scorgendoci da lontano tornarono indietro a gran galoppo per annunziare il nostro arrivo. La guarnigione era accampata fuori della citt, secondo l'uso dell'esercito russo nei brevi mesi dell'estate, ed una folla di soldati accorreva a vederci.
Il capo della polizia, circondato dai suoi ufficiali, ci aspettava all'ingresso di Tomsk e ci salut cordialmente.
- Il governatore vi aspetta - ci disse poi - Desidera vedervi subito.
- Cos? - ed accennammo al nostro costume infangato e al viso coperto di polvere.
- Cos, cos! Vuol darvi il benvenuto. Vi conduco io. Seguite la mia vettura.
E mont in uno splendido equipaggio che aspettava poco discosto, giudato dall'enorme cocchiere in kaftan azzurro alla moda russa. Quel tragitto fu tremendo. Le vie della Capitale morale della Siberia non avevano niente da invidiare a quelle di Khaldeyeva, e vi rischiammo pi volte delle panne vergognose. Ma, ad onta della perfidia delle sue strade, Tomsk ci appariva meravigliosa, elegante, grandiosa, forse anche per il contrasto con la monotonia della taiga. Passavamo per mercati pieni di folla, come quelli d'Irkutsk; ma a mano a mano che scendevamo verso il centro della citt, essa perdeva le caratteristiche di citt siberiana, si raffinava, vedevamo dei palazzi alla europea, dei grandi magazzini, dei cantieri, e poi un sontuoso albergo moderno, dove pi tardi prendemmo alloggio.
Tomsk non ci sembrava diversa da tante grandi citt della Russia europea, e il suo movimento ci dava quasi l'illusione di trovarci in qualche sobborgo di Pietroburgo. Passavano le rapide iswoshchik dal piccolo sedile senza spalliera, sul quale quando si  in due bisogna cingersi la vita col braccio, e passavano furgoni, biciclette. Sui marciapiedi, apparizione inaspettata, delle signore eleganti in toilettes estive. Tomsk ci pareva meritasse veramente la fama che gode di citt aristocratica.
La ferrovia transiberiana l'ha lasciata lontana da s, danneggiandola forse nel commercio. Ma Tomsk vive di una vita pi eletta:  il grande centro intellettuale della Siberia. Ad essa accorre tutta la giovent studiosa, alla sua bella universit, che, simile a certe universit americane,  isolata in un pittoresco bosco di betulle fra i cui rami s'intravvedono le piccole abitazioni degli studenti, graziose come chlets. E accorre da tutta la Siberia la giovent alla sua moderna scuola tecnologica, alla sua biblioteca grandiosa. La chiamano anche "Tomsk la Dotta".
Il governatore ci accolse con espansione amichevole, c'invit a colazione e a pranzo. E nella giornata trascorremmo lunghe ore nel suo palazzo, i cui saloni avevano i grandi camini accesi come in pieno inverno, sentendoci riposare della solitudine rude nell'affabilit cordiale del colonnello De Nolcken e della sua famiglia. Egli ci mostr i suoi orsi nel giardino; suo figlio ci present i suoi splendidi cavalli, tipi di razza locale famosa in Russia; e la baronessa De Nolcken ci fece ammirare i suoi daini che venivano a prenderle il cibo sulla mano. Al cancello del palazzo si aggruppavano i postulanti, degli zingari feriti in rissa, dei mujik che avevano reclami da fare, una piccola folla cenciosa, silenziosa, paziente ed ostinata, che non voleva saperne di parlare con funzionari e con ufficiali, che voleva vedere il governatore, ed aspettava l'ora della giustizia. Il governatore s'appressava alla soglia, ascoltava quei lagni, rimandava tutti a casa dicendo: Vedremo! - e il gruppo si disperdeva contento d'aver parlato con lui.
Il barone De Nolcken, un simpatico tipo di gentiluomo, di origine, credo, tedesca, ha il volto coperto di cicatrici. Sono un ricordo dei rivoluzionari. Due anni fa egli era vice-governatore a Varsavia, ricevette lettere minatorie, trov sul suo tavolo la condanna a morte decretatagli dalla rivoluzione, e una sera fu aggredito, colpito, lasciato per morto sulla via. Aveva ricevuto quarantadue ferite. Guar, e a questo fatto deve la nomina a governatore della provincia di Tomsk - un dominio grande come l'Impero germanico. I governatorati in Siberia, che una volta erano considerati posti di punizione, sono ora i pi ambiti, e si danno per premio. Sono pericolosi anche loro - il governatore di Omsk fu ammazzato l'anno scorso in mezzo alla strada insieme a due gendarmi della scorta - ma sempre meno pericolosi di quelli della Russia europea, dove si fa strage di governatori. Anche il capo della polizia di Tomsk ha riconosciuto i pericoli del nichilismo. Viene egli pure da Varsavia.
- Si starebbe bene a Varsavia - ci diceva raccontandoci dei suoi casi - ma, che volete, in quel benedetto paese sparano troppe fucilate, troppe!
E aveva l'aria di voler dire: qualcheduna, passi....!
Domandammo al governatore informazioni sulle strade fra Tomsk e Omsk. Ce ne diede di poco incoraggianti. Egli credeva che, almeno per due terzi del percorso, le avremmo trovate cattive come quelle della vigilia. La notizia, ahim, veniva da fonte ufficiale.
Poco lontano dalla sede del governatore, v' un grande palazzo bruciato. Era un magnifico teatro regalato alla citt da un ricchissimo negoziante. Fu bruciato due anni or sono da soldati in rivolta. Non potendo distruggere il palazzo del governatore, incendiarono un suo vicino. Vi fu un momento, dopo la guerra, in cui parve che tutto l'Impero si sfasciasse. Il mondo non ebbe che un'eco imprecisa e breve di quel principio di rovina. A Irkutsk, a Krasnojarsk, a Tomsk, a Omsk, il telegrafo e la posta non funzionavano pi, i treni erano condotti da soldati rimasti fedeli: le truppe reduci dalla Manciuria portavano sul suolo della patria i furori della guerra, i commerci erano sospesi, tutti i negozi e le case barricati, le grandi citt parevano morte. E tutto questo, laggi, non per un trionfo d'ideali, per una lotta politica; non era rivoluzione quella; era un fenomeno molto meno complesso; si trattava di questo fatto: che centinaia di migliaia d'uomini avevano alla guerra imparato ad ammazzare e a distruggere, e, dopo le battaglie, seguitavano.
Alla sera, tardi, tornando all'albergo, nella via deserta, illuminata dal pallore rosato della notte, incontrammo dei reggimenti che venivano dal campo. I soldati cantavano in coro marciando, e nelle canne dei fucili portavano legati mazzi di fiori campestri.
Lasciammo Tomsk alle quattro del mattino del giorno dopo, 12 Luglio, con un tempo sempre minaccioso. Ci precedevano, al galoppo, due cosacchi mandati dal governatore ad indicarci la strada per uscire dalla citt. Un gruppo di velocipedisti e motociclisti ci scortava.
In quel momento non speravamo pi al ritorno del sole. Arrivare ad Omsk, lontana 960 chilometri, non importa in quanto tempo, ci sembrava un ideale quasi irraggiungibile. Dal colonnello De Nolcken ci eravamo fatti indicare i principali villaggi sulla nostra strada nei quali avremmo potuto far tappa. Calcolavamo di non poter percorrere pi di 150 chilometri al giorno. Chi avrebbe immaginato che un sole, dapprima timido, pallido, esitante, uno di quei soli che tornano a nascondersi subito appena apparsi, ci avrebbe accompagnati al principio, per farsi poi pi ardito, ardente fino a divenire torrido, fino a prosciugare il fango, indurire la strada, prepararci un sicuro terreno per la nostra corsa? No, alla partenza aspettavamo la pioggia.
Correvamo per le vie deserte di Tomsk appresso ai nostri cosacchi. Volti assonnati apparivano dietro ai vetri, attirati dall'insolito rumore dei cavalli al galoppo, del motore, dei campanelli.
Il singolare corteo lasci la citt, e and a fermarsi, pochi minuti dopo, sulla riva destra del Tom, vasto come un canale marittimo, velato dalla bruma.
- Halte! Regardez ici, Messieurs! - ci comand una voce imperiosa.
Era un fotografo dall'aspetto di ufficiale di cavalleria in ritiro, il quale, coadiuvato dalla moglie aveva messo in batteria un'enorme macchina fotografica, e ci attendeva al varco chi sa da quale ora. Guardammo ici. Egli cambi la lastra ordinandoci:
- Ne bougez pas!
- Ma abbiamo fretta!
- Moi aussi!
Fin la sua operazione preliminare, ci rifotograf, e poi additando la macchina ci disse solennemente:
- C'est la gioire! Adieu!
Traversammo il Tom sopra il pi bizzarro battello del mondo, mosso. da quattro cavalli che, trotterellando in giro sulla prora come in un molino, comunicavano il movimento a delle primitive ruote a pale, cigolanti e pigre.
Alle cinque lasciavamo questa stravagante navigazione ippica, e cominciammo a correre al sud, lungo la sponda sinistra del Tom. Dopo una ventina di verste per una campagna collinosa e triste, c'internammo in una magnifica foresta di abeti giganteschi, ultimo lembo della taiga tenebrosa, imponente e sinistra. Ci urgeva di abbandonarla. Per un certo tratto la nostra strada, quella per la citt di Kolywan, lontana 230 chilometri da Tomsk e dove speravamo di giungere alla sera,  comune con la strada che scende a Barnaul, al sud, vicino alle sterminate steppe di Barabas, e cercavamo il bivio per volgere a ponente. Interrogammo i rari mujik che passavano con le loro teleghe, ma essi ignoravano la direzione per Barnaul e Kolywan. Non conoscevano che il loro villaggio e la via di Tomsk.
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Tememmo ad un certo punto di aver sbagliato la strada, di esserci completamente perduti. Ci sembrava che la foresta ci avesse afferrati e ci tenesse legati nell'intrigato labirinto dei suoi sentieri. Passarono cos quattro ore. Finalmente le ombre fosche nelle quali correvamo si dischiusero, e dopo un po' scorgemmo dritto sull'erba un palo portante un numero sbiadito: era l'atteso segno della buona strada (da non confondersi con la strada buona). Ci ritrovavamo sul "Moscowsky Trakt", su quell'antica via maestra che univa Mosca a Irkutsk, le due capitali - la madre e la figlia. Del Trakt non ritrovammo altro segno che quei pali, e dei solchi appena visibili fra l'erba lasciati da un traffico estinto, diretti dall'oriente all'occidente.
La taiga si allontanava, e correvamo sotto la luce d'un sole nuovo e tenue. I gruppi d'alberi si facevano sempre pi rari, e, sparsi sull'eguaglianza verde delle praterie, facevano pensare alle ultime nuvolaglie d'un temporale passato. La campagna si appianava, si eguagliava, diveniva quasi deserta. Trovammo pochi villaggi, circondati da mulini a vento. Noi che giudicavamo il paese dal solo punto di vista della strada, ci rallegravamo della scomparsa del pittoresco.
Improvvisamente ecco apparire lontano un gruppo di cavalieri che si dirige galoppando verso di noi, quasi per tagliarci la strada. Noi osserviamo, e crediamo di rivedere dei mongoli. Infatti i cavalieri indossano un costume simile a quello dei mongoli, hanno il loro aspetto, e come i mongoli cavalcano con la sella quasi sul collo del cavallo. Sono dei Kirghisi nomadi. Essi hanno un non so che di selvaggio e di combattivo. Ci fanno pensare a dalle scolte, a delle estreme avanguardie spinte avanti da qualche esercito asiatico in marcia dalle steppe del sud.
Giuntici vicino hanno fermato di colpo i cavalli osservando attentamente l'automobile, curvi sulla sella: poi sono scoppiati in una risata lunga e gioviale; trovavano la cosa estremamente divertente. Ripartirono galoppando, dopo averci salutato, e si voltarono pi volte ridendo a guardarci. I kirghisi sono anch'essi nemici del pittoresco. Vivono a preferenza dove non sono alberi e dove non sono colline; la pianura  la loro patria; amano i vasti orizzonti, la libert di correre ovunque senza incontrare ostacoli; vogliono sentirsi padroni dello spazio illimitato; hanno, sul continente, degl'istinti di marinaio.
Quel giorno ricorreva una non so quale festa slava. Nei villaggi le popolazioni sfoggiavano abiti vistosi; uomini e donne adunati sulle soglie cantavano in coro, accompagnandosi con le balalaike e le fisarmoniche. Quando passavamo, i canti cessavano, e si levava un urlo di sorpresa contenta e di festosit, come al passaggio d'un bel carro mascherato in un giorno di carnevale. Ma l'urlo delle folle, pure se  lieto, ha sempre un tono che par minaccioso; vi  troppa forza in esso;  formidabile anche quando vuol essere scherzoso, e noi ci volgevamo a guardare se i volti ridevano od erano seri. Ridevano. Eravamo rincorsi da gente che ci gridava:
- Aspetta! Aspetta! Lasciami salire!
- Portami a spasso, e ti pago un bicchiere di vodka!
Giungemmo sulla sponda destra dell'Obi, pi vasto, pi lento, pi pigro e malinconico del Tom. L'altra riva  tanto lontana che sembra una striscia verde all'orizzonte. Il battello, anch'esso a cavalli, impieg lungo tempo a trasportarci. I barcaiuoli ci avvertirono che avremmo trovato trenta verste di palude non ancora prosciugata, prodotta dall'Obi. Abbiamo attraversato quella insidiosa zona di acquitrini in modo singolare, straordinario.
Sulla riva ci aspettava il Pristaf di Kolywan venuto per ordine del governatore a farci da pilota. Un tarantas attaccato a troika, guidato da un cocchiere kirghiso, lo aspettava. Egli vi sal e ci preg di seguirlo con la pi grande attenzione.
- Se deviate di un passo - ci disse - correte il rischio di affondare. Vi assicuro che sarete condotti velocemente.
Infatti il kirghiso, impellicciato come fosse inverno e coperto da un berrettone di pelo, frust i cavalli senza misericordia; la troika part a carriera sfrenata, e noi dietro. Pareva un disperato inseguimento in mezzo ad erbe alte, fra le quali scintillavano larghe distese d'acqua immobile. Dopo cinque minuti vedemmo un sentiero vicino a noi che ci parve molto migliore del nostro; vi entrammo. E affondammo.
Per fortuna eravamo ancora vicino all'Obi, e, riuscito inutile ogni tentativo di disincagliare la macchina facendola tirare dai tre cavalli del tarantas, il cocchiere kirghiso torn rapidamente al fiume e chiam degli uomini. Vennero mujik e battellieri, e in meno di mezz'ora fummo fuori dal pantano.
- Ve lo avevo detto, Kniatz Borghese - esclam il Pristaf - di seguirmi!
Da quell'istante lo seguimmo con fedelt da cane. La troika faceva giri fantastici; a momenti spariva dietro a cespugli, a ciuffi di piante palustri, di salici nani, di giuncaglie; ci guidava allora il tintinnare del campanello appeso all'arcuato dug, sotto al quale il cavallo mediano tendeva il collo nella corsa, e ci guidavano la frusta e il berretto di pelo del kirghiso che vedevamo passare come in un volo sulla sommit delle piante. Spesso l'acqua spruzzava sotto le ruote e sentivamo l'automobile affondare lievemente; ma ci salvava la velocit. Quella fuga furibonda aveva del romanzesco. Noi provavamo quasi il piacere d'una caccia.
Ogni dieci verste la troika trovava cavalli freschi e un nuovo cocchiere. Il cambio veniva operato fulmineamente; quasi non aspettavamo. Tutto era preparato in modo da non attendere un istante. Traversammo un fiumicello, confluente dell'Obi, sopra una vecchia barca sconnessa, e dovemmo lavorare duramente, insieme a dei mujik e al Pristaf, per rafforzare la passerella d'imbarco che aveva minacciato di spezzarsi sotto l'automobile. Al di l del piccolo fiume il terreno cominciava ad ondularsi. Le paludi erano finite. Verso le sette scorgemmo dei campanili aguzzi sulla linea bassa dell'orizzonte. Mezz'ora dopo arrivavamo a Kolywan.
La popolazione ci aspettava, come a Marinsk. Era uscita dal paese a piedi, a cavallo, in telega. Il capo della polizia era l, in mezzo ad un gran vuoto rispettoso. Appena ci vide si avanz per riceverci. Ma improvvisamente il nostro solenne ingresso venne turbato da un incidente unico.
Centinaia di buoi tornavano dai campi alle loro stalle, con la fretta di animali casalinghi, quando.... Ma  bene spiegare prima un uso particolare dei buoi siberiani, i quali dimostrano la migliore educazione sociale. I pascoli in Siberia sono quasi tutti comunali, propriet collettive. Al mattino gli abitanti schiudono le stalle, e i buoi vanno a ruminare insieme l'erba municipale; alla sera la gran mandria rientra tutta unita al paese, come fanno i ragazzi che tornano dalla scuola, e quando  nell'abitato ogni bue si distacca dai compagni e va a casa sua, tranquillamente, da s; trova la stalla aperta, rientra, e la mandria si assottiglia fino a che non rimane che un solo bue, l'ultimo, il quale sparisce nell'ultima casa del villaggio. Noi arrivavamo a Kolywan precisamente durante la rentre serale dei buoi cittadini. Spaventati dall'automobile, si precipitarono nell'abitato, s'ingolfarono nella strada principale insieme a noi. La gente fuggiva. Il capo della polizia era scomparso con mezzo saluto rientrato. Ci trovammo avvolti da un gran polverone, circondati da una selva di corna, in mezzo allo scalpito, ai muggiti, alle grida. Potevamo crederci al centro della pi straordinaria corrida. Finimmo per giungere alla Zemsitvoskaya Dom accompagnati da quel corteggio.
Dopo un po' il capo della polizia ci raggiunse e pot emettere la fine del suo saluto cos malamente interrotto. S'intrattenne poi con noi a narrarci le sfortune di Kolywan.
- Una citt finita! ci diceva - Era ricca, ed ora  povera; era popolosa, ed ora  deserta!
- Di chi la colpa?
- Della ferrovia. Kolywan  stata lasciata al nord dalla ferrovia; abbandonata. E tutti emigrano alla vicina stazione ferroviaria, a Nowi-Nikelajewsk, che raccoglie le attivit commerciali di Kolywan e di Tomsk, e diventa una grande citt, e tra qualche anno sar pi bella anche di Tomsk. Ha gi ventimila abitanti!
Le "citt fungaie" non sorgono soltanto in America. La Siberia ha molti esempi di questo significativo fenomeno.
La padrona della casa, una donna dal fare energico e dalle proporzioni vaste, ci prese sotto la sua efficace protezione. Allontan i visitatori importuni e poi ci disse, senza aspettare i nostri ordini, da persona ricca di senso pratico:
- Ho immaginato che aveste fame. Perci ho fatto subito preparare il pranzo. Sar pronto fra poco.
- Grazie, signora.
- Uno shi, delle cotolette, dei polli arrosto, pane bianco, birra, th....
Oh Kolywan, paese di delizie....!
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CAPITOLO 17. SULLA STEPPA.
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La steppa. Il telegrafo di Kainsk. Il freno arde. Omsk. La Siberia che si sveglia. La stanchezza. Ancora la steppa. Un incendio sulla prateria. Ischim.
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La nostra automobile aveva trovato a Kolyvvan, come a tutte le tappe da Missowaja in qua, e come trov sempre regolarmente fino alla fine del viaggio, la sua porzione quotidiana di benzina e di grassi. Non riempivamo mai completamente i serbatoi per non aggravare troppo il peso della macchina, ma ad ogni partenza avevamo a bastanza combustibile e lubrificanti per sette od ottocento chilometri.
Alle quattro del mattino, 13 Luglio, correvamo verso Kainsk lontana 340 chilometri da Kolywan. Il cielo era coperto e minaccioso. Un'ora dopo che eravamo partiti, cominci a piovere dirottamente; ma fu un breve acquazzone. Alle sette un bel vento di levante aveva gi sbaragliato le nubi, e il sole splendeva nel pi bel cielo del mondo.
La strada che percorrevamo, in Europa non avrebbe meritato nemmeno il titolo di sentiero campestre; ma era solida, era piana, era eguale, e noi la trovavamo meravigliosa ad onta degli acquitrini che la fiancheggiavano, coperti da erbe altissime e folte. Da essi si levavano torme di uccelli: aironi bianchi, beccaccini, folaghe dal volo goffo, e vere nugole di cornacchie dal petto bigio, le quali talvolta sopraffatte dalla velocit dell'automobile, svolazzando come impazzite, finivano per urtarla, e cadevano in uno starnazzamento di agonia. Una quantit di farfalle rimaneva attaccata al radiatore, che ne era tutto costellato come una tavola da collezionista.
Noi eravamo felici di riprovare, dopo tanto tempo, la volutt della gran corsa. Con l'orologio alla mano contavamo i pali delle verste che sfilavano velocemente: in alcuni tratti andavamo a sessanta chilometri all'ora. Ma ci trattenevano i ponticelli, una infinit di ponti minuscoli che si vedevano da lontano perch avevano i parapetti di legno dipinti a fascie bianche, nere e rosse, che talvolta davano l'illusione di gruppi d'uomini immobili in mezzo alla campagna. Quei ponti erano cos brevi, che quando le ruote anteriori scendevano la rampa d'uscita, le posteriori salivano quella d'imbocco, e non di rado accadeva che l'automobile in quella posizione urtasse col volano il tavolato, "battesse la pancia", come dicevamo noi. Per non fargliela battere dovevamo passare quei ponti con grande cautela.
Traversavamo rapidamente dei rari villaggi. Era un altro giorno di festa. Incontravamo processioni di mujik in abiti sgargianti, camiciole di tutti i colori, cinture ornate di metalli. Avanti a loro i popi col gran piviale o la dalmatica, il capo coperto dalla mitria che ricorda per la forma la corona imperiale di Russia; e dietro le donne, dai capi avvolti in fazzoletti rossi, con le sottane corte, e gli stivaloni da uomo. Le processioni riempivano la strada, venivano avanti in lento disordine recando croci e icone, orando e cantando. Noi ci fermavamo per non disturbare le sacre cerimonie, ma la nostra precauzione era inutile. Le preghiere e gl'inni cessavano, i devoti, compresi i popi, dimenticavano per un momento il buon Dio per guardarci estatici a loro agio; tutte le icone si volgevano dalla nostra parte mostrandoci neri volti di santi bizantini incorniciati d'oro, e solo dopo un po' la processione continuava, e i canti riprendevano pi alti e pi nutriti per farsi perdonare l'interruzione. Certo l'automobile portava dei gravi danni alla devozione. I campanari, che sbattagliavano festosamente, come vuole l'uso quando la processione  fuori, sospendevano di suonare, e, profittando della elevata posizione dei campanili, seguivano con lo sguardo l'automobile fuggente lontano con il suo strascico di polvere che si riabbatteva sui prati.
Nel pomeriggio siamo entrati nella vera regione delle steppe - le steppe di Barabinsk - che in certi punti ci ricordavano le praterie mongole. Era per una Mongolia molto pi verde, ricca d'acque, variata da ciuffi d'alberi nani - boschetti lillipuziani. Rivedevamo delle piante che giganteggiano nella taiga, e specialmente betulle, ma divenute umili nella steppa, meschine caricature di se stesse, desiderose di farsi piccole, di ritornare erba. Dei grandi stagni e dei laghi scintillavano ogni tanto all'orizzonte confusamente, e ci pareva, vedendoli da lontano, di correre verso qualche mare ignoto.
Su tutta quella sconfinata pianura si aprono specchi d'acqua; l'azzurro si alterna al verde; il brivido dell'onda all'immobilit della terra. Passammo per un tratto lungo le rive di un lago pittoresco, il lago d'Ubinsk: una distesa di sereno. Attraversammo su comode barche numerosi fiumi, il Tschulym presso al grosso villaggio di Pulym (un altro Tschulym che non ha nulla a che fare con quello di Atschinsk), il Kargat presso a Kargatsk, altri minori.
Nella steppa abbiamo rivisto le yurte. Erano kirghise ma non differivano in nulla da quelle mongole; quelle cupolette rappresentano probabilmente l'unica forma di edificio che resista agli impetuosi venti delle pianure: le case di tutti i popoli che amano lo spazio e la solitudine.
Verso le sette arrivavamo a Kainsk, circondata da decine di mulini a vento le cui ampie ali immobili sull'orizzonte libero sembravano grandi croci d'un cimitero di giganti. A Kainsk nessuno ci aspettava cos presto. Entrammo quasi inosservati perch v'era una fiera, e in mezzo alla fiera un circo equestre, un carosello, un baraccone di fenomeni viventi; suonavano organi e fanfare; vociavano i gridatori; e tutto il popolo aggruppato intorno a quei recinti meravigliosi volgeva le spalle alla strada per la quale arrivavamo. Ma dei soldati ci videro, si volsero, chiamarono i compagni, e in un momento la folla si trov come ad un comando con le spalle verso i baracconi e i visi ammiratori rivolti a noi. Gli organi e le fanfare interruppero le loro armonie a mezzo, e i gridatori, dall'alto delle loro impalcature, ci guardarono con una curiosit ostile, come a dei rivali fortunati. Penetrammo per le vie deserte in cerca dell'albergo, e lo trovammo: il pi meschino e il pi sudicio albergo della Siberia.
Non riuscii a penetrare nell'ufficio telegrafico di Kainsk. Ne fui respinto come se fossi andato l a lasciare, invece d'un dispaccio, una bomba di dinamite. Ero accompagnato da un giovinotto che s'era offerto di mostrarmi la strada. La porta dell'ufficio era chiusa. Bussammo, e una voce irritata grid da dietro l'uscio:
- Chi siete?
Declinai nome e qualit. 
- Tornate domani.
- Non posso. Parto all'alba, ed ho un telegramma da spedire.
- Andate via!
- Apritemi, vi mostrer i miei documenti. Non spedite telegrammi?
- S. Ma non vi conosco.
Era dunque un ufficio per gli amici soltanto.
- Debbo telegrafare al governatore di Tomsk.
- Andate via!
La voce s'era fatta minacciosa. Insistei. L'uomo dietro la porta grid qualche cosa che non compresi, ma che comprese il giovanotto mia guida il quale fugg precipitosamente facendomi cenno di seguirlo. Gli chiesi:
- Che succede?
Egli rispose, sempre allontanandosi, col gesto di chi spara un fucile ed emise questi eloquenti monosillabi:
- Bum! bum!
Il mio giornale sarebbe dovuto rimanere per quella sera senza notizie della nostra corsa. "Gi - pensai fra me - meglio senza notizie che senza corrispondente!" e tornai all'albergo.
Attraversammo l'Om a Kainsk, poco fuori del paese, sopra un curioso ponte di legno che s'era abbassato, forse per delle alluvioni, fino ad essere quasi tutto sott'acqua. Lo chiamammo il ponte-guado. Erano le quattro del mattino del 4 Luglio. Riprendemmo la veloce corsa per l'immensa pianura che non avremmo pi lasciato fino all'Europa: non ci aspettavano ormai altre alture che gli Urali.
Alla partenza il tempo era minaccioso. Dopo due ore pioveva a dirotto. La strada divenne improvvisamente quasi impraticabile. Giunti ad un passaggio a livello della ferrovia, come gi avevamo fatto fra Kainsk e Krasnojarsk, chiedemmo ricovero al cantoniere. Non volevamo ricorrere ancora all'incatenamento della ruota per vincer il fango. Ho dimenticato di dire che lo stratagemma della catena aveva i suoi inconvenienti, e gravi, che lo rendevano sconsigliabile; la catena tagliava la pneumatica, e, quel che  peggio sforzava i raggi della ruota indebolendone l'attaccatura al cerchione. La ruota motrice sinistra cominciava a darci delle preoccupazioni; aveva delle fessure agli alveoli dei raggi, e talvolta scricchiolava. Rompere una ruota significava rimanere irrimediabilmente per la strada. Dovevamo andar cauti.
E del resto la Siberia ci aveva insegnato a dominare le impazienze. Ci conferiva un po' di quel fatalismo che  il fondo del carattere slavo, e che probabilmente deriva appunto dall'abitudine di trovarsi di fronte a delle difficolt ineluttabili imposte dall'inclemenza del clima. Si pu avere qualunque urgenza laggi, si pu essere sotto la pressione del pi grande bisogno, ma quando il tempo dice: Fermi! - bisogna rassegnarsi e fermarsi. La necessit di piegarsi a questa violenza, di aspettare indefinitivamente, finisce per dare serenit alla forzata rinunzia della propria indipendenza; sottomettersi a delle volont superiori diventa un istinto; si piega docilmente e senza dolore il capo alla tempesta come all'ukase, all'inondazione come agli ordini della polizia. Agli uni e agli altri si dice: Nitchev! - Il primo autocrate della Russia non  lo Zar:  il clima.
Quanto tempo saremmo dovuti rimanere fermi? Il cielo era oscuro, carico di pioggia come se non avesse mai piovuto. Il cantoniere della ferrovia ci diceva che avremmo trovato un sessanta verste di pessimo terreno, ma che poi la strada sarebbe divenuta buona, anche sotto la pioggia, perch sabbiosa. Dopo un'ora vedemmo che le nuvole non correvano pi da ponente a levante, ma si spingevano disordinatamente verso il sud in una fuga fantastica. Aveva dunque cambiato vento. Eravamo arrivati ad intendercene di venti siberiani pi d'un compilatore di lunari. Vento di ponente: tempesta; vento di mezzogiorno: variabile e nebbia; vento di tramontana o di levante: sereno. Pioveva ancora, ma eravamo diventati allegri come se fosse comparso il sole. Cominciavamo ad esser noi sereni prima del cielo. Montammo in macchina, senza aspettare pi oltre, e via.
Non trascorse un'ora che il tempo divenne splendido. La strada era buona, per molti tratti ottima. Andavamo velocemente. Calcolavamo di correre in certi momenti a cinquanta chilometri all'ora. Mantenevamo comodamente una media di trentacinque chilometri all'ora. Lo sconfinato panorama della steppa si svolgeva con perseverante monotonia. I villaggi erano pi rari, e fatti di isbe pi piccole; manca il legname in quelle regioni, e le case pi povere della Siberia orientale e della Transbaikalia portate l sarebbero sembrate palazzi. Si vedevano abitazioni minuscole dentro le quali i grossi mujik dovevano certamente star sempre seduti come i santi delle pitture giottesche. Il sole diveniva torrido.
Speravamo di arrivare senza incidenti ad Omsk, ma verso mezzogiorno ci trovammo in un pericolo impreveduto, che avrebbe potuto avere disastrose conseguenze. Tutto ad un tratto sentimmo un puzzo di bruciato, e subito dopo, volgendoci, vedemmo che la macchina lasciava dietro di s un denso fumo. Il fumo usciva da sotto alla vettura.
- Il freno! - gridammo. - Il freno arde!
Conoscevamo gi questo genere d'incidenti per avere il minimo dubbio sulla sua origine. Fermammo l'automobile e balzammo in terra. Le fiamme divamparono. Questa volta il caso era gravissimo. La grande velocit ci aveva impedito di accorgercene subito, a causa della ventilazione. Il fuoco, aveva dovuto svilupparsi molto prima che il suo odore giungesse a farsi sentire. Le fiamme, che erano state fino allora tenute basse dal vento della corsa e dal potentissimo soffio d'aria sviluppato dalla vorticosa rotazione del volano, s'allungarono nella calma rombando. La causa del fuoco era sempre nel soverchio attrito del freno che si chiudeva da s, per un guasto che non potevamo conoscere senza smontare la macchina. Quella volta non soltanto il grasso lubrificante del freno s'era incendiato, ma cominciava ad ardere il piano di legno della carrozzeria. Temevamo l'imminente scoppio della benzina, della quale avevamo nei serbatoi un duecento litri. Sarebbe bastato un minimo guasto al tubo che conduce la benzina al motore, e che passava a pochi centimetri dalle fiamme, per provocare una catastrofe.
- Acqua! Acqua! Svelti! - ci gridavamo.
Le altre volte avevamo trovato facilmente dell'acqua intorno a noi. Io presi la pentola, e mi precipitai nei fossati ai lati della strada. Erano asciutti. Inutilmente cercai almeno del fango, fra l'erba. Il terreno sabbioso, era inaridito. A cinquanta passi, avanti a noi, v'era un ponticello. L sotto avrei trovato dell'acqua, una pozza almeno. Vi corsi trafelato. Niente. Per un momento girammo concitati.
- Coraggio! - ci dicevamo.
- Gettiamogli addosso della sabbia!
- Degli stracci! Dove sono gli stracci?
- I vestiti!
Ed Ettore gett sulla fiammata l'impermeabile, Borghese una pelliccia. Il grasso incendiato si spense, ma la carrozzeria ardeva ancora. Togliemmo le tavole del piano, le spegnemmo con la terra, ne raschiammo i pezzi accesi con i coltelli facendone cadere a faville tutta la superfice imbragiata. Finalmente le vampe erano domate; con degli stracci, inumiditi nella poca acqua che gocciolava dal radiatore, soffocammo i resti dell'incendio. Spiammo ogni scaturigine di fumo, e rimanemmo l a vigilare finch non ci sentimmo sicuri che il pericolo era scomparso. Allora demmo un gran sospiro di soddisfazione, e ci guardammo sorridendo, un po' trasognati.
- E anche questa volta  andata bene! - esclamavamo.
- Aver portato la macchina fin qui per vederla finire in un fuoco d'artifizio in mezzo alla steppa!
- Fortuna che ce ne siamo accorti in tempo!
- Se scoppiava la benzina andavamo in aria tutti e tre!
- In macchina! In macchina, che si fa tardi! - osserv il Principe.
- A Omsk! A Omsk!
Ettore aveva gi aperto completamente il freno guasto rinunziando a servirsene per l'avvenire. Rimaneva ancora il freno a mano, non cos pronto come quello a pedale, ma certo egualmente efficace. E riprendemmo il viaggio.
Presso al villaggio di Jurjewo trovammo un piccolo fiume da passare. I contadini temettero forse che l'automobile rovinasse il battello, poich non volevano a nessun costo lasciarci traghettare. "La barca - dicevano -  per gli uomini, per i cavalli e per le teleghe. Questo non  un cavallo, non  una telega, dunque non pu passare". Tutta la eloquenza di Borghese non poteva convincerli. E allora? Allora comparve alla luce la lettera del Ministro. Un quarto d'ora dopo eravamo all'altra parte del fiume. A poca distanza da Omsk riattraversammo l'Om. Una folla di mujik in abiti domenicali presenziava dall'altra riva la breve navigazione. La nostra apparenza e il nostro modo di locomozione sembrarono sommamente sospetti non so a quale autorit del villaggio vicino. Era un mezzo contadino col berretto da funzionario, il quale profitt d'una nostra fermata, causata dal bisogno di metter acqua nel radiatore, per andarsi a munire d'un registro e tornare di corsa. Ci stavamo rimettendo in cammino.
- Fermatevi! - ci grid l'uomo con accento imperioso.
Lo guardammo con un'indifferenza che dovette ferire molto la sua autorit, perch grid indignato:
- Fermatevi, vi dico! Fermatevi!
No. Conoscevamo gi molti di quei piccoli despoti da villaggio che si danno l'aria di dirigere anche il corso dei fiumi e la fioritura dei prati, che profittano del loro potere per creare tutte le noie possibili al prossimo, ignoranti ed avidi, che in altre occasioni ci avevano domandato nome, cognome, qualit, nazionalit, spiegazioni d'ogni genere, trascrivendo solennemente le risposte sopra un taccuino e guardandoci con la severit di giudici. Uno straniero, per il fatto che passa sul loro territorio, lo trattano da colpevole. No, il brav'uomo poteva pure gridare: noi non intendevamo aumentare il numero delle fermate impreviste, subire uno stupido interrogatorio, mostrare le carte, e dare una soddisfazione a quel microtiranno.
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Egli si mise a correrci dietro con tutte le forze, gridando:
- Fermatevi, in nome della legge!
Io mi alzai in piedi, mi volsi, e seriamente, gravemente, affacciandomi al disopra dei bagagli, feci al nostro persecutore la pi orribile smorfia imparata nei lontani anni della scuola elementare. Egli si ferm sconcertato da tanto ardire; e noi ci allontanammo lietamente.
Alle quattro scorgemmo Omsk, in una pianura sabbiosa disseminata di giunchi a ciuffi. Fuori della citt s'innalzavano grandi e singolari mulini a vento, con le ali numerose disposte come raggi in ruote gigantesche, che facevano pensare a strane antiche macchine da assedio. Eravamo aspettati da un ufficiale di polizia, il quale, montato in una iswoshchik, ci guid all'albergo. In poco pi di dodici ore avevamo percorso da Kainsk 390 chilometri. Era stata la pi fortunata giornata di viaggio.
Arrivammo ad Omsk all'ora della passeggiata domenicale. Sui marciapiedi di legno si muoveva lenta la pacifica folla dei cittadini, che prendeva aria con quell'andatura speciale di chi indossa il migliore vestito e non vuole sciuparlo. Passavano ufficiali e funzionari in grande uniforme, con le loro famiglie, tenendo i bambini per la mano. Vi era quella tranquilla atmosfera di citt di provincia che si riposa. Le chiese dalle cupole multicolori, spandevano un suono di campane. Tutti si fermavano vedendoci, si volgevano. Noi arrestavamo, passando, quel vasto e pigro movimento della strada. Attraversammo un bel ponte sull'Om, vicino alla confluenza con l'Irtysch; un gendarme a cavallo ci fece cenno di rallentare: il ponte non si attraversa che al passo.
Sulle rive si allineavano i docks e gli scali; contro alle banchine di sbarco allungavano il fianco alcuni di quei grandi ed eleganti vapori da passeggeri che in questa stagione discendono l'Irtysch fino a Tobolsk e lo risalgono fino a Semipalatinsky, per 1500 chilometri del suo corso; vicino ai piroscafi, larghe chiatte si offrivano al carico sotto alle gru. Ne avevamo un'impressione di attivit e di modernit. Era quasi una rivelazione per noi. Ci pareva di essere gi in piena Europa. Avevamo trovato in Irkutsk la capitale politica, in Tomsk la capitale morale e in Omsk trovavamo la capitale commerciale della Russia asiatica.
Omsk  il centro di attivit produttrici enormi. Essa domina, per la sua posizione, tutta la Siberia occidentale. Raccoglie per la via dei fiumi le ricchezze della terra pi feconda, e le getta sui mercati europei per la strada ferrata. Si parla di riunirla con una linea alla ferrovia del Turkestan; diventer il cuore dell'Asia centrale. Questa vecchia citt che un soffio di progresso ha ringiovanito, ha degli aspetti di citt pioniera, di citt che sorga adesso e che abbia fretta, di citt nuova su terra nuova, senza tradizioni da vincere e senza consuetudini da rispettare. Il segno di questa vitalit che sboccia adesso, indipendente da ogni vincolo del passato, si manifesta nella diffusione delle macchine. Sulle banchine del fiume noi non vedevamo che macchine, a migliaia, pronte ad imbarcarsi per le steppe vergini del Kulundinsk e del Naiman. Erano le pi moderne macchine dell'industria agraria, quelle stesse che il misoneismo respinge da tante regioni civili d'Europa,  pi difficile cambiare che creare: Omsk crea. Immense distese di "terra nera" che non furono mai toccate dal lavoro umano, vengono aperte dai doppi aratri americani, fecondate dalle pi perfezionate seminatrici, coltivate con i pi ingegnosi apparecchi che la civilt inventa a questo scopo.
Omsk riceve e disperde sui nuovi campi pi di venticinque milioni di franchi all'anno di macchine agricole. I Kirghisi, che non hanno mai maneggiato un attrezzo rurale, risalgono l'Irtysch fino ad Omsk per prendere delle macchine. Cominciano dal meglio. Molte industrie, ieri quasi ignote, laggi cominciano a sorgere e ad avere un'importanza nel mercato mondiale. Un treno speciale, munito di frigoriferi, passa ogni giorno i confini della Siberia portando un carico di burro fresco che finisce per due terzi sulle mense inglesi, e nello scorso anno sono stati ben cento milioni di franchi di burro che la regione fra Omsk e Kurgan ha esportato. La Siberia tradizionale, la desolata terra dell'esilio, il gelido paese dei lupi affamati, non esiste pi, se mai  esistita. Essa si rivela un paese pi ardito della Russia e pi ricco. Nessuno pu dire ora, allo spettacolo del suo primo risveglio, che cosa l'avvenire le riserbi.
All'albergo fummo ricevuti cordialmente da un comitato locale della Pechino-Parigi, formato in parte di stranieri, d'inglesi, di tedeschi, di norvegesi, rappresentanti di grandi case commerciali ai quali molto si deve dell'impulso di vita nuova che agita quelle regioni. Dal balcone dell'albergo qualcuno grid:
- Viva l'Italia!
Guardammo in su e vedemmo un signore che sventolava il cappello, e che, dopo averci salutato cos dall'alto, discese a salutarci in modo pi intimo. Era un corrispondente inglese mandato ad incontrarci dal Daily Mail, un simpatico collega che da Omsk ci segu poi in ferrovia per il resto del viaggio; e divenne un caro compagno delle grandi tappe.
Decidemmo di fermarci ad Omsk due giorni. Avevamo bisogno di riposo. Viaggiando eravamo sorretti dall'eccitazione nervosa d'una vigilanza continua. Correre, anche se non avvenivano incidenti, equivaleva ad un lavoro febbrile. Quando ci fermavamo sentivamo improvvisamente pesare su di noi una prostrazione indicibile. Tutte le veglie e tutti gli sforzi passati si facevano risentire ad un tratto, insieme; pareva che tornassero a reclamare il loro compenso di riposo. La nostra media di sonno era di quattro ore al giorno. Quando arrivavamo alla tappa, ogni sera, dopo una sommaria toilette, avevamo del lungo lavoro da compiere. Borghese, con l'aiuto della polizia, si dedicava alla ricerca del deposito di benzina; Ettore ripuliva la macchina e la preparava al prossimo tragitto; io avevo il resoconto da scrivere, nella mia migliore calligrafia per assicurarne la trasmissione corretta, e - quel che era pi lungo e pi difficile - dovevo indurre gli uffici telegrafici a spedirlo. La lunghezza del dispaccio spaventava gl'impiegati; mandare un telegramma di mille o di duemila parole lo reputavano una follia della quale rifiutavano ostinatamente di rendersi complici, e cercavano mille pretesti per farmi rinunziare alla trasmissione. Non era quasi mai prima delle dieci di sera che potevamo mangiare un boccone. Dormivamo spesso in terra. Alle due, alle tre del mattino eravamo in piedi. Nel nostro lavoro v'era inoltre qualche cosa che sfibrava pi della fatica materiale; ed era l'ansia, l'emozione talvolta, l'incertezza spesso, erano le vive impressioni continue, gli scoraggiamenti e le audacie, le risoluzioni ostinate, tutto l'alto e il basso d'una lotta senza tregua. Tutto questo ci aveva indotto a riposarci due giorni ad Omsk, per ripartire pi freschi e pi sicuri.
Fra le qualit che ammiravo nel Principe v'era la resistenza: una resistenza fisica ed una pi grande morale. Egli era stanco, ma sapeva non apparirlo. Gli piaceva anche non sembrare mai stanco con gli estranei. Teneva a questo predominio su se stesso. Se vi erano dei convitati o degli ospiti, pareva che dimenticasse il letto; si corazzava in una sorridente impassibilit da diplomatico, e resisteva indefinitivamente. Appena gli estranei se ne andavano, se ne andava anche il diplomatico, e Borghese s'addormentava mormorando di non poterne pi. Confesso che a Omsk io sentii colpirmi dalla stanchezza come da una malattia. Come quegli affamati che dalla gran fame non possono pi mangiare, io ero arrivato a non poter pi dormire. Ma avvenne la reazione, e nel modo il pi strano.
Alla sera del 16 Luglio rientravo all'albergo, quando ad un tratto sentii le gambe piegarmisi sotto, e mi accorsi di camminare come un ubbriaco; nello stesso tempo la vista mi si annebbiava; vedevo il cielo divenire verde; e mi parve che i passanti avessero tutti una faccia livida, e poi nera; una grande oscurit si faceva intorno a me. Ebbi coscienza d'essere guardato curiosamente dalla folla. Mi appoggiai al muro passandomi una mano sulla fronte. In quel mentre un'iswoshchik vuota si avvicinava. Adunai tutte le mie forze per chiamarla:
- Iswoshchik! Iswoshchik!
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Intravvidi la vettura volgere obbedendo alla mia voce. Poi non ricordo pi niente. Non so quel che  avvenuto. Ma non  difficile indovinarlo quando avr detto che ritornando in me mi trovai in terra, in quello stesso posto. Ero caduto di sonno, o di stanchezza. Mi svegliai con l'impressione d'essere in un letto, e aprendo gli occhi fui per un istante molto sorpreso di vedere dei piedi stivalati muoversi nell'immediata vicinanza del mio capezzale. Poi subito ricordai: e mi sollevai un po' confuso. L'iswoshchik era ancora l, ferma, e mi aspettava. Quanto tempo ero rimasto inerte e senza coscienza? Chi sa? E come mai nessuno mi aveva aiutato, mi aveva raccolto dal fango? Ah, questo poi  per gli usi del paese. Se si dovessero raccogliere tutti gli uomini che si addormentano di sera per le vie d'una citt siberiana, vi sarebbe troppo da fare. Io ero stato semplicemente scambiato per un onesto ubbriaco. La sbornia  cos generale in Siberia, che  rispettabile: ed  perci rispettata. Incontrandomi in piedi la folla poteva anche guardarmi con diffidenza o con disprezzo; incontrandomi sdraiato non poteva che stimarmi. Acquistavo come un diritto di cittadinanza. Salii sulla vettura; il cocchiere si volse e mi disse con voce affettuosa:
- Io vado adagio, padrone, ma fareste bene a tenervi forte, qui!
E m'indic il ferro della sua spalliera.
L'automobile, fuori del guasto al freno, che fu subito riparato, non aveva bisogno di lavori. Del resto delle riparazioni importanti sarebbero state impossibili. Organizzando la corsa il Principe si era fatto spedire ad Omsk alcuni pezzi di ricambio: ma le dogane russe - o austriache, non si sa bene - li avevano trattenuti chi sa dove. Furono cambiate le pneumatiche delle ruote anteriori - che avevano fatto l'intero tragitto da Pechino - e la macchina fu ripulita da capo a fondo, visitata minutamente nelle sue parti pi delicate. Ettore era entusiasta di quell'automobile che si manteneva perfettamente ad onta di tante fatiche e di tante peripezie. Ma se l'automobile fosse stata intelligente avrebbe dovuto essa mostrarsi entusiasta di Ettore che le prodigava tutte le sue cure. Egli spingeva la pazienza e lo scrupolo fino a fare ad ogni tappa delle verifiche minute e difficili che per solito gli chauffeurs non fanno che di tanto in tanto. Tutte le sere egli svitava le scatole che chiudono gelosamente gl'ingranaggi dei cambi e del differenziale, per osservare se il funzionamento era stato normale, e per rinnovarvi l'olio o il grasso entro i quali quegl'ingranaggi sono perennemente immersi. La carrozzeria, che la via di Tomsk aveva un po' sconnesso, fu rinforzata con piastrine e viti d'acciaio.
Ad Omsk decidemmo sull'itinerario da seguire per giungere a Kazan. Vi sono due vie: una breve e una lunga. La breve, naturalmente, fu la prescelta dal Comitato della corsa a Parigi. Essa  la seguente: Omsk, Kurgan, Tscheljabinsk, Ufa e Kazan, e segue presso a poco la ferrovia. Ma il Comitato russo formatosi a Pietroburgo per patrocinare la corsa, consigliava di seguire la via pi lunga perch migliore, di andare cio a Kazan per Tjumen, Jekaterimburg, Perm. Questa via gira al nord salendo fino al 58 grado di latitudine mentre l'altra arriva appena al 55 grado. Quel grande arco boreale di tre gradi di raggio non ci seduceva veramente come la linea retta che, dicono almeno i geometri,  la pi corta. Ma ci rimettemmo alla sapienza del Comitato di Pietroburgo, il quale ci aveva fatto pervenire degli splendidi tracciati stradali, disegnati apposta per noi. Su questi tracciati, il solo itinerario prescelto a Pietroburgo era svolto interamente con i profili altimetrici e le distanze in verste fra villaggio e villaggio. Un lavoro di pazienza che ci fu estremamente utile. Ci sentivamo riconoscenti di questi aiuti efficaci del Comitato di Pietroburgo, ai quali si aggiungevano le cortesie infinite dei comitati minori, sorti nelle citt principali per riceverci. Dovunque ci sentivamo circondati da una franca e spontanea cordialit: si sarebbe detto che i russi, non potendo togliere gli ostacoli e i pericoli dalle loro strade, facessero di tutto perch ce li dimenticassimo.
Il giorno 16 ricevemmo la notizia che le De Dion-Bouton erano giunte a Marinsk.
Fummo pilotati fuori da Omsk, alle tre del mattino del 17, da un'automobile antica, minuscola, piuttosto simile ad una carrozzella da bb, raro cimelio dell'automobilismo siberiano. Era montata da due dei nostri pi recenti amici, membri del Comitato d'Omsk. Uno di essi, un simpatico svedese di statura colossale, indossava una strana impermeabile bianca che per la cuffia arricciata ai bordi aveva tutta l'apparenza d'un abbigliamento femminile. Egli sarebbe sembrato una signora in sortie de bal, se volgendosi non avesse mostrato, fuori della cuffia da dmino, la pi imponente delle barbe.
La citt dormiva ancora. L'Om appariva immoto sotto al pallore rosato dell'alba: le oscure ombre dei battelli, dalle ciminiere alte e spente, s'ammassavano presso le rive tanto operose di giorno. Usciti dall'abitato sulla strada di Tjumen, quando ogni errore non era pi possibile la piccola automobile si tir in disparte per lasciarci passare, e scambiammo saluti con le nostre guide. Nell'entusiasmo lo svedese in sortie de bal estrasse la rivoltella, ed aggiunse agli hurrah! un efficacissimo accompagnamento di detonazioni. Dopo questo saluto navale, l'automobile prese la corsa veloce sulla steppa, che sembrava proprio un mare calmo, verde.
Il cielo era sereno, limpido: si sarebbe detto un cielo italiano, se l'aria frizzante non ci avesse morso le orecchia. Il sole sorgeva sull'orizzonte piano. Ritrovavamo il paesaggio eguale, infinito, malinconico, lasciato due giorni prima. Erbe, arbusti, betulle nane, giuncaglie: non vedevamo altro. Ma ne eravamo contenti, non chiedevamo di pi; per noi i migliori paesaggi erano quelli che facilitavano la nostra fuga. Spingevamo la macchina alla terza e alla quarta velocit. Curvi, fendevamo l'aria che gonfiava i nostri abiti, che faceva garrire la bandiera a poppa, che rombava impetuosa intorno a noi. Ci sentivamo inebriati come per una libert riconquistata; ci sembrava di riprendere finalmente un gran volo incominciato laggi, nelle pianure mongole.
Incontravamo ogni tanto lunghe carovane di teleghe, i cui conducenti dormivano ancora. Sordi ai segnali, essi si svegliavano soltanto quando passavamo loro vicino. Si stropicciavano gli occhi, credendo forse di sognare, e, come tutti i carrettieri siberiani, rimanevano tanto stupefatti da non pensare neppure a calmare i loro cavalli impennati e fuggenti.
I villaggi erano rari: manca il legname per costruirli. Alcune casupole erano fatte con frasche intrecciate: sembravano dei grossi panieri. Ed era singolare udire uscire da quei panieri grida di meraviglia al nostro passaggio. Giungemmo in tre ore alla riva dell'Irtysch, sulla quale sono posti segnali di navigazione; delle boe rosse ondeggiano nella corrente. I battelli a vapore vi discendono fino a Tobolsk. Abbiamo trovato sul bordo del fiume una grande carovana di contadini che tornavano da Omsk dove erano stati a comperarsi delle falciatrici e delle erpici americane, ed aspettavano per passare all'altra riva. Erano tutti emigrati, oriundi delle provincie tedesche, ed avevano infatti pi il tipo teutonico che il tipo slavo. Si dicevano contenti della nuova patria. Una gran parte della trasformazione della Siberia  operata da uomini di questa razza.
Attraversammo l'Irtysch sopra una barca che aveva per motore quattro cavalli, come quella sul Tom, e che era comandata da un magnifico capitano barbuto, il quale cavalcava, frustava e gridava per mantenere il motore al trotto. Abbiamo ripreso la corsa. Trascorrevano le ore. Sfilavano i numeri delle verste. E passavamo per villaggi le cui casette hanno i tetti interamente coperti di zolle erbose, tetti fioriti; si sarebbe detto che le casupole fossero sorte dal suolo sollevando pezzi di prato. Alle dieci scorgemmo sull'orizzonte una grande colonna di fumo.
Era un'immensa nube, bianca agli orli, dove il sole l'illuminava, e fosca, come tempestosa, verso la terra. Si ripiegava e sfumava a ponente. Avvicinandoci la vedevamo sempre pi alta, pi densa, pi larga. Che cosa ardeva? Non dubitammo che qualche immenso incendio stesse divorando un villaggio. Osservammo la direzione della nube e consultammo la carta. L'incendio si trovava sulla nostra via. Forse Abatsk bruciava. Ci persuademmo che Abatsk fosse in fiamme. Era l, Abatsk, proprio l.
Guardavamo con interesse angoscioso, senza parlare, quel tragico nembo che ingigantiva, che occupava a poco a poco la met del cielo, che di quando in quando aveva delle oscillazioni lente dissolvendosi da un lato e infoltendo dall'altro. Mezz'ora dopo ci accorgemmo che era una prateria che bruciava. Le erbe essiccate, i cespugli, offrivano un inesauribile alimento al fuoco, che camminava verso ponente spinto da una brezza lieve lieve.
Trovammo Abatsk salva, ma minacciata. Il sole era scomparso. Nuvole di fumo annebbiavano il giorno, formavano su di noi una sinistra ombra d'eruzione. Vi era una luce lugubre di cataclisma. Fuori di ogni casa erano stati messi tutti i recipienti colmi d'acqua, secchi, brocche, orci. Gruppi di gente erano pronti ai pozzi. Il villaggio si trovava in istato di difesa. Tutti osservavano immobili: si sarebbe detto che aspettassero un assalto e che vigilassero dalla parte del nemico. Poco discosto dalle case degli uomini lavoravano a scavare un fossato. Numerose teleghe dai paesi vicini arrivavano portando contadini muniti di pale, di zappe, di altri attrezzi. Ma si vedeva in tutto ci un ordine che significava quasi una preparazione. Gl'incendi, in quella stagione non debbono esser rari sulla steppa. I villaggi hanno certamente un piano di guerra per respingerli, e quando il fuoco arriva lo mettono in esecuzione con la calma di chi non  preso alla sprovvista. In pochi minuti noi ci trovammo di nuovo sotto al sole limpido.
Il viaggio rientr nella monotonia. Trovammo qualche sabbione, che ci ricord l'arrivo a Kiakhta, e, nel pomeriggio, rivedemmo alcuni boschetti di betulle. La betulla tornava a crescere, riprendeva le sue proporzioni naturali. Vicino a quei boschetti era Ischim, la nostra tappa, una cittadina bianca e silenziosa. Vi arrivammo alle tre. Avevamo percorso 355 chilometri.
Ischim  piccola, isolata nella pianura, e sembra disabitata. Una volta all'anno diventa una gran citt. Tanti suoi edifici non si aprono e non vivono che in quella ricorrenza. Essa  celebre per essere il centro di una gran fiera annuale che eguaglia, dicono gli abitanti d'Ischim, quella di Nishnii-Nowgorod. Ma noi la vedevamo nella lunga epoca del suo riposo.
Un ricco mercante volle ospitarci nella sua casa. Ritrovammo le patriarcali larghezze di Kiakhta e di Irkutsk: tavola imbandita, e porta aperta agli amici e alle autorit. Mentre facevamo del nostro meglio onore alle accoglienze del nostro ospite, vennero ad avvertirci che il popolo d'Ischim desiderava vederci. Non si fa aspettare il popolo, nemmeno a Ischim, specialmente quando si contenta di cos poco. E siamo discesi.
Una gran folla aveva invaso il cortile ed assediava l'automobile. Alla nostra comparsa  scrosciato un applauso. Sostenuto l'applauso con la dignit che l'occasione richiedeva, ci siamo mossi per rientrare in casa. Ma no, il popolo non  soddisfatto, diamine! Vuol vederci correre in automobile. Siamo arrivati in citt cos improvvisamente che nessuno ci ha ammirati. Era nostro dovere riparare a questa trascuratezza deplorevole. Siamo montati in automobile, e abbiamo in cinque minuti percorso tutte le strade. La rentre nel cortile  stata magnifica. L'entusiasmo popolare non ebbe limiti. Io fui strappato a viva forza dal mio sedile, sollevato sulle spalle dalla folla, e portato in trionfo. Il popolo d'Ischim mi aveva scambiato per il Principe.
Urlai alla moltitudine che il Principe non ero io, e fui lasciato libero. Ma rimasi invendicato: Borghese s'era messo gi in salvo.
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CAPITOLO 18. GLI URALI.
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Dall'automobile alla "Troika". Tjumen. Addio Siberia! Il saluto di Kamylschow. Jekaterinburg. Dall'Asia all'Europa. Le foreste degli Urali. Il primo minareto. Perm. Una ruota malata e la sua cura.
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La steppa, sempre la steppa.
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Alle cinque del mattino, 18 Luglio, i campanili d'Ischim sparivano al nostro sguardo, lasciavamo i boschetti di betulle che formano come un'oasi di alte piante sulle rive del fiume Ischim, confluente dell'Irtysch, e rientravamo nella verde eguaglianza della pianura.
La nostra distrazione principale consisteva nel seguire la numerazione delle verste, che ricomincia da villaggio a villaggio; nel fare il conto della distanza percorsa; e nel variarlo facendo il conto di quella da percorrere. Dopo le prime ore la nostra corsa cominci ad essere rallentata da numerosi sabbioni profondi, che cercavamo di evitare, quando era possibile, correndo sull'erba ai lati della strada. Di tanto in tanto il terreno ondulava lievemente. Cominciavamo insensibilmente a uscire da quella perfetta pianura, da quell'oceano di terra sul quale avevamo viaggiato per quasi mille chilometri. E gli alberi, i grandi alberi, non dovevano essere lontani. Non li vedevamo ancora, ma incontravamo carri che trasportavano tronchi di pino. A mezzogiorno, superate delle dune, abbastanza faticose per il motore, arrivavamo in un grosso villaggio: Zowodonowskaja.
All'ingresso del villaggio stavano delle troike superbe, i cui magnifici cavalli neri, scuotendo impazienti le teste nervose, facevano trillare sonagliere d'argento; sui dug oscillavano dei campanelli; i cocchieri dai capelli lunghi e le barbe fluenti vestivano armiak sgargianti alla circassa, con vistose cinture, e portavano gli abiti imbottiti alla vecchia moda russa, per la quale il cocchiere styl appare enorme, mastodontico, pi largo che alto. Il servo di grande famiglia deve essere grasso in Russia, per dimostrare l'opulenza e la generosit dei padroni. Quelle troike aspettavano noi. Un ricchissimo mercante siberiano, proprietario di miniere nei dintorni, voleva offrirci da colazione in un suo possedimento vicino. Accettammo. L'automobile fu lasciata nel villaggio, e noi, insieme al nostro ospite e ad alcuni suoi amici, prendemmo posto nelle troike; e via a corsa sfrenata fra nembi di polvere, tenendoci abbracciati per non essere sbalzati via dai piccoli seggi senza spalliera.
In genere le vetture veramente russe non sono eccessivamente comode; occorre una certa abilit per reggervisi; si direbbe che i russi amino aggiungere ai sedili dei loro veicoli le attrattive della sella; bisogna conoscere i segreti e le risorse dell'equitazione per servirsi impunemente di quelle carrozze. Ma esse sono create per essere veloci, e fanno godere, per la loro stessa semplicit, per la loro leggerezza, tutto il piacere della corsa. L'attacco a troika ha qualche cosa di classico; potrebbe essere l'attacco d'un carro romano. I cavalli vi sono disposti con una simmetria scultoria: nel mezzo il gran trottatore, ai fianchi i due volantini che galoppano. E galoppano divergendo le teste, con i musi volti all'esterno e trattenuti cos da robuste tirelle; i tre cavalli sono disposti come quelle delle bighe trionfali.
Andavamo furiosamente per sentieri sabbiosi; quindi entrammo fra boscaglie, e mezz'ora dopo la steppa si trasformava miracolosamente ai nostri occhi: sorgevano folti boschi di pini, frutteti, e poi un parco ombroso sulle rive d'un fiumicello calmo e limpido, e fra gli alberi tetti di hangars, di palazzine, di scuderie, e un opificio che prendeva dal fiume la sua forza.
La colazione fu servita all'aperto, sotto alla frescura delle piante, con la larga e semplice ospitalit di altri tempi. E ci pareva di vivere in altri tempi, in qualche colonia dimenticata dal mondo, o che avesse dimenticato il mondo. Le toilettes delle signore erano di quarantanni fa; una venerabile dama mia vicina, con i capelli grigi a boccole, mi parlava fluentemente in un francese letterario che non  pi vivo; il fratello del nostro ospite, un gigante, vestiva l'antico costume siberiano, con la camiciola di seta coperta di ricami e la cintura coperta d'argento. Vedevamo nella padrona di casa un tipo di forte eroina da vecchio romanzo, che amava vestirsi da cosacco, armarsi di fucile e di yatagan, montare a cavallo come un uomo, e galoppare via per la foresta cacciando. I suoi figliuoli indossavano tutti il costume nazionale, come dei piccoli mujik. I servi erano numerosissimi, e venivano, donne ed uomini, a curiosare con familiarit rispettosa. Mangiavamo sotto gli sguardi di una folla pittoresca, multicolore, scalza. Una vecchia salut il padrone genuflettendosi e toccando con la fronte la terra. Delle giovani fantesche bionde portavano senza interruzione cibi e bevande.
Il convito sarebbe continuato chi sa fino a quando, se dopo tre ore non ci fossimo ricordati di dover pernottare alla sera a Tjumen, lontana 340 chilometri da Ischim. Dovemmo resistere a tutte le preghiere, insistere, ribellarci cortesemente, per non rimanere l, ospiti perenni. Cominciavamo, avvicinandoci all'Europa, a penetrare in regioni dove ci aspettavano quei piacevoli ostacoli che si chiamano inviti. Il Principe doveva dimostrare pi ferma decisione per andare avanti in mezzo all'ospitalit, di quanto non ne avesse avuto bisogno fra le paludi e fra le roccie. Anche il giorno prima, a cento verste da Omsk, eravamo stati fermati da una colazione, che ebbe il merito della rapidit.
Le troike furono nuovamente attaccate, galoppammo verso il villaggio, e alle quattro riprendevamo la strada di Tjumen. Attraversammo il Tobol a Jalutorowsk, e qualche ora pi tardi il Pyschma a Bogandinsk. Nelle citt, sulla via, della gente ci aspettava, ci salutava; eravamo precorsi dalla notizia del nostro arrivo. Anche in aperta campagna eravamo talvolta riconosciuti. Ad un bivio domandammo la strada ad un giovanotto, il quale, dopo avercela indicata, mentre ci allontanavamo ci grid:
- Da Pechino?
- S.
- Principe, Borghese?
- S.
- Hurrah!
E agit il berretto. Questi saluti solitari e spontanei ci erano cari; risvegliavano in noi delle improvvise simpatie come se ci gridassero: Siamo amici! - e ci volgevamo a rispondere con effusione e con riconoscenza.
Arrivammo a Tjumen alle otto. Vi era un Comitato a Tjumen che ci ricev all'ingresso della citt; e col Comitato v'erano dei fotografi; e con i fotografi dei corrispondenti di giornali russi. Fummo cos ricevuti, ritratti ed intervistati. Uno di quei miei colleghi mi aveva preso specialmente di mira; armato di un gran taccuino e di un lapis ben temperato, mi si era messo vicino come un'ombra. Lo ebbi con me mentre scrivevo i dispacci, e poi al telegrafo, poi durante il mio pranzo (non avevo potuto seguire Borghese ad un banchetto d'onore), quando mi coricavo; venne a bussare alla finestra, bassa sulla strada, mentre dormivo. Era un ometto magro, ostinato, impassibile. Mi diceva:
- Ditemi qualche cosa.
- Non ho niente da dirvi, mi dispiace.... Il viaggio  stato buono. Ecco.
- Ancora qualche cosa.
- Non ho altro.
- Pensateci.
Io tacevo, lavoravo, mi occupavo, dimenticavo la sua presenza. Poi, ad un tratto mi sentivo chiedere:
- Avete pensato?
Egli era l, sempre l, implacabile. Cercavo di consegnarlo ad Ettore, ma inutilmente. Egli era persuaso che io conoscessi delle cose straordinarie sulla Pechino-Parigi.
Tjumen ha veramente l'apparenza di una citt della Russia d'Europa, con le grandi strade acciottolate, i palazzi non pi di legno ma di muro, i marciapiedi alberati, l'abbondanza di scritte sui negozi - le quali indicano una certa percentuale di gente che sa leggere. Nella Siberia sono pi le insegne che le scritte, anche nelle grandi citt; sulle botteghe si ammirano molte pitture e poche parole; le cose vi sono espresse col disegno e con i colori; si vedono cappelli, scarpe, samovar, abiti, ruote di carrozza: si  ancora in piena epoca del geroglifico. Con Tjumen principia evidentemente un paese pi familiare all'alfabeto.
Eravamo infatti quasi sui confini politici dell'Europa.
Ripartimmo alle quattro del mattino del 19 Luglio, diretti a Jekaterinburg, lontana 328 chilometri.
A Tjumen la steppa finisce. Vicino alla citt essa comincia a trasformarsi, a poco a poco, insensibilmente. Vedemmo gli arbusti e i cespugli crescere, allargarsi, infoltirsi, ridivenire alberi ed ergersi su tronchi sempre pi forti, alti, direi quasi prepotenti. La foresta ritornava. Essa riprendeva lentamente possesso della terra, e vinceva la steppa.
Ci trovammo, quasi senza accorgercene, all'ombra di gigantesche betulle fiancheggianti la via. Formavano da prima due immensi e superbi filari; poi si spessirono, divennero bosco, un bosco rigoglioso entro il quale la strada si bucava un passaggio. Alle betulle si frammischiarono gli abeti; sopravvenne quindi l'immensa armata dei pini, con i loro tronchi simili a snelle colonne rossicce. Le tracce del transito si cancellavano sulla via ricoperta selvaggiamente d'erbe. Avevamo l'impressione di entrare nella taiga. Anche l la ferrovia - una breve linea che va da Tjumen a Jekaterinburg - condannava la strada maestra all'abbandono. Le chiome folte degli alberi rinserravano lo spazio sulle nostre teste, non vedevamo pi che uno squarcio di cielo e sottili striscie di sole. Dovevamo abbandonare le nostre belle velocit, e procedere lentamente nell'ombra verde e fresca, profumata di resina, di timo, di menta, di fiori. L'erba era costellata di piccole fragole mature, rosse e olezzanti.
Eravamo a cinquanta verste da Tjumen, quando nel profondo del bosco, a sinistra della strada, scorgemmo due alti pali vicini, dipinti a fascie bianche e nere, recanti due tabelle. Nelle tabelle era dipinta l'aquila imperiale nera a due teste, con le ali aperte e il globo e lo scettro negli artigli; sotto alle aquile delle parole sbiadite. Rallentammo per leggerle. In una era scritto: "Governo di Tobolsk". Nell'altra: "Governo di Perm". Lanciammo un alto grido, che risuon nel silenzio della foresta:
- Addio Siberia!
Entravamo nella Russia europea.
Non ancora nell'Europa. L'Europa incomincia agli Urali. Non passavamo che un confine amministrativo; ma la Siberia, la vera Siberia era gi lontana: era finita colla steppa. Per qualche tempo la nostra mente ritorn sulla strada fatta. Tacevamo, guardando distrattamente avanti a noi. Rivedevamo la Transbaikalia con i suoi panorami svariati che danno un'idea di disordine, i suoi fiumicelli violenti, il suo gran lago che nella calma sembra un abisso di serenit. Rivedevamo le verdi praterie e le mandrie che vi pascolano, e i buriati che le guardano; e la taiga fosca e grandiosa, immenso popolo d'alberi che si difende. Rivedevamo i larghi, sterminati fiumi siberiani che nascono nel torrido centro dell'Asia e vanno a morire nei mari glaciali, che trascinano nel loro fango le polveri d'oro strappate alle remote e quasi ignote montagne degli Altai e dei Changai, le quali nascondono forse il pi grande deposito di tesori della terra; il Jenissei veloce, l'Obi maestoso, l'Irtysch operoso, si succedevano nella nostra memoria. Rivedevamo l'infinita schiera di villaggi oscuri, isolati, dalle rozze isbe di tronchi; e le citt pittoresche; e le innumerevoli chiese bianche dalle cupole azzurre e verdi; e la steppa che pareva senza fine. Dimenticavamo quanto avevamo faticato e sofferto, e passandone il confine ci accorgevamo di amarla un po' la Siberia; di amarla appunto perch vi avevamo sofferto. Perch tutte le energie e le emozioni che avevamo disseminate sul lungo tragitto, erano una parte viva dell'anima nostra; e ci pareva che questo allacciasse una non so quale intimit fra noi e quella terra.
L'avevamo odiata in certi momenti, quando era forte, quando sembrava che dovesse fermarci, sopraffarci: ma lasciandola l'avevamo vinta.
Provavamo per lei una simpatia nuova che veniva precisamente da questo senso di vittoria. La generosit verso il vinto non  in fondo che riconoscenza. Nulla  pi dolce alla memoria d'una lotta fortunata. Noi amiamo di pi quel che conquistiamo a fatica, quel che ci costa pi caro. Amavamo la Siberia per i suoi ponti cadenti, per i suoi fanghi viscidi, per i suoi pantani, per le sue sabbie, per tutto ci a cui dovevamo in quel momento una pi alta e pi fiera gioia di trionfo. E rammentavamo con dolcezza tutti coloro che avevamo incontrato laggi, tutti gli amici lasciati appena conosciuti, tutte le bont ignote che ci avevano assistito e confortato; sentivamo che al nostro ricordo doveva rispondere un altro ricordo, sentivamo che la Siberia con migliaia di menti ci seguiva.... Addio, Siberia!
Ancora per trenta verste continuammo a correre nel bosco. Poi il folto si dirad, si apr, cominciarono delle radure, poi vennero dei prati, poi dei campi, sui quali i cavalli a coppie trascinavano l'aratro e l'erpice, guidati da ragazzi a cavallo sul garese, e seguiti da stormi di corvi gracidanti che beccavano i vermi e i semi nel solco appena aperto. Spesseggiavano i villaggi, grandi, popolosi, dalle case pi adorne, fatte di tronchi squadrati, ornate d'intagli di legno, le imposte dipinte a fiorami. I mujik vestivano quasi tutti il camiciotto rosso, quell'indtimento che piace tanto a Tolstoj.
Ma non vedevamo pi in loro la bonariet siberiana. Ci accoglievano con segni di meraviglia ostile, come se rappresentassimo l'arrivo di qualche nemico ignoto. Alcuni uomini fuggivano; altri ci guardavano torvamente, atteggiati a difesa. Delle donne ripetevano uno strano segno di scongiuro, sputando dalla nostra parte. Questo solo sarebbe bastato a significarci che entravamo fra gente d'un'altra razza, o per lo meno d'un'altra anima.
La campagna si faceva sempre pi variata, ondulava leggermente, offrendoci piccole discese e piccole salite. Non potevamo riprendere la nostra corsa; la strada continuava ad esser cattiva fuori della foresta, era solcata da fossette, piena di buche, attraversata da ponticelli di legno incerti. Avvicinandoci ad una citt trovammo della gente sulla strada. Anzi fu la presenza di questa gente ben vestita, di ufficiali, di signore, di studenti, fermi all'ombra d'una pineta, fra le vetture che li avevano condotti, che ci rivel la vicinanza d'una citt. Era la folla dei piccoli centri provinciali russi. Aspettava noi.
Vedendoci arrivare, si appress e ci salut. Mentre passavamo si levarono grida di augurio; gli uomini si scoprirono, le donne sventolavano i fazzoletti. Un giovanotto in bicicletta si mise a pedalare avanti a noi facendoci cenno di seguirlo. Discendemmo un declivio, e la citt ci apparve, con i suoi tetti disseminati fra gli alberi, i suoi campanili dalla punta dorata. Era Kamyschlow. Seguimmo fedelmente il ciclista che ci pilot attraverso le vie e le piazze, e poi per un mercato, ci fece passare un ponte, e ci lasci dopo averci indicato la buona strada per Jekaterinburg. Senza la sua guida, fidandoci alle apparenze, avremmo probabilmente infilato la strada per Irbit. Fu una traversata rapida, che ci lasci un confuso ricordo di quella graziosa cittadina, verso la quale sentivamo riconoscenza per il saluto inatteso gettatoci nell'aperta campagna.
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Il tempo s'era guastato rapidamente. Partiti con un bel sereno da Tjumen, avevamo trovato la pioggia all'uscire della foresta. Ed ogni tanto un rovescio d'acqua s'alternava con un'ora di sole. Passato Kamyschlow il tempo i content d'essere arcigno. All'occidente era tempestoso. Dalle prime ore del pomeriggio il pi violento temporale pareva imperversasse sui confini dell'Europa. Noi camminavamo dritti verso quel fosco ponente. La strada non deviava quasi pi. Non indugiava a volgersi; pareva divenuta come noi frettolosa di correre direttamente incontro agli Urali. Saliva e scendeva su dolci pendii come un gran nastro adagiato sulla terra; era migliore, e potevamo andare con maggiore rapidit.
L'automobile sollevava e lasciava dietro di s nell'aria calma - d'una immobilit minacciosa - una nuvola di polvere densa, che rimaneva per chilometri sulla via. Vedevamo la nuvola dalla sommit delle alture persistere lontano, come il fumo d'un incendio appiccato da noi.
Entrammo verso le tre in terre nuovamente selvagge. I villaggi s'erano fatti rari; passavano lunghe ore senza vederne alcuno. Poi la foresta si richiuse su di noi in pinete secolari, magnifiche, caratteristiche degli Urali. La strada vi correva infossata. Pareva tagliata in una valle di tronchi maestosi. Ma la foresta aveva delle radure, e nelle radure sorgevano ville signorili. Dalle verande gruppi di eleganti signore ci salutavano. L'aspetto primitivo del paese mentiva: eravamo vicini a una grande citt, e citt ricca. Jekaterinburg si annunziava. Jekaterinburg la capitale mineraria della regione degli Urali, il gran mercato dell'oro e del carbone.
Erano le sette, quando in cima ad una salita scorgemmo una folla che agitava le braccia. Le arrivammo vicino e intorno a noi si lev un lungo hurrah! Anche Jekaterinburg ci aveva mandato avanti il suo saluto.
Seguiti da biciclette e da vetture entravamo poco dopo nell'elegante citt, mentre si rovesciava un diluvio d'acqua. A Jekaterinburg, fra le pi simpatiche e cordiali accoglienze, trascorremmo le ultime ore della nostra vita asiatica, cominciata a Pechino, seimila chilometri lontano.
Abbiamo passato il confine geografico dell'Europa nella mattina del 20 Luglio, alle ore 5,17.
Vicino alla strada, in una piccola radura in mezzo alla foresta, al valico d'una delle pi alte vette degli Urali, si erge un obelisco di marmo, sulla cui fronte orientale  incisa la parola "Asia"; e sull'occidentale la parola "Europa".
Aspettavamo con impazienza questo varco. Avevamo parlato pi volte dell'istante in cui saremmo passati da un continente all'altro, di quell'istante fuggevole e pure indimenticabile, grave, pieno di significazione profonda, nel quale avremmo finito di correre sul suolo asiatico. In quell'attimo compivamo l'intera traversata dell'Asia dal suo pi lontano confine, dalle rive dell'Oceano Pacifico. In quaranta giorni avevamo percorso tutto l'immenso antico continente. Passo per passo ci era nota una delle pi grandi strade dell'umanit, la pi grande forse, che da epoche immemorabili ha visto un flusso e riflusso di razze e di civilt, che ha portato verso l'Occidente le maree tartare ed ha portato verso l'Oriente la marea slava: strada maestra di conquiste e d'idee, di religioni e di tesori, di leggende e di mercanzie, di eserciti e d'oro. Avevamo sentito intorno a noi tutto il misterioso fascino dell'Asia, specialmente laggi nella Mongolia, nei vasti silenzi, in mezzo a un popolo sognante, assorto nel pensiero di infinite rincarnazioni, che considera la vita presente un episodio infimo come il moto d'un'onda nell'oceano, che vive per la morte; ed avevamo pensato se non fosse nell'aria, nell'acqua di quel centro asiatico una qualche mistica potenza che distaccasse milioni d'uomini dal mondo. Le pi grandi religioni sono nate nell'Asia; sono scaturite come faville da quella terra accesa d'ideali, per divampare lontano.
L'idea d'un'anima, che forse  la pi alta idea che abbia mai avuto l'uomo e che ha creato la coscienza, la virt e la bont,  un'idea asiatica. La nostra scettica civilt materialista, refluendo sull'Asia, urta nel grande dispregio delle cose terrene. Non trova l'ostilit; trova di pi: l'indifferenza. E l'indifferenza stessa del mujik, quella serena contentabilit che  il solo ostacolo ad un rapido progresso della razza slava, non  che una eredit dell'Asia. Nel risveglio siberiano sono gli stranieri che portano l'iniziativa e l'energia maggiori, che comunicano una febbre di attivit all'anima contemplativa e sognante del popolo biondo. Noi avevamo sentito l'Asia in tutto, nell'abbandono delle strade, nella indifferenza e nella rassegnazione della gente ad ogni circostanza della vita, nella stessa ospitalit che ci accoglieva e che non voleva lasciarci ripartire perch non comprendeva il valore del tempo, perch non sapeva rendersi ragione delle nostre premure, della stessa nostra corsa cos lunga e cos inutile. Per noi la traversata dell'Asia non aveva rappresentato soltanto una successione di paesaggi; avevamo avuto un contatto intimo e costante con quella gran terra e con le sue genti; passando dai cinesi ai mongoli, ai buriati, agli slavi, ai kirghisi, passando dal buddhismo alterato da Confucio al buddhismo dei Lama, ai cristianesimo feticista della Transbaikalia, all'ortodossia della Siberia occidentale, all'islamismo, avevamo sentito sfumature di razza e di coscienza, parentele di sangue e di carattere, affinit di linguaggio e di opinioni, e senza capirlo avevamo intuito un lento movimento di stirpi, un incalcolabile andare e venire di emigrazioni, un fluire di popoli, nell'immobilit apparente, dalle stesse origini, dallo stesso cuore dell'Asia, e un loro ritorno trasformati; avevamo avuto la visione vaga d'un moto che sorpassa i confini della memoria storica. L'Asia, l'Asia che tace, l'Asia che dorme, la vecchia Asia che sembra quasi un continente spento, ci era parsa invece piena d'una attivit troppo vasta per essere percepita. Quella gran madre di popoli, dalla quale la nostra stessa razza  uscita, ci si era rivelata ancora giovane, circondante di silenzio e di quiete una sua nuova fecondit. Ecco perch avevamo pensato con una specie di riverenza al momento in cui avremmo varcato il suo confine.
E poich quel passaggio era per noi anche un ritorno, avevamo deciso di fermarci e di brindare sulla poetica soglia del nostro continente. Nella cassetta degli attrezzi era riposta, per una previsione encomiabile, della quale mi vanto, una buona bottiglia di champagne destinata a questo scopo. Ma quando giungemmo l, non so dire perch, tacemmo, e per un accordo inespresso continuammo a correre, chiuso ognuno di noi nei suoi pensieri, non scevri da una certa emozione. In quell'istante la cerimonia ideata ci parve meschina, fermarci a bere in quel luogo era una specie di profanazione. Nulla valeva la solennit di quel nostro raccoglimento.
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L'automobile scivolava rapida per i dolci declivi di quelle pigre e molli collinette che usurpano il nome di monti. Gli Urali sembrano alti ed imponenti soltanto agli uomini della steppa; sono montagne perch sorgono fra la pianura siberiana e la pianura russa. Noi, abituati alle imponenti linee degli Appennini e delle Alpi, eravamo arrivati agli Urali senza accorgercene. Giungendo a Jekaterinburg alla vigilia, credevamo che le loro vette ci fossero nascoste dal temporale. Poi, alla prima mattina, salendo fra ondulazioni boscose, supponevamo di trovarci sui primi contrafforti degli Urali. Invece passavamo le cime pi alte di quel sistema montuoso.
La strada, larghissima e abbastanza buona, fuggiva diritta per lunghissimi tratti, grande solco bianco ed infinito nel folto dei boschi nei quali non penetra il sole. Le sterminate pinete ci sembravano piene di notte. Ad un certo punto, ecco balzar fuori un daino: si ferma sulla strada per alcuni secondi, sorpreso dell'avvicinarsi fulmineo dell'automobile, il leggiadro corpo fulvo pronto allo slancio, si volge verso di noi col muso sottile e il collo snello in atteggiamento pauroso, salta indietro, e sparisce fra gli arbusti che s'intrecciano ai piedi dei grandi tronchi. Spesso vedevamo degli alberi schiantati dal fulmine o dalla bufera giacere abbattuti: qualcuno di questi giganti atterrati ingombrava i lati della strada.
Attraverso questo paesaggio primordiale camminammo per due ore. Non avremmo mai creduto di trovarci in una delle pi industri regioni russe, se non avessimo scorto ogni tanto, in fondo a qualche vallata, al di sopra della massa scura degli alberi, levarsi ciminiere fumanti di opifici, di miniere, di fonderie. La ricchezza di queste contrade non  sulla terra:  sotto. Diboscare  inutile. Quando si scopre una miniera si crea una strada per trasportarne i prodotti, ed  tutto; il paese pu rimanere selvaggio. Dovevamo spesso rallentare la corsa o fermarci per lasciar passare lunghe carovane di centinaia di teleghe cariche di ferro, di carbone, di rame, dirette a Jekaterinburg dove una breve ferrovia porta questi frutti degli Urali a Tscheljabinsk, sulla gran linea di transito. Ora una linea diretta fra Jekaterinburg e Kazan  in costruzione, e c'incontrammo pi volte nella mattinata sui lavori ferroviari che tagliavano la nostra strada e ci costringevano a percorrere tratti di banchine terrose, a traversare passerelle malferme e ponti provvisori, I carrettieri degli Urali c'ingiuriavano. Non ce ne sentimmo offesi: vedevamo in quelle ingiurie il segno pi evidente di essere giunti in Europa. Il paesaggio, presso a poco, poteva essere anche asiatico; era bene che ci accorgessimo che qualche cosa mutava. La pazienza e la serena benevolenza degli abitanti erano rimaste all'altro versante.
Verso le dieci eravamo nuovamente nella pianura. Pioveva. Avevamo lasciato Jekaterinburg sotto un promettente sereno; ora minacciava un diluvio. La strada, passata la regione delle miniere, ridiveniva cattiva, melmosa, difficile. Le distanze ci sembravano interminabili. Eravamo trattenuti da salite ribelli quasi come quelle di Krasnojarsk, ma, dopo qualche tentativo per superarle, trovavamo quasi sempre il modo di evitarle andando sull'erba dei prati. Cominciavamo ad essere interamente ricoperti di fango. Il fango schizzava cos assiduamente su di noi, che avevamo dovuto rinunziare a mangiare un boccone di cioccolata per riconfortarci; non avevamo fatto in tempo a tirar fuori quella modesta colazione, che era gi coperta di mota. Quell'interminabile rovesciarsi di fango su di noi, che ci penetrava persino nella bocca e negli occhi, ci avviliva, ci umiliava, c'irritava come un dispetto ingiurioso. Ci sentivamo stanchi. Ordinariamente ci avveniva di sentire di pi la stanchezza quando ci accorgevamo di essere molto lontani dalla tappa prestabilita; era un fenomeno curioso; si pu dire che eravamo meno stanchi per la strada fatta che per la strada da fare. E quel giorno ne avevamo da fare molta della strada. Dovevamo arrivare a Perm, alla sede del governatorato, lontana circa 394 chilometri da Jekaterinburg. Alle quattro del pomeriggio non avevamo percorso che 293 chilometri.
Pi tardi la pioggia cess. Potemmo accelerare la velocit. Nella monotonia della strada una sonnolenza invincibile ci aggravava le palpebre, quando una singolare visione ci ridest. Erano cupole dorate, argentate, smaltate, grandi e piccole, campanili di ogni forma, che si aggruppavano al disopra d'una piccola citt: Kungur. Kungur presenta una delle pi belle visioni di citt orientale. Ha il profilo d'un paese da leggenda, con tutto quello scintillio di metalli preziosi. Deve essere un gran santuario, qualche centro della fede, perch all'apparenza ha pi chiese che case. Per le strade abbondano le imagini sacre, i tabernacoli, le cappelle votive, la cui penombra interna  costellata da fiammelle di lampade e di candele. I mujik passando si scoprono e si genuflettono.
Dopo alcune ore avemmo un'altra sorpresa religiosa: vedemmo il primo minareto tartaro a Kojonowa, a trenta verste da Perm. Ma era un minareto conciliativo, dall'aria quasi di campanile, con una mezzaluna invece della croce, e dominante una moschea di legno con delle finestre da isb; una moschea russificata, insomma. Soltanto al sud di Kazan, nella provincia di Samara, s'incontrano quei bei minareti bianchi e snelli, caratteristici, che l'Islam ha piantato nelle sue regioni come delle candide lance in segno di conquista.
I tartari accorrevano festosamente a vederci, e ci sorridevano con le loro buone facce asiatiche; indossavano casacche variopinte con quell'artistica trascuratezza che  propria degli orientali. Intravvedevamo dietro ai vetri delle piccole finestre i visi bruni delle loro donne, ornate di monili come gitane. Esse ci rammentavano appunto tipi di zingare incontrate pi volte lungo il nostro viaggio.
Ecco un altro popolo misterioso: lo zingaro. Abbiamo visto numerose famiglie di zingari persino a Tomsk, e per la steppa, accampate fra i loro cani e i loro cavalli. Come son giunte fino l? Da dove viene questa gente? Chi sono? Se il sentimento musicale rappresenta veramente una raffinatezza, un segno d'aristocrazia intellettuale, da quale nobile ceppo non discende mai questa razza di fuggiaschi che nella vita errabonda e selvaggia conserva l'amore e l'istinto della melodia, che sa mettere nei suoi canti passioni e dolori inesprimibili?
Non molto lontano da Perm, la strada entra fra boschi di abeti, e diviene sabbiosa. Sforzando il motore per superare i sabbioni nei quali le ruote affondavano, ci accorgemmo di una cosa terribile. La ruota motrice sinistra si sfasciava.
Ho gi detto che la catena avvolta da noi alla pneumatica di quella ruota per impedirle di scivolare nel fango, fra Kansk e Krasnojarsk, aveva prodotto qualche danno all'attaccatura dei raggi al cerchione. Era evidente che sulle salite il cerchione incatenato aveva offerto troppa resistenza, e le commessure s'erano allentate. Si trattava di allentamenti capillari! gli alveoli nei quali le teste dei raggi s'incastrano si erano allargati di frazioni di millimetro. Potevamo appena vedere una leggera fessura tutto intorno all'attaccatura d'ogni raggio. E la fessura spariva affatto quando la pioggia gonfiava il legno. Ma sotto al sole la ruota cominci a scricchiolare; ed Ettore quando metteva l'acqua nel radiatore, aveva preso l'abitudine di gettarne un secchio sulla ruota ammalata: il rimedio parve efficace. Questo avveniva fra Omsk e Jekaterinburg.
Ed ecco che vicino a Perm la ruota si mise a cigolare come non aveva mai fatto. Scendemmo a guardarla. Le fessure si erano allargate; i raggi giuocavano nei loro alveoli aprendoli sempre pi. Ma Ettore aveva sempre dei rimedi pronti: prese delle solide funicelle, ne leg i raggi incastrandole nelle fessure, e assicur cos alla ruota una certa rigidit. Il cigolio si fece pi sommesso.
Arrivammo a Perm verso le otto di sera. Il giorno era ancora chiarissimo. Le strade erano affollate, i trams pieni di gente. I trams ci fecero un'impressione gradevole; non ne avevamo ancora rivisti; erano i primi trams che incontravamo. Ogni citt ci riserbava una sorpresa nuova, qualche cosa che ci dava improvvisamente la visione della distanza superata, un segno inaspettato dell'avvicinarci alla meta. A Perm erano i trams, che guardavamo quasi con la stessa attenzione che la folla metteva a guardar noi. Dei ciclisti ci erano venuti incontro.
Erano dei bravi giovanotti, rappresentanti di non so quale grande associazione sportiva di Perm, pieni di cortesia e di simpatia, ma che a quell'ora, coperti di fango come eravamo, stanchi, con una ruota zoppa, reduci da una corsa di quasi quattrocento chilometri, ci pilotarono al loro velodromo; e questo allo scopo di vederci fare un giro della pista. Certe cose in Siberia non ci avvenivano.
All'albergo le nostre cure furono rivolte subito alla ruota. Smontata, fu osservata attentamente. Tenemmo un consulto. Il caso era gravissimo. Non v'era dubbio che i raggi minacciassero in massa di abbandonare il cerchione. Il Principe risolv di fasciare con nuove cordicelle asciutte i raggi, facendole penetrare negli spazi apertisi, e d'immergere per tutta la notte la ruota nell'acqua. Il legno e la corda si sarebbero rigonfiati per l'umidit assorbita, e la ruota sarebbe tornata salda e forte. Ettore approv il piano e si mise al lavoro. Due ore dopo la ruota era legata. Non mancava che da immergerla nell'acqua: il meno. Cio il pi. Non si trovava a Perm un recipiente capace di contenere la ruota. Le ricerche furono lunghe; cominciarono dall'albergo e si estesero per tutto il quartiere. La gente che s'era adunata intorno all'automobile e che aveva presenziato il lavoro, s'interessava attivamente alle nostre indagini cercando di ricordare i pi grossi recipienti veduti.
Un grosso funzionario in uniforme ebbe un'idea pratica e originale. Si avvicin a Borghese e gli disse:
- Scusi, lei vuol bagnare la ruota?
- S.
- E allora, perch non la manda in uno stabilimento di bagni?
Sarebbe sembrato uno scherzo, se il grosso funzionario non fosse rimasto serio, imperterrito sotto lo sguardo scrutatore del Principe, che sorrideva non sapendo come prendere la proposta.
- Lei dice...?
- Io dico che dovrebbe mandare la ruota in uno stabilimento di bagni, prendere in affitto una cabina, fare immergere la ruota nella vasca, e farla riprendere domani. Cos sar anche sicuro che nessuno la tocca.
- Quale stabilimento?
- Ne conosco uno buonissimo, sulla Kama. Se vuole, lei carica la ruota sopra un'iswoshchik e io do l'indirizzo al cocchiere.
- Benissimo! Ed  ancora aperto a quest'ora?
-  aperto sempre.
E cos si verific il fatto, certamente poco comune, d'una ruota d'automobile malata condotta a fare una cura idroterapica in uno stabilimento balneare.
La mattina dopo, alle quattro, la ruota aveva ripreso il suo posto di fatica.
- Come va ? - chiesi ad Ettore indicandola.
- Va benone - rispose tutto contento. -  tornata pi forte.
Fallace apparenza. Le malattie gravi fanno di questi effetti alle volte; producono l'illusione di miglioramenti subitanei. La nostra povera ruota era moribonda. Poche ore dopo rimanevamo in panna.
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CAPITOLO 19. DAL KAMA AL VOLGA.
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Automobile, latte ed uova. Una bufera. La ruota  rotta. La ruota  rifatta. Un villaggio che ha paura. Un guasto ai freni. "Postowo!"  Melckeski. Il lavoro sulla terra. Kazan.
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I cittadini di Perm, al mattino del 21 Luglio, debbono aver constatato, con loro grande sorpresa, un sensibile rincaro nei prezzi del latte e delle uova. Poco latte e poche uova sul mercato, in quel giorno. Noi abbiamo il rimorso d'essere stati la causa innocente di quella profonda perturbazione economica. L'automobilismo, nei paesi nuovi a questo sport, produce degli effetti inaspettati; ha delle conseguenze assolutamente imprevedibili. Ecco che cosa era accaduto:
Eravamo appena usciti dalla citt, con un tempo minaccioso e piagnucoloso, quando c'imbattemmo in una gran fila di teleghe. Portavano prodotti agresti al mercato di Perm. I contadini, maschi e femmine, guidavano i cavalli con la loro abituale noncuranza, seduti sul bordo della telega, le gambe ciondoloni. Il mujik ha due modi per condurre il carro: un modo per andare al mercato, e un modo per tornarne. Al ritorno  la testa che ciondola, e le gambe sono dentro alla telega; perch il mujik non manca mai di convertire coscienziosamente in vodka, una buona parte del denaro guadagnato, e di bere con eguale coscienza la vodka fino all'ultima goccia. Ma in quel mattino, come ho detto, si trattava di contadini che andavano al mercato, e le teleghe erano perci guidate nel modo numero uno.
Quando ci avvicinammo, il cavallo del primo carro diede segni di terrore, e poi di furore. I cavalli del governatorato d Perm, non so per quale misteriosa influenza, sono i pi feroci nemici dell'automobile. Noi avevamo trovato una grande differenza di contegno verso di noi fra i cavalli d'un governatorato e quelli di un altro: quelli di Transbaikalia, ostili; quelli d'Irkutsk, diffidenti; quelli di Tomsk, indifferenti; quelli di Omsk, variabili; quelli di Perm, irriducibili. Aggiungo anche, per chi volesse approfondire le imperscrutabili relazioni fra il carattere dei cavalli e le religioni degli uomini, che i cavalli dei buddhisti e dei maomettani dimostravano per noi dei sentimenti quasi amichevoli; nelle stesse vicinanze di Perm, i cavalli dei tartari ci guardavano con grande indulgenza, da bestie tolleranti che non pretendono al dominio assoluto della strada, che corrono e lasciano correre. Dunque, dicevo che la bestia attaccata alla prima telega s'impenn.
L'automobile rallent al passo d'uomo: inutile precauzione. Il cavallo fece uno scarto, e la telega si rovesci. Era carica di latte e d'uova. Si formarono per terra dei rivoletti bianchi e gialli. Stavamo per riparare all'involontario misfatto, quando con la rapidit d'un baleno il panico si comunic da cavallo a cavallo. La seconda telega si rovesci. Poi la terza. Non c' nulla di pi contagioso del cattivo esempio. Tutte le teleghe si trovarono in un istante con le ruote in aria. Il latte scorreva da tutte le parti, e i contadini, incoraggiati dalle loro mogli, si precipitarono contro a noi. Che fare? Che fare quando si  sopra un'automobile da quaranta cavalli, minacciati da una folla di muijk armata di bastoni? Una cosa semplicissima; con rincrescimento, ma con decisione; la leva della velocit fu spostata, e la macchina allung il passo fuori della portata dei bastoni. Ma non avevamo percorso una versta, che scorgemmo avanti a noi un nuovo lungo convoglio di teleghe.
Questa volta decidemmo di fermarci e di lasciarlo passare. Ebbene, l'automobile ferma non appare ai cavalli meno spaventosa dell'automobile in moto. Avvicinandosi cominciarono a rizzare le orecchia, a squassare la testa, a sfrogiare, a nitrire, e improvvisamente il primo cavallo si sollev sulle zampe posteriori, e fece un voltafaccia, dimenticandosi d'essere attaccato; la telega, sterzando di colpo, si rovesci. La seconda fece lo stesso, e sbito dopo la terza, e le altre. Latte e uova in terra, e bastoni in aria. E automobile in fuga.
Da quel momento cambiammo tattica, e con fortuna. Passando vicino ai carri, andammo a tutta velocit; e non avvenne pi alcuno spargimento di latte. I cavalli avevano appena il tempo di accorgersi del passaggio del mostro, che il mostro era sparito; ed essi continuavano la via completamente rassicurati. Tutto si riduceva ad un leggero moto di spavento delle teste: era un istante. Applicavamo in fondo la tattica adottata sui ponti di dubbia resistenza; i cavalli non avevano il tempo d'impennarsi, come i ponti non avevano il tempo di rompersi. Il momento critico era ridotto ad un attimo. E i contadini ci salutavano con entusiasmo, sorridenti e sorpresi allo spettacolo di quella corsa vertiginosa.
Qualche ora dopo entravamo in grandi foreste di abeti, mentre si scatenava uno dei pi violenti temporali. Un vento impetuoso s'abbatteva sugli alberi, li curvava tutti ululando, sibilando; e il cielo buio pareva che sfiorasse le loro cime acute, nere ed agitate. Filtrava una luce crepuscolare, come fosse tornata la notte, spezzata dal bagliore violastro dei lampi che ci abbacinava. Rombava continuo il tuono. La pioggia torrenziale scrosciava per tutto come una gran cateratta, e inondava ogni cosa, allagava la strada, riempiva i sedili della vettura, ci penetrava sotto alle impermeabili, batteva sui nostri visi con una violenza che faceva male, che dava un vero dolore quasi che l'acqua fosse stata solida tanto le gocce erano grosse e il vento forte. Dovevamo andare lentamente, il terreno non si vedeva pi, era coperto d'acqua e velato dagli spruzzi. L'automobile, naturalmente, si abbandonava a tutte quelle bizzarre che rappresentavano il suo modo di protestare contro il fango: pattinava, scivolava sui fianchi, camminava di traverso, mostrava una irresistibile propensione a voltarsi con la fronte indietro, aveva disobbedienze e capricci. La bufera continu per quattro ore. Alle nove e mezza avevamo appena percorso cinquanta verste da Perm, in quasi sei ore di viaggio.
Giungemmo in riva al Kama. Spioveva. Passavano ancora le nuvole basse impigliandosi negli alberi delle foreste che bordeggiano il fiume, ma verso tramontana appariva una striscia di chiarore. Attraversammo il largo fiume - che  la pi grande via di comunicazione della Russia orientale, dopo il Volga del quale  confluente - sopra un battello rimorchiato da un piccolo vapore. Era un vecchio vaporino, rappezzato, rammendato da tutte le parti con latte da petrolio rinverniciate, al quale demmo subito il nomignolo di "caffettiera". La caffettiera non aveva fretta, bolliva a malincuore, sprecava tutto il fiato in gran fischi per segnalare la sua presenza alle rive deserte, e non si dimostrava certo preferibile a quel comodo motore a cavalli adottato dai siberiani nei loro massimi traghetti. Come Dio volle sbarcammo sulla riva destra, guadando una parte di sponda allagata dalla tempesta; e proseguimmo la corsa nel fango. Talvolta dovevamo scendere, per spingere la macchina, quando le ruote motrici s'ostinavano a girare senza procedere.
Attraversammo, in vicinanza del Kama, la cittadina di Ochansk, dove cominciammo a vedere delle case di legno nell'antico e pittoresco stile russo, dalla cuspide a cuore rovesciato, cariche d'intagli e di trafori ingenui e graziosi come ornati bizantini; e continuammo assiduamente a camminare come meglio potevamo, sperando di poter giungere a pernottare a Malmysh, sul fiume Wjatka - tributario del Kama - a circa 150 verste da Kazan. Ci eravamo prefissi di percorrere in quel giorno 360 chilometri, e contavamo di essere a Kazan l'indomani mattina... Doveva avvenire ben diversamente. In certi viaggi non bisogna mai far delle previsioni. Prevedere  un deplorevole atto d'orgoglio, un fissare i limiti al destino. Il destino volle vendicarsi ed umiliarci.
Verso le undici avevamo percorso una trentina di verste dal Kama. La strada migliorava, si prosciugava. Il tempo s'era rischiarato. Profittammo di queste favorevoli circostanze per aumentare la velocit. La ruota malata ricominci a scricchiolare. Dopo dieci minuti cigolava. Proseguimmo - che altro fare? - e il cigolo si cambi in uno stridore pi alto. Pochi metri ancora, e poi uno schianto. Ci fermammo. Il Principe salt a terra ad osservare la ruota, e mand un'esclamazione di sorpresa dolorosa.
- Che c'? - gli chiesi.
-  finita! - rispose - non possiamo fare un passo di pi!
Infatti i raggi della ruota s'erano completamente separati dal cerchione; girando entravano e uscivano dagli alveoli; vi entravano nella parte bassa della ruota, pressativi dal peso della vettura, e ne uscivano risalendo nel fare il giro. 
Non potevamo essere colpiti da un danno maggiore. Eravamo fermati e per un tempo incalcolabile, in mezzo ad una campagna disabitata, a centinaia di chilometri dalla ferrovia. Fu un momento di costernazione. Tacevamo, guardando la ruota sconnessa con delle occhiate malevoli d'un inutile rancore.
- Ed ora? - ci chiedemmo dopo qualche minuto.
- Tante fatiche! tante difficolt superate! - sospirava Ettore. - Per arrivare qui....!
- Non si pu nemmeno far trascinare l'automobile dai cavalli - osservai - senza una ruota!
Borghese pensava. Poi, da uomo pratico, disse:
- Andiamo per ordine. Quale  la cosa pi urgente? Arrivare in un luogo abitato; il pi vicino. Non possiamo gi rimanere in mezzo alla strada. Fatto questo primo passo, penseremo al secondo. Vediamo un po' l'itinerario.
Consultammo le carte della regione. Il villaggio pi vicino era a otto verste.
- Bene! - riprese il Principe. - Ora dobbiamo trovare il modo di fare ancora otto verste. Per otto verste la ruota si pu riparare.
Egli dimostrava sempre una calma energia, ricca fonte di rimedi. Fu immaginata una ingegnosa riparazione sommaria, capace di resistere ad un piccolo tragitto, purch fatto con le debite cautele. Si trattava d'incastrare dei pezzi di legno fra il mozzo della ruota e il cerchione, a guisa di raggi addizionali, messi a contrasto e legati solidamente con delle corde. Ettore si pose alacremente al lavoro. A colpi d'ascia tagli forti rami da un albero, ne sgross i pezzi occorrenti, e li spinse a martellate fra un raggio e l'altro della ruota dopo averla sollevata con la binda. Poi li avvinse strettamente con le corde ai raggi stessi. La ruota prese l'aspetto d'un singolare fascio di legname contornato da una pneumatica. Mentre si lavorava sopraggiunse un vecchio mujik che spingeva avanti a s un vitello.
Il vecchio si ferm a guardare, e anche il vitello. Dopo avere osservato attentamente, esclam:
- Salute!
- Salute.
- Ci vuole la ruota nuova!
- Eh, s.
- C' un uomo che pu farvela, qui vicino.
- Una ruota cos? - gli domand Borghese con tono d'incredulit.
- Cos, padrino! - rispose il vecchio - Cos. Egli  il pi abile fabbricatore di slitte e di teleghe di tutta la regione. Non ne trovate nemmeno a Perm uno cos bravo.
- Ma questa  una telega molto complicata. Una telega che cammina da s.
- Lo vedo che non  come le nostre; per Nikolai Petrovitch  capace di rifarvi una ruota, tale e quale.
- Dove sta quest'uomo!
- Sei verste lontano. Andate per questa strada, e troverete una piccola chiesa bianca; a sinistra della chiesa c' una discesa, poi un ponticello; passate il ponte e ci siete. Non vi potete sbagliare; la sua isba  sola nella campagna.
- E lavora oggi?  domenica.
- Lavora alla mattina. Ma se avete premura....
Ringraziammo il buon vecchio, che riprese la sua strada preceduto dal vitello trotterellante, e ci mettemmo in moto, lentamente e cautamente, verso la casa di Nikolaj Petrovitch. Dopo pochi passi la ruota ricominci a scricchiolare, a cigolare, a gemere; ci aspettavamo di udire un rumore di rottura definitiva e di sentire l'automobile dar gi sul fianco. Ma la ruota, lamentandosi atrocemente, resisteva. Impiegammo pi d'un'ora per giungere davanti all'isb del falegname. Era una casa di buona apparenza, fatta di belle travi squadrate, attigua ad un recinto sul quale si sollevavano tettoie di hangars. Fuori, al sole, erano allineate numerose assi da slitta tenute curve ad una estremit da forti corde di vimini. Chiamammo.
Subito dopo la porta del recinto si schiuse e ne usc un uomo.
- Nikolai Petrovitch? - chiedemmo.
- Sono io. Salute!
Era un bell'uomo sui cinquantanni, dalla gran barba grigia; il suo volto aveva l'espressione mistica del contadino russo; i capelli lunghi, divisi sulla fronte, gli spiovevano fino alle spalle. Aveva una corporatura gigantesca; vestiva la camiciola rossa del mujik, aperta sul petto; portava il capo nudo. Lo seguivano i suoi aiutanti, anche loro dall'aspetto patriarcale; dalle maniche rimboccate uscivano braccia atletiche, capaci di abbattere alberi.
- Guardate questa ruota! - disse il Principe al fabbricatore di teleghe.
Egli osserv per alcuni istanti:
- Si possono rifare i raggi. - esclam - Il cerchione  buonissimo. Ci si fanno degl'incastri pi profondi....
- Voi potete rifare i raggi?
- S.
- E che resistano?
- Vi faccio diventare la ruota pi forte di quando era nuova.
- Ne ho bisogno subito.
- In mezza giornata  fatto.
- Sta bene.
L'automobile venne introdotta in un rustico cortile, sporco di ricci e di scheggie, ingombro di travi, slitte, carri, cerchi di ferro. In un angolo un tarantas verniciato di fresco appoggiato su due cavalletti. La ruota fu sfilata dal perno, svitata, smontata; i raggi separati dal mozzo e dal cerchione servirono da modello per quelli nuovi. Pochi momenti dopo il cortile risuonava di colpi d'ascia. Nessun altro ordigno era adoperato fuorch l'ascia, maneggiata con meravigliosa abilit. Essa  nelle mani del contadino russo un attrezzo di precisione. Per determinare il punto dove colpire, quegli uomini non facevano segni, non tracciavano linee: mettevano la mano sinistra sul legno, e il colpo cadeva quasi rasente il pollice. La posizione del dito aveva indicato all'occhio e alla destra la misura. I nuovi raggi uscivano fuori a poco a poco da grossi ceppi di vecchio pino, digrossati a gran fendenti che facevano balzare tutto intorno le scheggie. Gli artefici misuravano sovrapponendo i vecchi pezzi ai nuovi, e non avevano bisogno d'altro; raffinavano esattamente incastri millimetrici con occhio e con colpo sicuro, ad accettate che scendevano a giro di braccio, come se invece di un tanto delicato lavoro si stesse costruendo un'impalcatura o una zattera.
Mentre stavamo guardando quel pittoresco gruppo di rudi uomini barbuti intenti all'opera faticosa, uno di essi si volse a noi, e calmo, serio, ci parl in latino.
La nostra sorpresa fu tale, che per qualche momento lo guardammo sbalorditi, senza rispondere.
- Dove lo hai imparato? - gli domand Borghese.
- L'ho studiato da me, a casa, durante gl'inverni - rispose gravemente l'uomo.
Questo mi ricorda un altro latinista incontrato in viaggio, un carrettiere cinese vicino a Hsin-wa-fu. Era un cinese cristiano al servizio d'una missione cattolica dello Shan-si, il quale tornava da Pechino portando ai suoi frati delle provviste. Ma il fatto non  straordinario in Cina, dove il latino  lingua viva nelle missioni, e molti convertiti arrivano a servirsene con una disinvoltura ammirevole. Come c' il pidgin-english, c' il pidgin-latino, in Cina, a gloria della fede.
Il latino del nostro mujik era piuttosto russificato, ma gli serv abbastanza bene per dirci che se eravamo stanchi potevamo salire nella casa attigua, dove avremmo potuto riposare e bere del latte. E vi trovammo non solo del latte, ma delle buone fragole di bosco che la moglie del padrone ci ammann premurosamente.
Alle quattro tutti i raggi erano fatti. Incominciammo la parte pi difficile del lavoro: la messa insieme. Ci vollero altre due ore di lavoro incessante per ricomporre la ruota, la cui centrazione pareva irraggiungibile. Alla fine la ruota fu completa. Non mancava pi che fissare i bolloni avvitati che reggono il mozzo d'acciaio e il tamburo del freno. La ruota venne trasportata in una buia fucina primitiva - perch Nicolai Petrovitch, come tutti i fabbricanti di carri, era anche maniscalco -; fu acceso il fuoco, e con lunghi punzoni incandescenti i raggi vennero forati dove bisognava passare le viti. Fu un'altra lunga ora di lavoro, in mezzo a nembi di fumo che sorgeva stridendo dalle bruciate piaghe del legno. Finalmente le viti furono messe, i dadi stretti: la ruota era pronta.
I nuovi raggi non erano certo ben sagomati ed eleganti: massicci, tozzi, grossolani, non avevano di esatto che le attaccature. Davano alla ruota un aspetto di solida rozzezza; sembrava la ruota d'un carroccio. Ma essa era tale da resistere a tutti gli urti, a tutti gli sforzi.
In men che non si dica, Ettore l'applic all'automobile. Erano le sette di sera quando rimontammo in macchina. Uscimmo dal cortile sulla strada. Gli operai ci seguirono salutando. Essi sorridevano soddisfatti, asciugandosi le calme fronti madide di sudore. Al momento di slanciarci, ci stesero le brave mani callose, che stringemmo effusamente con riconoscenza.
- Do svidania! - ci gridarono mentre ci allontanavamo.
- Vale! - esclam il latinista.
Le loro voci ci seguirono. Da lontano scorgemmo quei nostri salvatori che agitavano i berretti, finch degli alberi ci nascosero. Essi forse sentivano un po' di fierezza per quella poderosa corsa della macchina. Sentivano che un po' della loro volont, della loro abilit, della loro forza ci sospingevano avanti, verso la nostra mta.
Volevamo camminare finch la luce ce lo avesse permesso. Le strade erano prosciugate; correvamo a trenta chilometri all'ora. Lo splendore delle notti bianche era finito; l'oscurit della notte tardava a venire, ma veniva. Un'ora dopo che eravamo partiti, tramontava il sole. Dicevamo: "Al prossimo villaggio ci fermeremo" - ma era in noi troppo vivo il desiderio di rifarci del tempo perduto, e al "prossimo villaggio" passavamo senza nemmeno fermarci. Nei luoghi abitati la folla della domenica, aggruppata avanti alle case, ora ci faceva delle accoglienze festose gettandoci grida di saluto, ed ora ci guardava con sorpresa diffidente e ostile. Trovammo la spiegazione di questa diversit: il telegrafo. I paesi che avevano il telegrafo erano amici; avevano saputo di noi, in qualche posto ci aspettavano anche. Da ufficio a ufficio i telegrafisti si trasmettevano la notizia del nostro passaggio, e la notizia usciva per le vie, circolava da bocca a bocca. Non mancavamo mai di vedere gl'impiegati telegrafici alla finestra; erano i primi a salutarci.
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Il sole era tramontato da un pezzo. Alle nove il crepuscolo agonizzava. Giungemmo in un villaggio, e decidemmo di fermarci definitivamente per la notte. Molte isbe erano gi chiuse, le soglie spopolate. Si va a letto presto nelle campagne di tutto il mondo. Qualcuno si affacciava alla finestra al rumore, e ritirava il capo scorgendo quel mostro che fuggiva nella penombra portando degli esseri pelosi. L'ora tarda  propizia alla paura. Vedemmo due giovanotti che camminavano insieme sulle tavole del marciapiede. Li raggiungemmo e fermammo l'automobile per domandar loro dove era la Zemstwoskaja Dom. Ma non avevamo aperta ancora la bocca che quelli, guardatici per un istante con gli occhi sgranati, si fecero il segno della croce e fuggirono a gambe levate, senza una parola, senza un grido, correndo sulla punta dei piedi quasi temendo di doverci attirare col rumore dei loro passi. Evidentemente si trattava d'un villaggio senza telegrafo. La situazione diveniva imbarazzante; non potevamo fare a meno di fermarci in un villaggio perch le nostre provviste erano finite da un pezzo, e non avevamo mangiato nulla dalla sera precedente, a Perm, salvo le fragole del buon fabbricante di teleghe. Andammo avanti lentamente, immettendo nel "silenzioso", del tubo di scappamento lo scarico dei gas per far meno rumore, e non destare allarmi. Quello lo chiamavamo "mettere il bavaglio" all'automobile.
Ecco sulla soglia di una casa alcune donne. Esse ci videro, e noi ci fermammo. Borghese fece per discendere a parlamentare.
- Per carit! - gli sussurrai - Con quella pelliccia le fa scappare subito! Parliamo da qui.
Avevamo gi osservato che i nostri vestiti, pellicce o impermeabili, facevano spesso ai contadini una impressione repulsiva. Quando volevamo scendere per domandare loro qualche cosa, dovevamo avere l'avvertenza di rimanere in giacchetta. Parlammo dunque dall'automobile.
Salutammo le donne addolcendo la voce per sembrare meno diabolici.
Il Principe aveva trovato degli accenti di seduzione, dei toni affettuosi, per dire:
- Buona sera! Volete indicarci dove  la Zem....
Inutile completare la frase. Le donne erano rientrate precipitosamente nella casa, gridando di spavento, e chiusero di colpo i battenti.
- Ahi! - borbottammo. - La migliore cosa che ci possa capitare questa sera  di dormire a stomaco vuoto e all'aria aperta!
Passammo avanti ad una casa di aspetto agiato, tutta verniciata di azzurro, con le finestre contornate di bianco.
- Qui ci dev'essere della gente d'un certo rango, - dicemmo - ed  sperabile ci facciano una migliore accoglienza.
Bussammo alla porta. Silenzio. Bussammo ancora. Nessuno rispose.
- La casa  vuota! - esclamammo.
No, non era vuota. Udimmo un bisbigliare di voci all'interno, un rumore di passi precipitosi sui pavimenti di legno, un bussare d'usci chiusi fortemente, uno stridere di chiavistelli.
Come vincere la paura che ci circondava? Ci accorgemmo che gli abitanti erano desti e, scesi sulla strada, spiavano il carro misterioso. Non era piacevole rimanere cos, perch non era assolutamente da escludersi la possibilit che qualcuno ritenesse opera meritoria tirare una buona fucilata contro il demonio. Borghese osserv:
- Basterebbe che uno solo si avvicinasse; gli mostrerei le lettere ufficiali e saremmo subito onorevolmente ospitati.
Poi, colpito da un'idea, cominci ad arringare quella gente troppo timida, che si assiepava a cinquanta passi da noi, pronta alla ritirata. Intraprese la spiegazione dell'automobile:
- Questa - diceva -  una macchina simile ai battelli del Kama e alla ferrovia. Venite a vederla! Venite avanti! Non c' pericolo! Funziona per mezzo della benzina, ecc.
I pi arditi si avvicinarono. Gli altri li seguirono, e si form in breve un cerchio di persone che cominci a persuadersi che noi eravamo uomini in carne ed ossa. La distanza spar del tutto; l'automobile fu toccata, dapprima con timidezza, come se potesse scottare, poi con sicurezza confidente. Due contadini, invitati, accettarono eroicamente di salire sull'automobile e di lasciarsi trasportare. Si entusiasmarono al punto che non volevano pi discendere. Tutti chiedevano di provare. La calca ci serrava da ogni parte. Giunse il pope, e ci espresse il desiderio d'essere condotto all'indomani mattina al prossimo villaggio.
Il ghiaccio era rotto. Tutti divennero buoni amici. La casa azzurra schiuse i chiavistelli, spalanc le porte, ci ospit. Venne il samovar sul tavolo, e dopo il samovar arrivarono delle uova, del latte, e pane e burro, e ci sfamammo. La macchina ricoverata nel cortile, era assalita dalla curiosit ammirativa della popolazione.
Noi ricevemmo visite fino a mezzanotte; la gente entrava e usciva liberamente, all'uso russo, senza chiedere il permesso; volevano vederci da vicino: si affacciavano alla soglia, si scoprivano, ci contemplavano in silenzio, e se ne riandavano via contenti come pasque, dopo aver mormorato qualche timida parola di saluto tormentando il berretto fra le mani. A mezzanotte spegnemmo il lume, ci avvolgemmo nelle fedeli pellicce, e ci coricammo sul pavimento: gli ultimi visitatori si allontanavano a punta di piedi per annunziare dalla porta di casa: "Gli stranieri dormono!".
La mattina di poi, 22 Luglio, alle quattro, riprendemmo la corsa attraverso un immutabile paesaggio: grandi foreste, rare praterie, qualche campo coltivato, prigioniero dei boschi maestosi che detengono ancora tanta terra vergine.
Passammo su barche il piccolo fiume Uchim, poi un altro pi largo, il Wala, tutti confluenti del Kama - la gran via maestra che i vapori percorrono fino al Volga, che  la massima arteria della Russia. Sfortunatamente le vie d'acqua, tanto numerose e facili, fanno trascurare quelle di terra, che trovavamo pessime, al punto da dover procedere con una lentezza irritante, sottoponendo l'automobile alle stesse prove terribili che fecero la nostra disperazione fra Marinsk e Tomsk. Temevamo che le molle non resistessero pi. Le sentivamo molto pi sensibili alle scosse. E non ne avevamo di ricambio. Sicuri di non doverne avere mai bisogno, avevamo lasciato le molle di ricambio a Kalgan, perch troppo pesanti, e forse stavano ancora, come ricordo del nostro passaggio, negli uffici della Banca Russo-Cinese.
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Per avere un'idea del terreno, s' immagini di andare in automobile sopra un campo arato, avendo per prospettiva centinaia di chilometri di cammino nelle stesse condizioni. Naturalmente pioveva di tanto in tanto. Attraversavamo delle cittadine spopolate, quiete, immensamente tristi con le loro case di legno imbiancate per distinguerle dalle case della campagna sinceramente nude. Ne avevamo una grande impressione di malinconia, pensando alla loro vita eguale, grigia, silenziosa; ci sembravano citt in esilio. Apparivano in una valle, dietro a un bosco, in riva a un fiumicello, isolate in mezzo alla monotonia d'una campagna incolta, oscura di abeti e di pini, d'un verde funebre. Alcune di esse hanno dei nomi che non sono russi, nomi tartari, e bulgari.
Qualche nome rimane a ricordare quello strano popolo bulgaro che ebbe qui un impero, della cui capitale si vedono ancora splendidi ruderi presso le rive del Volga, Essa era cos dimenticata, che s'era perduta; i boschi l'avevano ricoperta; ne rimaneva soltanto la tradizione, quando sotto Pietro il Grande le sue rovine maestose furono ritrovate nel folto d'una foresta. Erano amanti dei grandi fiumi, i bulgari; si divisero il Volga ed il Danubio; "bulgari bianchi" quelli del Volga, "bulgari neri" quelli del Danubio, ma furono assorbiti gli uni dai tartari, gli altri dagli slavi. Sono rimasti dei nomi: Bolgary sul Volga, Bulgaria sul Danubio, ma la razza non c' pi. 
Nel pomeriggio ci ritrovammo in serie difficolt. La strada, attraverso boschi sterminati, s era fatta cosi cattiva, che dovevamo procedere alla velocit di quindici e spesso di dieci chilometri l'ora. La carrozzeria scricchiolava, si muoveva tutta ad ogni urtone, quasi stesse per rompersi. Il freno a pedale, quel benedetto freno che ci prese fuoco tre volte in Siberia, non ardeva pi,  vero, ma anche non funzionava pi. S'era completamente guastato, ed eravamo rimasti col solo freno a mano, che, come si sa, funziona sulle ruote motrici. Ora, in una ripida discesa, mentre l'unico freno era chiuso, sentimmo l'automobile sussultare violentemente ed udimmo nella parte anteriore uno scrocchio metallico. La macchina si ferm tutta di traverso.
Balzammo a terra. Guardammo:
- Ed ora? Che si fa? - esclamammo angosciati vedendo quale danno era sopraggiunto.
L'azione del freno, troppo violenta, aveva avuto per effetto la rottura di quella specie di staffa che unisce le molle al perno della ruota, e l'asse delle ruote motrici s'era completamente separato dalle molle, cio dallo chassis. Vi erano delle staffe di ricambio, ma troppo corte. Fortunatamente Ettore, rovistando fra i suoi ferri trov dei perni e dei dadi, con i quali pot, dopo un lungo e paziente lavoro, rimettere insieme e rinserrare molle ed asse. Ma un danno pi grave ci si rivel. Le molle posteriori si rompevano. Dei nove "fogli" di cui ognuna era composta, alla sinistra ve n'erano tre spezzati, alla destra cinque. Tutta la nostra fiducia si riponeva sulla resistenza del "foglio" grande, il pi lungo e pi grosso che ha alle estremit le imperniature d'attacco, e che  fatto del pi fino acciaio che esista. Era per una ben lieve fiducia, la nostra. Sentivamo bene che una forte scossa avrebbe finito tutto.
Annottava, e il lavoro continuava ancora nel bosco. Era una mesta serata per noi. Ci risorgeva il dubbio che l'automobile non resistesse. Ed erano tutte rotture esteriori, che ci minacciavano, rotture di cose alle quali non si d importanza. Quando il motore, le trasmissioni, gl'ingranaggi, il cardano, le giunture dello chassis, tutta la parte "macchina"  sana,  perfetta,  nuova, forte, esatta, chi pensa al resto? Quando il cuore, lo stomaco, e tutti gli organi vitali d'un uomo sono robusti e funzionano in modo perfetto, chi pensa ai piedi? Ed erano proprio i piedi della nostra automobile che s'ammalavano: grave quando s'ha da camminare.
Udimmo un tintinnare di campanelli, e pochi minuti dopo sull'alto della salita apparve un tarantas. Era una diligenza. Il postiglione profitt di non avere viaggiatori, per fermarsi. Il brav'uomo era ubbriaco ed espansivo. Aveva una faccia pelosa da orso biondo, un orso intelligente...; no, intelligente no; diciamo orso bonario. Vestiva un armiak di pelliccia, vecchio, untuoso, sdrucito; portava stivali di feltro, e sul suo berrettone di pelo luccicava la gran targa d'ottone con impressavi l'aquila imperiale. Egli si toccava quella targa, vi batteva con la mano aperta per indicarci la sua qualit, e a guisa di presentazione ci gridava:
- Postowo! Postowo! - "Postiglione!"
Scese di cassetta, e ci barcoll intorno, tutto festoso. Pareva che avesse ritrovato dei cari amici, dopo tanto tempo. Veniva vicino ad ognuno di noi, come per confidarci qualche cosa separatamente, c'indicava la targa, e ci gridava il suo "Postowo! Postowo!" con l'aria di dire: "Come! non ti ricordi pi... postowo?"
- Dove vai? - gli chiedemmo.
- A Melekeski.
-  lontano?
- Quindici verste.
- C' da alloggiare per la notte?
- Come? a Melekeski se c' da alloggiare? Ma c' una buona stazione di posta - e ricominciando a battersi il berretto - postowo! postowo!
"Va bene - ci dicemmo - andiamo dunque a Melekeski!" - e poich la riparazione era finita, ci rimettemmo in cammino, adagio, con precauzioni gelose, ed arrivammo dopo pi di un'ora alla stazione di posta. Ci cucinammo delle uova, bevemmo del latte, e ci addormentammo per terra.
La stazione era poco pi di un'isba, e, come si vede, non ci consentiva dei lussi strepitosi. Il capo, una specie di mujik che sapeva leggere e scrivere, non possedeva in abbondanza che delle icone e dei regolamenti, gli uni e le altre attaccati alle pareti.
Alla mattina fummo risvegliati dallo scalpitare dei cavalli nel cortile e dai gridi dei postiglioni che attaccavano i loro tarantas. Prendemmo un th, e ripartimmo. Erano le quattro. Pioveva.
Entrammo a poco a poco in una regione pi florida e pi bella. Cambi il paesaggio, ma ahim! non cambi la strada. Passammo Malmysh - quella Malmysh alla quale ci lusingavamo di giungere il giorno stesso che lasciammo Perm - una cittadina presso al fiume Wiatka, che attraversata in fretta ha l'apparenza di essere abitata soltanto da una decina di funzionari, da un farmacista e da due gendarmi. Non dev'essere allegra la vita a Malmysh. La strada peggior; o ci sembr che peggiorasse a causa della maggiore sensibilit alle irregolarit del terreno, sensibilit che dovevamo allo stato delle nostre molle. Procedevamo lentamente, preferendo i passaggi erbosi.
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Eravamo per rallegrati e rincorati dalla vista della magnifica campagna coltivata. Rivedevamo, dopo epoche che ci sembravano immemorabili, la ricchezza del lavoro sulla terra. Emergendo dalle ombre dei boschi, ci affacciavamo finalmente nell'Europa. Per tutto, fra il verde, sorgevano villaggi, tartari e cristiani, minareti sottili e campanili, mezzelune e croci, frammisti nella gran pace dei campi. Nulla pi parla delle antiche lotte. Cos dissimili in tutto, tartari e slavi, nella fede come nella favella, nella fisionomia e nel carattere, biondi gli uni e bruni gli altri, alti i biondi e piccoli i bruni, si somigliavano per in una cosa: nell'indulgenza.
Ogni villaggio ha i suoi costumi puramente mantenuti da secoli. Rimanevamo sorpresi, ammirati, come davanti a visioni di epoche lontane. Pittoreschi abbigliamenti dell'antica Russia, che non sono pi portati ove giunse violento il contatto del progresso moderno, si vedono laggi, lontano dalle ferrovie.
Le popolazioni sembravano vestite per qualche immensa festa. Era la raccolta del fieno. Le genti sparse sui campi vi ponevano come una grandiosa fioritura vivente. Fra le erbe alte, e fra le messi mature, risaltavano mantiglie rosse, gialle, bianche, strane mitrie da donna coperte di ricami, acconciature ricche d'argento, cappe e camiciole singolari, collane di monete, cinture d'oro, fascie di seta. In questo tumulto di colori scintillavano file di falci nel lento moto eguale. Ci giungeva l'eco dei canti. Centinaia di carri e di cavalli aggruppati sui campi aggiungevano alle scene una non so quale fierezza militare, come di fantastici bivacchi.
 sorprendente la diversit dei costumi, ad ogni passo. Si sente che sotto alle due denominazioni di russi e di tartari si nascondono altre razze, riunite e non mischiate. Le religioni sono due: le stirpi tante. E vogliono ancora distinguersi, vogliono conservarsi, vivere. Certi abbigliamenti incomodi e stravaganti non possono essere indossati per dei secoli senza uno scopo, lo scopo di mostrare la propria diversit, di portare l'uniforme della propria schiatta, di riconoscersi, di difendersi dalla mescolanza. Vi  un istinto di conservazione in quelle mode tradizionali. Ogni villaggio  un piccolo Stato che vive discosto e in pace, cos diverso dagli altri come se ne fosse separato da grandi lontananze.
A 24 verste da Kazan trovammo una piacevole sorpresa; una strada all'Europea, massicciata, inghiaiata, cilindrata, bianca, perfetta. Era la prima vera strada carrozzabile che trovavamo da Pechino. Ma i contadini che tornavano dalla citt preferivano di non farvi passare i loro carri, e li conducevano invece nelle fangaie dei campi. I mujik dicono che quelle strade rovinano le ruote perch sono troppo dure, e le sfuggono. Per costringerli a passarvi le autorit fanno scavare dei fossi e costruire delle trincee ai lati della strada. I contadini passano in fondo ai fossi e sopra le trincee, profittando del minimo spazio che basti alle strette ruote delle loro teleghe.
Erano circa le tre quando, discendendo la valle del fiume Kazanka, verso l'occidente, che si era rasserenato dopo una lunga pioggia, vedemmo scintillare una striscia d'acqua: il Volga. E nella bruma luminosa si erse il profilo d'una grande citt. Finalmente Kazan con i campanili e le cupole delle sue chiese, con i minareti delle sue tredici moschee!
Entrammo per ampie strade piene di movimento e di rumore, fra il viavai delle iswoshchik e il fuggire rombante dei trams elettrici, osservati curiosamente, riconosciuti da molti, salutati qualche volta.
Una signora fece voltare la sua sontuosa carrozza per inseguirci e vederci meglio; ci raggiunse. Era una signora con gli occhiali d'oro, il cappello da uomo, e che fumava una sigaretta. Ci chiese:
- Venite da Pechino?
- S, signora.
- Oh! - e ci osserv con profondo stupore mentre correvamo di conserva - Ed ora dove andate?
- All'albergo, signora.
- Quale?
- Htel d'Europe.
- Conoscete la strada? Volete che vi conduca?
- Volentieri, grazie!
La carrozza si mise davanti, e noi la seguimmo. Passammo vicino a delle chiese, a dei giardini, arrivammo alla via principale. Delle persone ci corsero incontro, con le mani tese, affannate, sorridenti. Erano italiani:
- Ben arrivati! - gridavano.
- Evviva!
- Cari!
In fondo alla strada intravvedemmo il Kremlino e la grandiosa torre Spaskaja che pare una vecchia minaccia di fronte alla citt moderna.
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CAPITOLO 20. DAL VOLGA ALLA MOSKWA.
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La Siberia che torna. Un villaggio ostile. L'ospitalit d'un mugnaio. Nishnii-Nowgorod. L'odissea d'un dispaccio. La Strada. Wladimir. Una panna volontaria. Mosca ci accoglie. Sulle rive della Moskwa.
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A Kazan le molle furono riparate. L'operazione si compi rapidamente nella notte. Un fabbricante di molle da vetture si assunse l'incarico di rifare i "fogli" spezzati in dieci ore, e mantenne la parola. Alle nove del mattino, 24 Luglio, potevamo lasciare Kazan con la macchina in perfetto ordine. Passammo sotto alle severe muraglie del Kremlino, di quell'antica cittadella tartara che ha una delle pi torve storie di fuoco e sangue, che vide le stragi di cristiani ordinate da Makhmet-Amin, le stragi di tartari ordinate da Ivan IV, le stragi di nobili ordinate dal ribelle cosacco Pugatcheff, che vide quattro volte la citt saccheggiata e annientata. Arrivammo al lontano operoso sobborgo dell'Ammiragliato, poi al porto sul Volga.
Il gran fiume, il massimo fiume d'Europa, ampio, maestoso, lento, superbo, era pieno di battelli, di grandi vapori che vanno a navigare fin nel Caspio, di chiatte, di rimorchiatori, di piroscafi da passeggieri. L'imminenza della fiera di Nishnii-Nowgorod lo affollava. Esso sorregge sulla superfce delle sue acque uno dei pi grandi traffici del mondo: unisce la Persia, il Caucaso, il Turkestan al centro della Russia. Le genti pi varie si agitavano sulla riva, fra le stazioni d'imbarco, tutte di legno, dominate da un marinaresco sventolio di bandiere e di segnali: si vedevano tartari, armeni, circassi, kirghisi, in mezzo alla moltitudine di contadini russi. Partivano battelli per Nishnii-Nowgorod.
Imbarcammo sopra uno dei ferry-boats che fanno la spola da una riva all'altra. Non traversavamo il Volga come gli altri fiumi sopra un pontone, o una barca, o una zattera; era un vero e proprio piroscafo che ci portava; e ci pareva grandioso come un transatlantico. Dei cosacchi ammucchiati a prua, fra teleghe e cavalli, suonavano le balalaike - quelle strane mandle triangolari che gli slavi hanno portato fino alle sponde dell'Adriatico - e cantavano.
In pochi minuti fummo sulla riva destra, disseminata di ville, collinosa e verde. E partimmo veloci, ascendendo fra i colli dai quali ammiravamo l'indimenticabile spettacolo di Kazan tutta bianca, che levava in alto le scintillanti cupole della cattedrale dell'Annunciazione, la prima chiesa sorta sulle rovine della dominazione musulmana. Vicino a quelle cupole, vedevamo - singolare contrasto di forme e di ricordi - la vecchia, oscura, alta torre tartara detta Siumbeka, che prende il nome dal nome d'una principessa tartara la quale, secondo una poetica leggenda, sal sulla sua cima mentre la citt assediata cedeva agli assalti degli slavi vittoriosi, e si precipit nel vuoto per morire insieme alla patria. Nella bassa Kazan, ancora tutta tartara, dalle case piccole inframezzate di giardini, sorgevano minareti. E vicino al fiume un panorama strano di edifici rotondi: erano colossali serbatoi di petrolio che le navi portano da Baku, risalendo il Volga. Kazan  uno dei pi grandi depositi di petrolio del mondo. Poi tutto si allontan, si dissip, spar dietro alla vetta d'un colle. Ed eccoci di nuovo nella solitudine della campagna.
Scendemmo al sud per qualche tempo, fino ad un bivio: a sinistra la strada per Saratow, a destra quella per Mosca. E riprendemmo il cammino dell'occidente. Correvamo per sentieri abbandonati, incerti, coperti d'erbe; eravamo costretti a ritornare alle pi modeste velocit, con la vaga impressione che la grande citt allora lasciata, dagli ampi boulevards corsi da scampanellanti trams elettrici, popolosa, animata, rumorosa, moderna ad onta delle venerabili chiese, fosse stata un sogno, un'allucinazione venutaci in piena Siberia.
Era infatti la Siberia che tornava. In qualche punto le acque avevano talmente scavato sulla strada, da trasformarla in burrone profondissimo sulle cui rive andavamo cercando dei passaggi. Ci avvenne di perdere la direzione, come in Mongolia. Arrivammo in un luogo ove ogni traccia di strada o di sentiero era assolutamente sparita, e noi ci demmo a ricercare non pi la buona via, ma un uomo che ci servisse da guida. Ogni tentativo fatto consultando la carta e la bussola, ci aveva condotto contro a degli ostacoli insormontabili. Vedemmo due contadini che falciavano l'erba in un prato. Uno di loro consent a montare sull'automobile ed a condurci. Dopo una decina di verste raggiungemmo un viottolo fangoso fiancheggiato dalla linea telegrafica.
- Seguite il telegrafo! - ci disse l'uomo lasciandoci.
Era tanto tempo che non ci facevamo pi guidare dall'interminabile fila di pali! E ci avvicinavamo a Mosca. Tutto il traffico terrestre laggi si svolge nell'inverno, quando la neve livella mirabilmente ogni terreno sul quale scivolano le slitte veloci:  inutile dunque mantenere delle strade costose. Nell'estate vi sono i fiumi. Anticamente, in epoche precedenti alla navigazione a vapore, esisteva l una strada magnifica, della quale trovavamo appena alcune vestigia: resti di filari di betulle centenarie, ponticelli malfermi, e, nei luoghi paludosi, brevi tratti pavimentati, ora sconnessi dalle erbacce. I contadini, per andare da un villaggio all'altro, preferiscono non passare pi su quella via distrutta; vanno capricciosamente per viottoli numerosi che formano una rete inestricabile. Quel labirinto era la nostra disperazione. Superavamo tutte le difficolt incontrate nei peggiori tratti siberiani. Ne uscivamo lentamente ma facilmente, per la pratica acquistata.
Verso l'una attraversavamo un piccolo villaggio quando, sulla piazzetta erbosa che circonda sempre le bianche chiesuole dei villaggi russi, l'automobile, bench andasse molto piano, spavent un cavallo attaccato ad una telega vuota. Il cavallo si mise in fuga; un ragazzo d'una decina d'anni, che era allora disceso dalla telega, volle fermare il cavallo; afferr la lunga capezza che si trascinava dietro al carro, e tent di tirarla. Disgraziatamente la corda gli si avvolse attorno ad una gamba; egli cadde. Mandammo un grido di spavento; gi vedevamo con l'immaginazione il fanciullo trascinato per un piede e massacrato orribilmente. Ma non pensavamo alla provvidenziale ampiezza degli stivali russi; il ragazzo era appena caduto, che la corda attorcigliata alla sua gamba non faceva altro che cavargli lo stivale, ed egli rimase sano e salvo. Il cavallo si ferm di fronte al recinto della chiesa. L'incidente sollev contro di noi l'ira della popolazione. In un momento si form un gruppo compatto di contadini che, profittando della nostra lenta andatura, si mise ad inseguirci. Ad essi se ne aggiunsero degli altri. Si armarono di pietre, e vennero all'assalto, urlando. Ci gridavano in tono furibondo: "Fermatevi!"
La fuga della telega da sola non poteva giustificare tanta indignazione. Anche un contadino russo era capace di comprendere che non avevamo alcuna colpa. Ma qualche giorno dopo, a Mosca, quel furore, ed anche la muta ostilit incontrata in tanti centri della campagna russa, ci furono spiegati. Pare che l'automobile abbia servito in varie occasioni ai rivoluzionari per compire le loro gesta e per gettare proclami incendiari. Certo  che in molti paesi russi si  creata l'opinione che le automobili siano i veicoli dei nemici della religione e dello Zar. La fuga d'un cavallo fu per noi la determinante d'uno scoppio di vecchia ostilit.
Gl'inseguitori non parevano disposti a lasciarci sfuggire. La strada ad un certo punto, li aiut. C'incontrammo, passata la chiesa, in una discesa precipitosa, piena di solchi e di buche. Dovemmo rallentare, frenando, per non spezzare la macchina. I contadini erano capitanati da un giovanotto biondo, dalla camicia rossa, che correva velocemente avanti agli altri urtando loro qualche cosa per incoraggiarli. La distanza si raccorciava rapidamente. Dei sassi cominciavano ad arrivare. Ancora pochi secondi e saremmo stati raggiunti. Allora mi decisi a fare un gesto che interruppe immediatamente l'inseguimnto. Fu un gesto molto semplice della mano destra tesa, un gesto che feci levandomi in piedi e volgendomi alla turba; essa si ferm di colpo, ammutol, rincul, e ci lasci andare. Debbo aggiungere che nella mano destra stringevo l'impugnatura della Mauser, armata ed abbassata in mira.
Poco dopo affondavamo nel fango, presso ad un piccolo fiume, il Zimylskaja. Ci liberammo con un'ora di lavoro, aiutati da tre mujik che passavano. Attraversammo il fiume sopra un vecchio ponte, lasciammo a sinistra la pittoresca cittadina di Woronowka, e via ancora per strade incerte e insidiose. Intanto il tempo s'era fatto minaccioso. Da ponente si avvicinava un nero temporale, che ci fu sopra mentre ci trovavamo in mezzo a grandi foreste di quercie e di faggi, guastandoci il piacere d'incontrarci in alberi amici. Eravamo sazi di abeti e betulle. Gli abeti sono certamente fra gli alberi pi belli; hanno una specie di severit architettonica con le loro oscure punte da cattedrale; ma alla lunga finiscono per diventare noiosi, noiosi come una selva d'ombrelli chiusi. Le quercie ci sembravano semplicemente deliziose; avevano una fisionomia disinvolta, variata, familiare, pareva che gesticolassero con i loro rami contorti e irregolari agitati dal vento; erano gli alberi di casa nostra.
Pioveva dirottamente, con il consueto accompagno di lampi e di tuoni. Era deciso che dovesse piovere tutti i giorni; avevamo ammesso questo fatto come una condizione necessaria e ineluttabile. Vedevamo arrivare i temporali senza neppure pronunziare una parola impaziente o esprimere il pi leggero malumore. Non avevamo neanche la noia di prepararci alla pioggia infilandoci gl'impermeabili, perch li portavamo sempre indosso; poteva esserci il pi bel sereno e il sole pi fulgido di questo mondo, noi non ci toglievamo pi quel prezioso indumento. Non credevamo al tempo buono; sapevamo da prima che era uno scherzo ingenuo del cielo.
Naturalmente le strade, cattive col sole, divennero impraticabili. Andavamo come si poteva, scivolando, pattinando, spingendo la macchina a spalla per salite viscide di fango, ci fermavamo a prender acqua nei fossi per metterla nel radiatore che lo sforzo continuo del motore prosciugava; attraversavamo larghe pozze, che parevano stagni, dopo avervi passeggiato a piedi per sondarne la resistenza nel fondo. Percorrevamo forse otto o nove chilometri all'ora. La sera ci sorprese in mezzo ad una solitudine. Partendo da Kazan speravamo di raggiungere Tschebokssary, lontana 160 chilometri;. alle otto di sera non avevamo percorso pi di 80 chilometri. Ci eravamo decisi a fermarci al prossimo villaggio. Ma l'oscurit, che la pioggia anticipava, non ci permetteva di vedere nettamente il suolo, e, ad un tratto, l'automobile s'inclin tutta sopra il fianco sinistro e si ferm. Eravamo affondati. Ettore non aveva scorto una profonda avvallatura melmosa, e due ruote vi erano andate dentro fino ai mozzi.
Guardammo intorno se si vedeva alcun villaggio. Niente. Eravamo in una valletta deserta. In fondo scorreva un torrente gonfiato dalla pioggia. Il Principe ed io, lasciando Ettore alla custodia della macchina, c'incamminammo verso la cima d'una collina per vedere se da lass ci fosse dato di scorgere luoghi abitati. Non si vedeva niente. La campagna oscura e triste, una prateria ondulata, rotta qua e l da neri boschetti; null'altro. Ci rassegnammo a passare la notte sull'automobile, coperti alla meglio dalle pellicce e dagl'impermeabili. Il torrente muggiva. Tornavamo scoraggiati, quando nello scroscio dell'acqua udimmo un rumore di legno percosso, un rapido ta-ta-ta. Ci fermammo ad ascoltare:
- Si direbbe un mulino - osservammo.
- Ma non si vede una casa!
Guardammo meglio, lungo il torrente. Frugavamo con gli occhi le sue rive.
- L, l, - esclamai - c' un tetto.... in quel boschetto di salici.... a sinistra del ponticello.
C'incamminammo in quella direzione; un viottolo ci condusse. Era proprio un piccolo mulino solitario. Entrammo in un cortiletto. Sulla porta d'un'isba era una vecchia che vedendoci rientr spaventata. Due uomini comparvero, in attitudine poco benevola, chiedendoci:
- Chi siete?
Borghese spieg il nostro essere, parl dell'automobile, promise loro equi compensi se ci avessero aiutato, e fin coll'indurli, rabboniti, a venire a vedere la macchina meravigliosa affondata nel fango.
- Bisogna andare al villaggio - dissero dopo avere ben osservato - e chiamare aiuto. Noi al mulino siamo in quattro soli. Quanto siete disposti a spendere per risollevare il carro?
- Cinque rubli! - rispose il Principe. Era la somma di partenza, come nelle aste pubbliche.
Cinque rubli! I mugnai si sentirono abbacinati da questa ricchezza. Cinque rubli! Si guardarono, scambiarono poche parole. Era venuta loro una forza da giganti e un coraggio da leoni. Volevano guadagnarli tutti loro i cinque rubli; avrebbero sollevato dieci automobili....
- Non c' bisogno di chiedere aiuto al villaggio - esclamarono - facciamo da noi. Abbiamo travi, tavole, tutto.
Andarono, e tornarono di corsa insieme ai loro due compagni che erano rimasti al mulino, e si misero al lavoro. Noi li aiutammo con tutte le nostre forze, e con l'esperienza. A furia di leve e di binde la macchina fu risollevata in mezz'ora. Fortunatamente l'incidente era avvenuto in una ripida discesa. Con la pala scavammo un po' il terreno avanti alle ruote, Ettore mise in azione il motore e prese il volante, e bast una buona spinta perch l'automobile partisse; arriv al fondo della valletta, pass un piccolo ponte di legno, infil un viottolo e and a fermarsi nel cortile del mulino. Il mugnaio stesso ci aveva offerto ospitalit nella sua povera casa.
Sospese il lavoro della mola. Era festa quella sera al mulino. Le donne si affaccendavano; erano due donne, la madre e la moglie del mugnaio. Gli altri uomini erano i garzoni. Ci portarono delle uova, del latte, del pane. Accesero il fuoco nella stufa, accesero tutti i lumi della casa. Uno degli aiutanti arriv dopo un'ora con un enorme boccione pieno di vodka, che era andato a comperare al villaggio: i cinque rubli cominciavano a convertirsi in ebrezza.
Riuniti intorno a noi, quei grossi uomini biondi, si misero a bere alla nostra salute. Ingoiavano bicchieri colmi del terribile liquore, dopo essersi fatti tre volte il segno della croce col bicchiere in mano e aver pronunziato una breve preghiera. Pareva una libazione sacra: quella sbornia cominciava con la solennit d'un rito. Le donne guardavano, in disparte, melanconicamente, silenziose. Dei bambini sporchi giuocavano in un angolo. Una lampada votiva ardeva avanti all'immagine del Redentore appesa ad una parete rozza dell'isba. All'intemo quelle rozze case di travi, calafatate fra trave e trave con muschio secco, dal basso soffitto e le piccole doppie finestre che non si possono aprire, fanno pensare a stive di antiche navi.
Non tard la vodka a produrre i suoi effetti. Il mugnaio si accorse di amarci. Ci guardava teneramente. I suoi occhi azzurri si empivano di lagrime di commozione. Come ci amava! Sentiva il bisogno di dircelo, di ripetercelo: "Vi amo! Vi amo!". E ci abbracciava uno ad uno baciandoci con reverenza affettuosa sulla fronte. I suoi uomini approvavano gravemente con cenni del capo e con parole convinte. Era giusto amarci - dicevano - bisognava amarci. La loro simpatia profonda si estendeva sulla nostra patria. Perch mai non avevano mai incontrato italiani nella loro vita? - si chiedevano sorpresi. - Un popolo da adorarsi. Tutte le benedizioni del cielo erano invocate sopra di noi. La giovane donna, dal volto serio e quasi addolorato, profitt dell'emozione affettuosa del marito per portar via la grossa bottiglia della vodka senza che se ne avvedesse, e per andarla a nascondere in un angolo, sotto a degli stracci.
Quando mostrammo desiderio di riposare, tutti uscirono e ci lasciarono soli. Le donne e i bambini andarono a dormire in un andito, per terra. Gli uomini rimasero a lungo sulla soglia dell'isba, e li udimmo cantare per ore di quei melanconici canti slavi solenni come preghiere. Poi, sopita forse l'ebrezza dal freddo della notte, tornarono al mulino, che si rimise al lavoro: ta-ta-ta-ta....
Noi ci eravamo sdraiati sul pavimento. Io non potevo dormire; dei grossi topi si rincorrevano intorno. Improvvisamente mi sentii investire da un soffio d'aria fresca, Mi accorsi che la porta si apriva adagio adagio. Qualcuno voleva entrare senza farsi udire.
Sollevato sul gomito, sforzai la vista nel buio. Dallo spiraglio della porta filtrava un barlume di luce che mi permise di vedere, o meglio d'indovinare la persona che s'introduceva cosi furtivamente nella nostra stanza: era la donna, la giovane. Distinguevo il biancore del suo lungo camiciotto bianco. Essa, aperta la porta, ristette sulla soglia ascoltando. Che voleva? Io guardavo con intensa curiosit.
Rassicurata dal silenzio entr. Era scalza, e non faceva il minimo rumore; pareva un'ombra. Si diresse con sicurezza verso un angolo, si chin a frugare. Mi ricordai: era il posto ove essa aveva nascosto la vodka. Infatti sentii, da un lievissimo rumore del vetro, che afferrava la bottiglia; la vidi risollevarsi. Dopo un istante udii un gorgogliare leggero del liquido, lungo, interrotto da sospiri....
La brava donna beveva.
Ci rimettemmo in marcia alle sei del mattino. Le strade erano prosciugate, e migliori. Per lunghi tratti trovammo un terreno simile a quello della steppa, sul quale potemmo lanciarci a grandi velocit. Attraversammo Tschebokssary, nell'ora del mercato, vecchia citt di provincia che ha una sonnolenta aria di riposo, come di citt pensionata. Passammo per un villaggio in giorno di fiera, strano per la gran folla tutta vestita di bianco e di nero, una folla che aveva un'apparenza monacale. A mezzogiorno eravamo a Wassilsursk, graziosa cittadina sulla riva destra del Sura - confluente del Volga - posta alla foce del fiume, civettuola in mezzo al verde di piccoli boschi, tutta scomposta sul declivio d'una collina, quasi che le sue casette si siano immobilizzate mentre scendevano a gara in disordine verso il fiume. Traversammo il Sura sopra una chiatta a rimorchio d'un vaporino. La strada per Nishnii-Nowgorod riprende alla riva sinistra, un paio di verste a monte. E via, e via, per tutto il giorno, fiancheggiando di tanto in tanto il Volga, del quale scorgevamo le ampie e pigre spire svolgentisi nella vallata vasta, corse da battelli; via per campagne umide di pioggia, pittoresche nella loro pallida immensit.
Cominciammo a trovare, nel pomeriggio, delle ville signorili disperse per i boschi, e incontrammo comitive di villeggianti. La gran citt, Nishnii-Nowgorod era vicina. Verso il tramonto ci apparvero lontano delle ciminiere d'opifici, immediata avanguardia delle moderne metropoli. In cima ad una salita stavano delle iswoshchik. Quando le raggiungemmo fummo accolti da un grido di saluto.
- Evviva!
Era in esse l'agente commerciale d'Italia in Russia - una specie di diplomatico dell'industria - , un segretario del console italiano a Mosca, un agente consolare, alcuni connazionali. Entravamo nell'orbita ufficiale dell'Europa. Ricevemmo la nostra posta, lettere, giornali, telegrammi. Era una ripresa di contatti. La gran solitudine finiva. Era finita.
Comparvero delle bottiglie di champagne, dei bicchieri, brindammo, stringemmo commossi dieci volte le stesse mani, domandammo notizie del nostro mondo. Poi fummo presi da una subitanea impazienza, dalla voglia imperiosa di finire, di correre, correre senza fermarci pi, come quel personaggio della leggenda fiamminga il quale si fabbric due gambe meccaniche che camminavano da sole, e corre, corre ancora, perch si dimentic di mettervi anche un meccanismo per fermarle.
- In macchina! In macchina! - esclamammo.
Non sentivamo pi stanchezze e malinconie. Tutto era dimenticato: - In macchina! - E poco dopo il superbo panorama di Nishnii-Nowgorod si spiegava sotto a noi. Da Kazan avevamo percorso 447 chilometri. Era sera quando entravamo per le ampie vie dell'antica capitale russa. "Nowgorod la Bassa", che fu il vero nido dell'immenso Impero. Le undici torri del Kremlino, in alto, sulla citt, erano ancora illuminate dal tramonto; fiammeggiavano superbamente al di sopra delle cupole d'oro e dei bianchi campanili. Quelle undici dominatrici noi le guardavamo con un certo senso d'orgoglio pensando che sono un po' italiane; furono fatte da un architetto italiano, Pietro Frasiano, quando il Kremlino cess di combattere e volle abbellirsi. Intorno a quella fortezza si erano formati gli eserciti che avevano conquistato Kazan ai tartari; pi tardi vi si form l'esercito che scacci i polacchi da Mosca. Nowgorod la Bassa deve apparire sacra all'anima slava.
Eravamo appena arrivati, quando ci venne comunicato un invito. Alcuni eletti cittadini, fra i quali il Governatore, vollero festeggiarci con un banchetto all'aperto, in un gran giardino della "Citt alta". L'aria era mite, il cielo sereno: vedevamo il Volga, alla confluenza dell'Oka, ampio, pallido, scorrere nella vallata sotto a noi, costellato da miriadi di lumi di battelli ancorati, simile ad una via lattea distesasi sulla terra: una musica suonava fra gli alberi. Ci attardammo sedotti dalla dolcezza della notte calma. Durante il banchetto vennero a chiamarmi.
- Che c'? - chiesi al cameriere inguantato che mi avvertiva.
- Voi avete spedito un telegramma?
- S, due ore fa.
- Bene. L'ufficio telegrafico avverte che non pu trasmetterlo.... Se volete parlare al telefono....
Corsi ad un telefono che m'indicarono. Fui messo in comunicazione coll'ufficio telegrafico. Il mio dispaccio non poteva essere trasmesso perch non era scritto in russo. Da Nischne-Udinsk non avevo pi sentito dire questa graziosa enormit. Per fortuna avevo sotto mano le persone pi influenti della citt che telefonarono, corsero all'ufficio, parlamentarono, e tornarono trionfanti. Il telegramma sarebbe partito.
- Ognuno fa il comodo suo! - esclamarono come commento. - L'ufficio trovava che il dispaccio era troppo lungo....
- Sono i tempi!
Era passata da un pezzo la mezzanotte quando fu bussato alla porta della mia camera, all'albergo.
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- Che c'? - chiesi.
- Voi avete spedito un telegramma?
Balzai dal letto furibondo e corsi ad aprire.
- S - gridai al matre d'htel al quale mi trovai di fronte - sono quattro ore che l'ho spedito. Quattro ore!
- Tranquillizzatevi - mi rispose dolcemente - il vostro telegramma  partito, e sar forse arrivato. L'ufficio telegrafico chiede soltanto un piccolo schiarimento...
- Quale?
- Domanda se le parole del vostro dispaccio debbono esser lette dall'alto in basso, una sotto l'altra, oppure in linea orizzontale da sinistra a destra.
Rimasi allibito. Caddi sopra una sedia, esclamando con voce dolente:
- Io non ho telegrafato in cinese! E nemmeno in giapponese! Ve lo giuro. Ho scritto in una lingua europea. Soltanto il cinese e il giapponese si scrivono dall'alto in basso. E si leggono dall'alto in basso. E si telegrafano dall'alto in basso.
- Va bene, va bene. Telefono subito. Dunque, da sinistra a destra?
- Ma se l'hanno gi tramnesso! Come l'hanno trasmesso? Come?
- Dall'alto in basso, signore.
Erano le dieci del mattino quando riprendemmo il viaggio. La nostra grigia e sporca automobile ce l'avevano, con gentile pensiero, ornata di mazzi di fiori. La gente per le vie ci salutava con lieta cordialit, usciva fuori dai negozi, si affollava verso di noi. Attraversammo l'Oka sul "Ponte della Fiera", il magnifico ponte di legno che unisce Nishnii-Nowgorod alla Jamarka, la localit della famosa fiera di S. Pietro e S. Paolo. Eravamo all'antivigilia della sua apertura. Essa si preparava a ricevere i 400.000 stranieri che vi accorrono ogni anno. Il grandioso fiume era solcato da innumerevoli vapori e battelli variopinti, era pieno di frastuono, di movimento, di luce, di canti.
Montagne di mercanzie si accatastavano sulla riva, dominate da uno sfarfallamento di bandiere. Enormi barche ormeggiate alle rive sostenevano edifici provvisori, caff e trattorie galleggianti, multicolori, festonate, un teatro, luoghi ove la gente va a fumare perch il fumare  proibito per le strade della Jamarka, Abbiamo attraversato, lungo la riva sinistra dell'Oka, il vasto territorio della fiera, con i suoi seimila magazzini, i suoi negozi, i suoi mercati, tutta un'altra citt, morta per dieci mesi dell'anno, allagata a primavera, e della quale vedevamo il rumoroso risveglio. La sua strana popolazione lasciava il lavoro per stringersi al nostro passaggio. C' di tutto alla fiera di Nishnii, ma l'automobile non vi era apparsa ancora.
Fra la grave e pensosa moltitudine slava, vedevamo curiose genti intorno a noi. Molti i tartari dal kaftan alla turca o dal kulmak azzurro; e i kirghisi venuti dalle loro steppe (ne avevamo incontrati tanti per la via) conducendo per migliaia di chilometri mandrie di cavalli legati l'uno all'altro con corde di paglia e le corde legate alla telega; v'erano circassi coperti di armi vistose; persiani, dall'alto berretto peloso, che avevano risalito il Volga da Astrakan; e armeni dal volto severo; siberiani di Tobolsk venuti con carichi di pellicce preziose. Pass fra la folla la voce che noi giungevamo da Pechino: ci guardarono sorpresi, ci domandarono mille cose che non sempre comprendevamo. Passammo avanti al magnifico palazzo dove il governatore risiede nell'epoca della fiera, poi entrammo nella Moskowskaja, la strada di Mosca, ingombra di carri, fiancheggiata da opifici, bella, ampia, massicciata, piana, diritta.
Mettemmo la macchina in velocit. La citt e la sua Jamarka si allontanavano a poco a poco. La strada si spopolava. Ci trovammo soli, e ci aspettavamo di entrare in uno dei soliti miseri sentieri campestri che fino a quel giorno erano stati la nostra pista. Questa volta per il sentiero non arrivava: la massicciata continuava eguale. E non ci abbandon pi. La strada, la vera strada era raggiunta.
Finalmente! Dopo 7500 chilometri di viaggio, dopo quarantasei lunghi giorni di fatiche, di pene, di sofferenze, di sconforti! La cercavamo, la sospiravamo fin da quando uscimmo dal deserto mongolo: credevamo di raggiungerla a Kiakhta, a Irkutsk: ad ogni tappa eravamo sorretti dalla speranza di trovarla. Descrivendo il viaggio ho parlato di strade per dare un nome agl'indefinibili luoghi sui quali passavamo. In realt avevamo camminato quasi sempre sulla terra naturale, pi o meno buona, sulla sabbia, sul fango, sui sassi, sugli sterpi. La strada cominciava soltanto allora, preceduta dalla piccola, lontana avanguardia di Kazan. Cominciava a Nishnii-Nowgorod, citt indimenticabile che segnava per noi l'inizio della fase risolutiva del viaggio. Ci pareva l'inizio della civilt.
L'Europa non ha i suoi confini come vogliono i geografi, e come noi avevamo creduto, tra le foreste degli Urali; no: essa comincia a Nishnii-Nowgorod, con quella striscia bianca sulla quale correvamo, larga, invitante, nastro infinito che partendo da l ravvolge tutte le nostre nazioni. Ci sembr allora, allora soltanto, di aver trionfato di ogni difficolt: non avremmo dovuto pi scalare rocce, scendere precipizi, sobbalzare sopra tronchi d'albero; non saremmo pi affondati in paludi insidiose: non avremmo pi dovuto cercare la direzione tra le erbe degli acquitrini e gli alberi delle foreste. La strada ci conduceva; essa era la nostra amica, la nostra guida, ci sorreggeva, ci accompagnava alla mta.
Mandammo un grido di gioia quando, dall'alto d'una collina la vedemmo svolgersi fino all'orizzonte. E pure, rimaneva in noi un senso di dubbio, una vaga ansia: eravamo stati troppe volte ingannati, e temevamo ancora un poco che essa ci sparisse, ci abbandonasse. Non potevamo abituarci ad un cambiamento cos completo e repentino. E cos bello.
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 stato forse per renderci il cambiamento un po' meno radicale, per mettervi una certa sfumatura, che anche la Moskowskaja volle essere almeno ostile in qualche cosa, sul principio: nei ponticelli. I suoi ponticelli erano vecchi e malsicuri. Sentivamo sotto le ruote l'aborrito scricchiolare del legno. Mentre correvamo veloci, ecco uno di quei ponticelli cedere sotto il peso dell'automobile; una tavola si spezza. Borghese grida ad Ettore che conduce:
- Forza: A tutta forza!
Il motore romba alto, e la macchina, che pareva stesse per arrestarsi, balza in avanti sulle tavole tutte inclinate.  in salvo. Dietro a noi udiamo un cadere di legname. Dopo una cinquantina di verste passiamo i confini del governatorato di Nishnii-Nowgorod. Troviamo strade eccellenti, ponti nuovi, solidi.
L'automobile si slancia a tutta velocit; noi, curvi in avanti per vincere la resistenza dell'aria, superiamo lunghi tratti in volata, assaporando nuovamente, dopo tanto tempo, la volutt della corsa ininterrotta. Attraversiamo pittoreschi boschi di faggi, di pini, di betulle, che noi opiniamo appartengano alla Corona perch su di essi, da alte torri di legno che sembrano antiche macchine da guerra, vigilano guardiani. Passiamo per campagne coltivate, e fuggono confusamente ai nostri occhi villaggi, campi, quieti stagni coperti da ninfee fiorite, messi dorate, isbe solitarie.
Respiriamo a pieni polmoni il profumo di fieno, di resina, di fiori che esalano il loro alito nell'aria calda. La strada forma dei rettilinei superbi, lunghi fino a 60 verste. Se non ci avessero trattenuto i lavori di certi ponti in ricostruzione, avremmo potuto giungere a Wladimir, la prossima tappa, lontana da Nishnii-Nowgorod 250 chilometri, in cinque ore; ne impiegammo invece otto.
Siamo entrati all'ora del passeggio in quella deliziosa cittadina tutta bianca, ombrata da grandi alberi folti, nella quale si sente gi, vagamente, la vicinanza della capitale sacra dell'Impero; si sente nella frequenza delle chiese, dei sepolcri, dei tabernacoli, questi ultimi sparsi anche per la campagna, dove alla sera fanno tremolare luci solitarie che il passante saluta col ginocchio a terra.
Prendemmo alloggio in un piccolo albergo. Per la prima volta la stanchezza non ci diede il sonno. Mosca era soltanto poche ore lontana.
Alle sette del mattino varcavamo la bianca porta turrita di Wladimir, e ci lanciavamo verso Mosca.
La strada, inondata di sole, era splendida, diritta come fosse stata tracciata a colpi di cannone attraverso le steppe, le boscaglie, i campi, i fiumi, gli stagni. Vi  in questa rigidezza qualche cosa di grandioso e di jeratico. Tale strada meravigliosa non pu finire che davanti al supremo spettacolo del santuario dell'Impero.
Siamo spronati dal desiderio di giunger presto. Voliamo. La macchina pare che ci senta, che ci comprenda: regolare, silenziosa, obbedisce alla minima mossa dell'acceleratore, balza avanti e si contiene docile al gesto di Borghese che sta al volante; molleggia leggermente sulle pneumatiche con oscillazioni dolci che ci cullano. Alle otto attraversiamo una cittadina.
La gente esce dalle botteghe, accorre dalle vie laterali, ci saluta festosamente. Persino un grosso gendarme sorridente porta la mano alla visiera. Passandogli vicino gli chiediamo:
- Come si chiama questa citt?
- Pokrow!
Rimaniamo sorpresi. Pokrow  a circa 80 verste da Wladimir. Continuando di questo passo arriveremmo a Mosca prima delle dieci. E non possiamo: dobbiamo giungervi alle due pomeridiane. Perch? Per un dovere di cortesia. Alla vigilia ci avevano telegrafato da Mosca chiedendoci l'ora del nostro arrivo, e il Principe, abituato alle sorprese del passato, aveva fatto un calcolo molto largo, lasciandovi il posto a tutte le eventualit, e aveva risposto: Alle ore due. Eccoci dunque costretti ad una  "panna" volontaria. Decidiamo di alleviarla con una colazione.
Mezz'ora dopo ci fermiamo a Bogorodsk, all'albergo principale. Ci sediamo alla mensa con la solennit che conviene alla nostra prima colazione civile, e ci offriamo la seconda bottiglia di champagne del viaggio: la prima fu a Tankoy. Da Pechino in qua, durante le marce, non avevamo mai fatto colazione avanti ad una tovaglia; avevamo mangiato sull'automobile, e spesso ce ne eravamo anche dimenticati.
Ci sentiamo lieti, d'una letizia quasi infantile. Il tempo s' guastato, comincia a piovere, ma noi ridiamo del tempo e deridiamo la pioggia: non ci fermeranno pi. Sono ostilit tardive e inutili. Il nostro vecchio ed ostinato nemico, il tempo,  vinto.
In un momento la notizia del nostro arrivo si sparge per la citt. Il pubblico si affolla nel cortile intorno all'automobile, si ferma per la strada a guardare le nostre finestre. Riceviamo la visita di ufficiali, di funzionari, di ricchi proprietari. Siamo invitati da ogni parte. Borghese deve schermirsi per non correre il rischio di arrivare a Mosca alle due.... del giorno dopo. Non possiamo fare a meno di accettare una coppa di champagne presso una signora che possiede alcuni fra i pi importanti cotonifici della regione; essa  venuta all'albergo, in una ricca vettura, a pregarci con tanta squisita cortesia, che abbiamo ceduto. Gli operai si accalcano fuori degli opifici per salutarci mentre passiamo per recarci alla villetta di legno della proprietaria.
A mezzogiorno riprendiamo i nostri posti sulla macchina, e affrettiamo l'andatura per guadagnare tempo. Temiamo d'aver prolungato troppo la panna di Bogorodsk. Siamo a trenta verste da Mosca, quando c'imbattiamo in due superbi soldati che scambiamo per cosacchi del Kuban, pittoreschi nella tradizionale uniforme alla circassa con le ricche cartuccere ai lati del petto, il gran pugnale alla cintura, l'alto colbacco di pelo. Essi sono fermi, uno di fronte all'altro ai lati della strada. Appena siamo passati, voltano i cavalli e ci seguono a gran galoppo. Di cento in cento metri altri cosacchi guardano la strada, e si uniscono alla cavalcata che noi distanziamo rapidamente. Non tardiamo ad accorgerci che questo servizio di vigilanza  per noi, per farci trovare la via sgombra dai carri che le sentinelle fanno scostare dal centro della strada. I soldati appartengono ad un nuovo corpo di gendarmeria istituito a Mosca dopo i moti rivoluzionari.
Caso strano, i carrettieri non sono furibondi, non c'ingiuriano; anzi ci salutano con effusione. Ma le sorprese non sono ancora finite. All'una e un quarto, giungendo al confine della circoscrizione di Mosca, in una localit chiamata Kordenky, scorgiamo una folla intorno a carri luccicanti, nei quali, avvicinandoci, riconosciamo tante automobili in fila. Altre ne arrivano velocemente facendo squillare le loro trombe. Sono le prime grandi automobili che rivediamo. Sono venute ad incontrarci. Da esse e intorno ad esse si leva un grido di saluto: Urrah! - Siamo circondati, stringiamo cento mani tese.
 un momento ineffabile.
Sul viso diplomatico di Borghese vedo passare una vaga ombra di commozione. Mancano ancora quattromila chilometri per giungere a Parigi, ma ci pare d'essere arrivati. Ci ricongiungiamo al nostro mondo, alla nostra vita. Chiudiamo veramente adesso la grande parentesi di desolazione e di solitudine che questa dura prova rappresenter nella nostra esistenza.
Col cuore un po' gonfio, con gli occhi arrossati non soltanto dal vento e dalla pioggia, scendiamo dall'automobile in mezzo alla fraterna adunanza. Il presidente dell'Automobile Club di Mosca, alla cui iniziativa dobbiamo questo affettuoso saluto, ci comunica che siamo nominati membri onorari del Club, e ci consegna il prezioso distintivo di smalto e d'oro, che subito fissiamo sui nostri infangati berretti. Seguono delle presentazioni. Scambiamo i saluti col Console generale di Francia, col Console belga, col Console d'Italia, con l'Agente commerciale d'Italia, che avevamo gi incontrato a Nishnii-Nowgorod, con i membri dell'Automobile-Club, della Societ ciclistica, della Colonia italiana. Io mi trovo fra numerosi colleghi: il corrispondente del Matin, il quale comunica al Principe le congratulazioni del suo giornale - a cui si deve la geniale idea della Pechino-Parigi -; ritrovo il confratello del Daily Mail che ci segue in ferrovia da tappa in tappa; e molti giornalisti esteri. Vi sono delle signore. Una di esse, con pensiero squisito, depone sulla nostra macchina un ciuffo di rose, quasi per fare un po' di festa anche a lei, che ha tanto merito se siamo arrivati. Un rinfresco ci viene offerto dal presidente dell'Automobile Club in un'isba vicina - una rozza casetta di legno i cui abitatori guardano con stordimento una cos straordinaria ed elegante invasione.
- A Mosca! A Mosca ! - si grida.
Verso le due riprendiamo il cammino, seguiti da tutte le automobili.
Lo spettacolo fantastico di questo veloce corteo mi richiama alla mente un altro corteggio: quello che seguiva la nostra automobile, recante il governatore cinese della Mongolia, per le strade di Urga. Ripenso a quella furibonda cavalcata di fieri mongoli, dalle vesti variopinte ed i cappelli a cono, la quale ci diede l'idea che l'automobile fosse inseguita ferocemente da tutta la barbarie asiatica. Ma qui, adesso, sembriamo noi i barbari, sporchi come siamo di polvere, di fango, sopra un carro rozzo, opaco, del colore della terra, bruttato di mota, carico di cordami vecchi, di catene, di pale rugginose; mentre dietro a noi brillano metalli forbiti, lucide vernici di automobili aristocratiche, sulle quali fremono al vento eleganti toilettes estive, con la loro freschezza di piume, di fiori, di veli, di nastri.
Improvvisamente si apre all'orizzonte la visione di Mosca.
 uno scintillio di cupole d'oro sopra una bianca, diafana distesa di edifici.  un'apparizione imponente. Un sogno.
Arriviamo ai sobborghi pieni di opifici, irti di ciminiere alte, fumanti; sobborghi nuovi, rumorosi di lavoro, che cingono la solenne quiete antica dei santuari.
Che cosa avviene? Una gran folla invade la strada. Sono tutti operai che accorrono dalle fabbriche, a centinaia, a migliaia, donne e uomini. Le finestre sono gremite. Dalla ferrovia suburbana, che attraversiamo, vengono pure squadre di lavoratori, correndo. Che cosa avviene?
Ma quando siamo vicini comprendiamo. Un urlo formidabile ci accoglie.  il saluto del popolo, gridato dalla voce terribile della moltitudine. Il saluto si rinnova e si propaga, ci segue, ci fiancheggia. Noi non abbiamo la coscienza di meritarlo, ma nel nostro animo penetra impetuosa l'onda di questa simpatia. Udiamo gridare in italiano: "Viva l'Italia!". Scrosciano battimani. Dalle imperiali dei trams, i passeggieri in piedi alzano i berretti. I cocchieri, i tramvieri, i gendarmi stessi ci salutano.
Borghese non pu esimersi dal rispondere col gesto della mano, mentre mormora tutto meravigliato:
- Ma che abbiamo fatto, dopo tutto?
Attraversiamo cos il sobborgo Novaya Andronovka, ed entriamo per la barriera Rogojskaja. Uno speciale servizio di polizia mantiene la strada sgombra dalle vetture. Velocemente c'immergiamo nel cuore della citt, dove troviamo la calma. I saluti si fanno silenziosi. Per grandiosi boulevards arriviamo finalmente presso le superbe mura vetuste del Kremlino, dove la gente non ci conosce pi, e si ferma a guardare con aria interrogativa il nostro corteo, certamente meravigliandosi che tante belle automobili siano precedute da una cos brutta e sporca, montata da gente ancora pi sporca.
Scendiamo all'albergo, e cadiamo subito in una dolce prigionia. Il Comitato della corsa s'impossessa di noi. Esso vuole festeggiarci, e occorrono almeno due giorni di tempo per farlo coscienziosamente. La nostra stanchezza non ci rende ribelli all'ukase del Comitato.
- Ebbene - ci diciamo consultandoci sul programma futuro - fermiamoci. Cercheremo di non cedere alle seduzioni di futuri riposi. Fileremo da Mosca su Parigi!
E Pietroburgo? Anche Pietroburgo ci aspettava. L'itinerario della corsa,  vero, escludeva la capitale russa, troppo lontana. Con la scelta della strada di Perm e con l'andata a Pietroburgo allungavamo il percorso di settecento chilometri almeno. Ma il Comitato di Pietroburgo, che aveva sorvegliato la distribuzione dei depositi di benzina, che aveva fatto fare rilievi stradali, che aveva organizzato sottocomitati in tutte le grandi citt per riceverci e confortarci, si era reso il pi utile di tutti i Comitati, e non potevamo trascurare il suo invito. Saremmo dunque andati a Pietroburgo, ma per non rimanervi che poche ore. Perch poi c'era Berlino, da dove avevamo ricevuto telegrammi d'invito fino da quando eravamo a Tomsk....
Mosca ci offr ad un tempo tutti quei pranzi, quelle cene e quelle colazioni che ci mancarono durante il viaggio. Le nostre tempre, che resisterono alle fatiche e alle priavazioni cominciarono a piegarsi sotto quella reazione terribile, alla quale non potevamo opporci tanta era la cordialit che l'accompagnava. Fummo ospiti della Colonia italiana, che volle presentarci preziosi ricordi che non erano certo necessari perch la memoria di quei momenti rimanesse indelebile in noi; fummo ospiti dell'Automobile Club, del Console italiano, di amici vecchi e nuovi; scambiammo brindisi, udimmo orchestre, concerti, canti; passammo per tutti i pi sontuosi e rinomati restaurants moscoviti, dal Mtropole all'Ermitage, dal Mauritania - perduto fra le ombre folte del Petrowsky-Park - famoso per i suoi cori cosmopoliti, all'elegante Yard, dove i concerti cominciano a mezzanotte per finire al sorgere del sole.
Le automobili di Mosca furono messe a nostra disposizione per percorrere la citt e i dintorni pittoreschi. Cos fummo condotti a vedere il tramonto dallo storico Vorobievy Gory, il "Monte delle Passere", sul quale il grande Napoleone si ferm ad ammirare il meraviglioso panorama di Mosca nella sera del 14 Settembre 1812. Il sole agonizzante tingeva di sangue l'immensa, superba citt: le cupole dorate mandavano bagliori di fiamme: tutto si confondeva in un fulgore che sembrava irreale: uno spettacolo sublime.
Fummo condotti ad assistere alle celebri corse al trotto nel magnifico ippodromo che  il pi bello del mondo. Dalle tribune monumentali seguimmo le fasi della perenne lotta fra cavalli russi e americani, lotta che continua tutti i giorni, anche in inverno quando la pista  coperta di neve e i cavalli trascinano veloci slitte.
Insomma ci hanno fatto vivere in poche ore la molteplice e singolare vita di quest'unica citt, vera capitale russa senza ministeri, moderna ed antica, lavoratrice e sacra, che si diverte anche sotto al presente "piccolo stato d'assedio", per il quale si vedono le guardie sorvegliare il movimento dei ricchi equipaggi al passeggio armate di fucili con la baionetta in canna mentre pattuglie di cosacchi passano con le carabine alla coscia trottando fra le carrozze. Non  raro il caso, per le grandi vie, che all'improvviso un ordine venga gridato dalle guardie, che tutte le vetture si tirino in disparte, e che si veda passare velocemente, al mezzo galoppo, una fila di tre o quattro carrozze precedute, fiancheggiate e seguite da plotoni di cosacchi con la rivoltella in pugno e spianata: si tratta di un trasporto di denaro appartenente allo Stato. Il pericolo ha innalzato il Rublo agli onori sovrani.
Intanto l'automobile aveva rinnovato la sua toilette da viaggio; era stata ben lavata e ripulita. Non aveva avuto bisogno d'altro. All'esame delle sue macchine avevano assistito automobilisti, sportsmen, giornalisti, chauffeurs; era stato eseguito nel garage dell'Htel Mtropole. Con nostra sorpresa si trovarono intatti anche vari pezzi che per solito si debbono cambiare di frequente perch soggetti a rapido logoramento: per esempio i  "martelletti dell'accensione", piccoli dischi eccentrici che fanno dai 1200 ai 1400 giri al minuto, e le "valvole d'aspirazione" che ogni minuto danno dai 2400 ai 2800 colpi. Assolutamente come nuovi si ritrovarono gl'ingranaggi del "cambio di velocit", i "cuscinetti", e l'"albero di trasmissione" - noto anche sotto il nome di cardano, il quale da molti tecnici  ritenuto meno resistente della trasmissione "a catena". Fu soltanto cambiata la ruota fabbricata dai mujik fra Perm e Kazan, perch si riscontr che era male "centrata", e che perci sforzava le pneumatiche.
Tale abbandono ci dispiacque; a quella rozza ruota dovevamo molta riconoscenza.
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CAPITOLO 21. LASCIANDO LA RUSSIA.
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Sulla via di Pietroburgo. Nowgorod. Nei parchi imperiali. Pietroburgo. Verso la frontiera. Ospitalit imprevista. Il primo saluto tedesco. Knigsberg. Berlino si avvicina.
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Al mattino del 31 Luglio, alle quattro precise, la nostra automobile usciva dal garage dell'Htel Mtropole resa pi snella da una notevole diminuzione di bagaglio. Essa lasciava a Mosca quell'arredamento da esploratrice che la rendeva tanto singolare. Lasciava i cordami, le catene, le carrucole, le pale, i picconi.
Andando avanti aveva gettato poco a poco tutta la roba inutile o greve. Aveva lasciato due parafanghi a Kalgan, e due sulle praterie mongole, aveva disseminato provviste di corned beef e ferraglia, aveva lasciato cadere zavorra, come un pallone, per alleviare lo sforzo delle molle. A Mosca, oltre ai nostri pochi effetti personali, non portava pi che qualche gomma di ricambio. Aveva preso un'aria di risolutezza; pareva che si fosse spogliata, come un atleta, per correr meglio.
Seguiti da altre automobili che facevano scorta, attraversammo velocemente la citt non ancora silenziosa. L'alba  un'ora di movimento a Mosca: la folla ritorna dai restaurants e dai concerti. Ricevemmo cos partendo gli addii della popolazione che si diverte, dopo aver ricevuto arrivando i saluti della popolazione che lavora. Dalle carrozze, gente in cravatta bianca ci salutava calorosamente; dai balconi dei clubs scendevano ovazioni. Passammo l'elegante barriera Twerskaja, presso alla stazione di Smolensk, ed entrammo nella St. Peterburgkoje Chausse, la via di Pietroburgo, sulla quale le verste non sono pi segnate da pali numerati, ma da obelischi monumentali. Alla nostra destra si stendeva il parco Petrowskj, sui cui immensi viali trottavano ancora delle carrozze, reduci dai caff eccentrici. Passavano delle vistose toilettes un po' arruffate, dei cappelli a cilindro di traverso su teste alquanto oscillanti: ancora dei saluti, rauchi ma cordiali. Eravamo subito riconosciuti per la forma singolare della nostra macchina, che le illustrazioni dei giornali avevano reso popolare, e per la bandiera italiana sventolante a poppa.
Sulla campagna silenziosa, austera, v'era della bruma: poi, col levarsi del sole, un sole pallido velato, la nebbia si faceva sempre pi densa. Finimmo presto col non vedere pi nulla al di l dei bordi della strada; viaggiavamo in un'immensit grigia, che non ci lasciava distinguere nemmeno le altre automobili vicine, delle quali udivamo squillare i segnali.
Alle sei il sole attraversa qua e l le cortine di ombre. L'orizzonte appare, piano e sconfinato. Si scorgono candidi campanili di chiese sopra al verde di boschi dai contorni ancora incerti: poi, poco per volta, tutto si precisa. Ritroviamo l'immutato paesaggio che da settimane ci accompagna. Giungiamo nella cittadina di Klin, in gran parte costruita di legno; scambiamo rapidi saluti con le automobili, che ci hanno raggiunto, e riprendiamo soli la corsa, ascoltando assorti il ritmo eguale e lieve del motore, godendo con volutt la frescura del mattino.
Alle otto ecco un'altra citt nel suo caratteristico profilo orientale di cupole dorate, cupole azzurre, cupole variegate;  Twer, la citt dalle quaranta chiese, il punto di partenza della navigazione sul Volga. La folla si ferma a guardarci, riceviamo, passando, saluti augurali. Attraversiamo per la seconda volta il Volga sopra un nuovissimo e splendido ponte sospeso: ma  un Volga tanto pi piccolo e modesto che non vi riconosciamo l'immenso fiume di Nishnii-Nowgorod e di Kazan, vasto, laggi, come un braccio di mare.
Citt, villaggi, ricchi monasteri isolati fra boschi di pini, pianure steppose, campi, passano rapidamente: abbiamo una lunga strada da fare, e battiamo buon passo. Vogliamo pernottare a Nowgorod, lontana 485 chilometri da Mosca. Alcuni contadini che mietono il fieno in un campo solitario, vedendoci giungere da lontano, vengono di corsa sulla strada, con le falci in aria.
Uno di essi, un giovane biondo, ci grida:
- Venite da Pechino?
- S.
Allora tutti agitano i berretti e gridano:
- Urrah!
Noi sorridiamo.
Quella prerogativa di trovare in ogni cosa il lato divertente, quel piacevole scetticismo, un po' irriverente qualche volta, che  in fondo al carattere latino, comincia ad avere il sopravvento sull'emozione.
Arriviamo alle dieci a Torshok, dove  stabilito un deposito di benzina. La preparazione logistica del viaggio finiva a Mosca, perch, organizzandola, il Principe era incerto sull'itinerario da seguire, ed era invece certo di trovare facilmente benzina da Mosca a Parigi. La ditta Nobel, interpellata telegraficamente, si era assunta l'incarico di farci trovare nuovi depositi da Mosca alla frontiera russa.
All'ingresso della citt, sulla strada, stanno degli uomini ad aspettarci con i barili della benzina e dell'olio pronti in terra. In pochi minuti riempiamo i nostri serbatoi, e via di nuovo.
Non abbiamo mai fatto tanto cammino cos velocemente: da Mosca andiamo a 50 chilometri all'ora. Siamo conquistati da un desiderio sempre pi vivo di affrettarci. Le verste sfilano rapidamente. Consultiamo le carte, facciamo dei calcoli, non dedichiamo pi che una mediocre attenzione al paesaggio, che pure varia, ora, e diviene pittoresco. Le case campestri prendono un aspetto pi caratteristico, si arricchiscono d'intagli, di sculture in legno, di ornamenti multicolori intorno alle finestre, si abbelliscono dei motivi tradizionali dell'antica arte slava, in qualche caso di un'opulenza medioevale. Ma noi non abbiamo sguardi che per la strada, quasi per correrla avanti alla macchina lanciandovi il nostro desiderio.
Ma, ahim, passato il confine del governatorato di Twer, la strada peggiora. Rallentiamo, finch siamo ridotti ad una velocit di 25 chilometri all'ora da un subitaneo violento temporale.  il consueto temporale quotidiano. E pensare che durante il nostro soggiorno a Mosca non era caduta neppure una goccia d'acqua!
Addio strade, paesaggi, case medioevali! Tutto  acqua intorno a noi, come al mattino tutto era nebbia; un'acqua che non ci abbandona pi fino a Nowgorod, sulle rive del Volkhof, presso al quieto e vasto lago d'Ilmen. Nessuna citt ci aveva fatta l'impressione di tristezza che ci produce Nowgorod. Si direbbe che essa porti il lutto della sua potenza e delle sue glorie. Vive ancora un proverbio in Russia, che dice: "Chi pu lottare con Dio e con Nowgorod?" - Si vede proprio che a questo mondo resistono pi poche parole che un impero.
Noi abbiamo un rammarico: quello d'aver percorso una gran distanza che non ci avvicina alla mta. Corriamo verso il nord. Questa punta a Pietroburgo rappresenta una vera interruzione del viaggio. Deviamo dalla strada diretta.
Ritroviamo a Nowgorod la notte bianca boreale, ma ridotta al pallore d'un plenilunio. Questo chiarore non abbandona mai le nostre finestre, all'albergo, fino al giorno dopo. Udiamo scrosciare la pioggia sulla citt addormentata.
Piove ancora quando lasciamo Nowgorod, alle sei del mattino: una pioggia fine, ostinata, che scende implacabile dal cielo invernale, e rende le strade scivolose.
Attraversiamo il Kremlino, intorno al quale la spopolata e silenziosa cittadina si stringe, quasi spaurita cercando ancora la protezione delle forti muraglie merlate, e usciamo da Nowgorod per la Bolschaja Peterburskaja, la "Grande via di Pietroburgo". Corriamo subito per l'aperta campagna.
Passiamo lunghe ore di noia, silenziosamente, sotto il flagello della pioggia, confortati dal pensiero di Pietroburgo vicina. Cominciamo presto a trovare villette, giardini, parchi, tutti i segni dell'appressarsi di una grande metropoli. Poi un fumo denso, basso, nero all'orizzonte: sono officine. Una pietra miliare ci avverte che siamo a 20 verste da Zarkoje-Selo. Sono le otto. Abbiamo percorso 120 verste in quattro ore.
Improvvisamente arriviamo vicino ad un'automobile ferma. Ci aspetta.  incaricata di pilotarci. Un rapido scambio di saluti, strette di mano, ed eccoci dietro al pilota per gli ampi viali che conducono alla famosa residenza imperiale. La pioggia  cessata.
Attraversiamo la pianura delle riviste militari, che tante volte ha risuonato per il passaggio delle sotnie cosacche sfilanti al galoppo davanti all'Imperatore urlandogli in cori formidabili il saluto della fedelt. La troviamo deserta, scialba, triste. C'ingolfiamo nel verde dei parchi, bordeggiamo laghetti, passiamo fra giardini fioriti dei quali la pioggia ravviva i colori. Intravvediamo in mezzo agli alberi la sontuosa villa imperiale circondata dalle sentinelle.
La sabbia rende la nostra corsa silenziosa: le automobili scivolano, volano, inseguendosi. Incontriamo un gruppo di cosacchi della guardia, a cavallo; gli ufficiali riconoscono la nostra vettura e ci salutano.
Usciti dai parchi corriamo verso Pietroburgo, quando ad una svolta siamo fermati da un urrah! entusiastico: una fila di automobili ci aspetta. Scendiamo, e veniamo subito circondati da una folla festosa. Salutiamo l'attach militare italiano, che reca al Principe le congratulazioni dell'ambasciatore. Troviamo il Console d'Italia, grande numero di soci dell'Automobile Club di Russia, fra i quali il segretario che ci comunica i saluti a nome di tutti gli automobilisti, il Presidente del Comitato di Pietroburgo della Pechino-Parigi, molte signore che gettano fiori sulla nostra vettura.
Altre automobili arrivano continuamente portandoci nuovi saluti festosi: siamo in anticipo. Tutti gli automobilisti avevano convenuto di adunarsi in quel luogo e venirci poi incontro. Noi siamo arrivati al meeting preliminare. Eravamo aspettati per l'una, e invece non  ancora mezzogiorno. Come a Mosca, Borghese, interrogato telegraficamente sull'ora dell'arrivo, aveva fatto i calcoli troppo.... siberiani. Siamo arrivati cos presto, che per rimettere il programma in ordine ci pregano di tornare un poco indietro.
Cos, invece di proseguire per Pietroburgo, rientriamo fra le oscure alles dei parchi imperiali, seguiti da tutte le automobili. Il compito di pilotarci  stato assunto ora da una vettura della presidenza dell'Automobile Club, e questa vettura porta una bandiera segnale. Cosa strana, la bandiera  bianca con un disco rosso nel mezzo: la bandiera nazionale giapponese. Il rumoroso corteggio avanza fino alla stazione ferroviaria di Zarkoje-Selo, ove si decide che il miglior modo per perdere il tempo  quello di mangiare.
Il buffet  invaso; scorre lo champagne, e scorrono i brindisi. Il segretario dell'Automobile Club di Russia presenta a Borghese una preziosa medaglia commemorativa che porta le insegne del Club e lo stemma di Pietroburgo, in oro, argento e smalto. Intanto un altro regalo prezioso viene dedicato alla nostra macchina, sotto forma di una elegante placca di argento con le cifre del Club in oro, ed incisavi l'iscrizione: "Pechino-Parigi, Pietroburgo, 19 Luglio 1907".
Alle due l'ora   normale e ragionevole per riprendere il viaggio verso Pietroburgo, e partiamo.
Un gigantesco omnibus-automobile che recava i rappresentanti della Colonia italiana era rimasto in panna, e ci aspettava sulla strada, la quale ne era barrata a met. Mentre passiamo scaturiscono da esso calorosi evviva la cui eco ci accompagna fino al vicino oscuro sobborgo Putilof, rombante per il lavoro delle immense e fumose officine metallurgiche tristemente famose. Quando esse tacciono  a Pietroburgo giorno di sommossa.
Entriamo nella capitale per la Porta di Narva, che fu il teatro dei noti massacri; discendiamo per la Peterhofsky-Chausse. I trams si fermano, la folla dai marciapiedi ci fa segni di saluto. Dall'automobile pilota suonano a perdifiato delle arie da cornamusa sopra una trombetta a quattro note. Giungiamo al centro, alla Grande Morskaja, la via delle eleganze, e alla Piazza Maria, ove si leva il monumento di Nicola I guardato da veterani dalla barba bianca vestiti dell'antica uniforme dei granatieri della guardia. La cattedrale d'Isaac ci sovrasta con la sua imponente mole granitica quando la rasentiamo dirigendoci verso la Piazza di Pietro, ove la folla ci stringe e arresta la nostra macchina per alcuni istanti. Siamo nel cuore di Pietroburgo e dell'Impero, fra i palazzi del Santo Sinodo, del Senato, del Ministero della Guerra, dell'Ammiragliato: le sedi della potenza russa.  uno dei luoghi pi grandiosi del mondo, e non ne avevo mai sentito la maestosa severit come ora, arrivandovi improvvisamente dalle lande sconfinate, spopolate, grigie.
Proseguiamo lungo la Neva; vediamo al di l dell'ampio fiume erigersi l'alto, audace, acuto campanile dorato della Cattedrale di Pietro e Paolo, al di sopra degli spalti della cittadella - la terribile prigione politica -; passiamo vicino al Palazzo d'Inverno, tinto di rossastro; poi sbocchiamo nella Newsky Prospekt, la grande arteria, e in mezzo al tumultuoso affollamento di carrozze e di trams arriviamo al garage dell'Automobile Club. Appena Borghese mette il piede a terra, un membro del Club, pronunziando la formula tradizionale di benvenuto, gli presenta il pane e il sale, secondo l'antico uso russo, in segno di ospitalit. Una gran folla di popolo adunatasi, acclama.
Cos la cerimonia  finita, e possiamo sottrarci alla popolarit divenendo privati abitatori dell'Htel d'Europe. Ma per poche ore soltanto: ci aspetta un grande banchetto.
Abbiamo lasciato la capitale russa alle quattro e mezza del mattino 2 Agosto, salutati alla partenza come all'arrivo; un poco storditi dalla sveglia mattinale, dopo tre ore sole di sonno.
Tre ore sole perch, l'ho detto, alla sera il Comitato russo della corsa, l'Automobile Club, e la Colonia italiana, ci avevano trattenuto ad un banchetto, al quale avevano partecipato alcuni rappresentanti del Governo russo, l'Ambasciata italiana, il reggente l'Ambasciata di Francia, e molte personalit sportive. La fine della sontuosa festa, alla quale eravamo intervenuti nei nostri sporchi costumi di fatica, si confondeva nella nostra mente con la partenza. Risalendo in automobile, molti dei convitati ci circondavano, ripetendoci le medesime cordiali parole di saluto e di augurio pronunziate poche ore prima fra le luci dei doppieri col bicchiere levato.
Attraversammo velocemente Pietroburgo deserta, velata dalla sua bruma perenne, e riprendemmo le vie donde eravamo venuti, e che avevamo visto piene di folla, di movimento, di rumore. Ci parevano, cos vuote, pi grandi. Uscimmo per la porta di Narva, passammo ancora per il sobborgo Putilof, dirigendoci poi verso Gattschina, al sud, per l'ampia strada fiancheggiata come tutte le strade nelle immediate vicinanze di Pietroburgo, da boschetti e da chlets che danno ai dintorni della capitale l'aspetto d'un grande parco.
Mezz'ora dopo, volgendoci indietro, non vedevamo pi della grande citt che le cime dei campanili aguzzi librantisi sulla nebbia rosata, accese dal sole nascente.
Alle sei attraversiamo Gattschina, una cittadina dall'aria nuova, pulita, assestata, silenziosa; pare fatta "per ordine" e su misura, tanto ci appare simmetrica. Intravvediamo il famoso castello, residenza preferita dell'Imperatrice-madre; intorno si aggruppano edifici dall'aspetto di caserma, come per fargli la guardia.
Andiamo di buon passo profittando del tempo sereno e della strada buona. Ma ecco verso le dieci levarsi un vento di ponente, il vento che ci perseguita dal giorno in cui varcammo a Kiakhta il confine russo. Sorgono dall'orizzonte folte e nere nubi: infiliamo gl'impermeabili in previsione della pioggia, che non si lascia attender troppo e cade torrenziale accompagnandoci, con maggiore o minore costanza, per tutto il giorno. Dobbiamo rallentare per il fango, ed anche perch l'acqua, nei periodi della sua maggiore violenza, battendoci sul viso ci provoca un vero dolore, come se cadesse grandine sulla nostra pelle: effetto delle velocit combinate del vento e dell'automobile.
Siamo improvvisamente fermati da un incidente: la molla posteriore destra si spezza. La colpa  stata un po' dell'acciaio di Kazan, che s' stemprato presto nello sforzo, e un po' nostra, poich abbiamo accumulato il peso di tutte le pnematiche di ricambio a tergo dell'automobile, aumentando cos la fatica delle molle. A Mosca ci eravamo forniti di una molla di ricambio, ma, al momento di sostituirla a quella rotta, ci accorgiamo che  d'un paio di centimetri troppo corta. Io non so quale miracolo Ettore abbia compiuto: il fatto  che egli, sforzando la cerniera dell'attaccatura delle molle alla parte posteriore dello chssis,  riuscito ad applicare la molla nuova.  un po' troppo tesa, non lavora in posizione normale, si abbassa pi dell'altra, ma infine ci permette di continuare il viaggio. Per diminuire la sua fatica, spostiamo le gomme di ricambio e il bagaglio, che accumuliamo sopra un sedile posteriore (il mio sedile), ed eccoci ancora, tutti e tre, come in Mongolia e in Transbaikalia, riuniti sul davanti della vettura: il posto del montatoio ritorna in onore.
Attraversiamo Luga, dispersa per graziose pinete, citt che pare fatta di villini quasi nascosti fra gli alberi, pittoresca, seducente: si direbbe una citt di gente che cerchi dei tranquilli e discreti rifugi. Una citt da innamorati. Nel pomeriggio giungiamo a Pskow, cinta di boschi folti.
Della gente sulla strada ci aspetta. Vi troviamo un gentile governatore che c'invita, dei signori che ci offrono una breve villeggiatura in un castello vicino, e una quantit di brave persone che fanno di tutto per trattenerci almeno a pranzo, almeno a bere un bicchiere.  impossibile; si fa tardi. L'ospitalit russa  tale che se accettassimo tutti gl'inviti non giungeremmo a Parigi che fra molti anni.
Proseguiamo, riprendendo velocit nei rari intervalli di spiovuta: intendiamo passare la notte a Dwinsk, a 500 verste da Pietroburgo. Ci accorgiamo che  giorno di festa nella regione. I contadini azzimati ritornano dai paesi, cantando, alle loro casupole disperse. Incontriamo interminabili file di carri gremiti di donne abbigliate vistosamente; quei veicoli somigliano gi pi alle carette tedesche che alle teleghe russe. I cavalli attaccati hanno una piccola sella, sulla quale i conducenti montano alla postigliona, gridando, frustando, cantando. Vediamo tipi lettoni, tipi polacchi, tipi ebrei; la vecchia Russia comincia ad allontanarsi rapidamente. In molti villaggi alla chiesa ortodossa sta di fronte la chiesa cattolica. Poi, in alcuni villaggi la chiesa cattolica, con le guglie gotiche,  sola. Le cupole moscovite, dalla sagoma orientale, si fanno rare.
Durante una breve fermata dovuta al cambio di una gomma, offriamo delle sigarette ai contadini adunatisi.  il pi gran regalo che si possa fare al mujik, fumatore accanito, il quale non potendo permettersi il lusso di comperarsi delle sigarette, fuma del pessimo tabacco arrotolato in pezzi di carta dei quali ha sempre le tasche fornite (un giornale vecchio  molto apprezzato per quest'uso). Ma con nostra sorpresa quei contadini rifiutano il dono. Appartengono alla setta, tanto perseguitata in passato, dei "Veri Credenti", una specie di puritani iconoclasti, che si sono rifugiati qui in massa. Altri loro confratelli avevamo incontrati in Siberia, esiliati. Siamo dunque quasi fuori della pura terra ortodossa. Siamo fra gente che sembra ricacciata alle porte dell'Impero.  Presso al confine stanno le popolazioni detestate: si direbbe siano stabilite l per esser pronte alla fuga.
Arriva la sera: siamo ancora lontani 70 verste da Dwinsk. La stanchezza ci vince, desidereremmo fermarci, ma la campagna  deserta.
Presso a dei boschi solitari, troviamo sulla strada un'automobile signorile, ferma. Un valletto in livrea, vedendoci arrivare, si stacca da quella vettura, fa segno di arrestarci, e porge a Borghese una lettera:  l'invito di un ricco signore che ci offre ospitalit nella sua dimora. L'automobile che aspetta  incaricata di pilotarci. Accettiamo; ed eccoci per i viali di un grandioso parco. Giungiamo in un gruppo di villette sontuose, fra giardini in fiore, sulla riva di un magnifico laghetto quieto, ombroso, scuro.
Il nostro ospite  l'ingegnere Kerbedy, polacco, l'ideatore e il costruttore della ferrovia transmancese, direttore di grandi compagnie ferroviarie. Come in sogno, cos, dalla pioggia e dal fango della strada ci vediamo trasportati in tiepidi appartamenti, serviti da camerieri styls, allietati dalla cordialit sorridente dell'ospitale famiglia Kerbedy, la quale (sorpresa pi deliziosa di tutte) ci parla in perfetto italiano.
E parlammo dell'Italia, e, naturalmente, del sole.
Con un tempo degno del pi perverso dicembre, alla mattina dopo, 3 Agosto, alle quattro, rabbrividendo per il freddo, sotto la pioggia sottile, continua, gelida, abbiamo ripreso il viaggio.
Dwinsk dormiva ancora quando l'attraversammo. Quanta tristezza in queste citt silenziose che visitiamo nel sonno! Sembrano morte. E noi non sapremo mai la loro vera apparenza; di esse non ci rimane che un ricordo desolato.
Passiamo l'ampio Duna sul ponte ferroviario che serve cumulativamente per i treni, per i pedoni, e per le carrozze, ed entriamo nella magnifica strada militare della frontiera. Ecco almeno un'utilit pratica della guerra! Le nazioni, per essere pronte a combattersi, si porgono sui confini delle strade superbe. Troviamo cos buona la via, che ad onta della pioggia insistente possiamo corrervi a quaranta chilometri all'ora.
Le impressioni di questa giornata di viaggio possono essere ricordate in due parole: tempeste e croci. Ogni mezz'ora ci sembra che il sereno si avvicini, quando scoppia invece un fosco temporale, violento, accecante, durante il quale  difficile udirci, tanto urla il vento fra le chiome degli alberi che fiancheggiano la strada, e scroscia dirotta la pioggia. E per la campagna non vediamo che croci enormi.
Croci presso gli stagni, sui campi, al limite dei boschi, all'ingresso dell'abitato. Le croci sono talvolta ricche di figure, d'intagli, d'ingenue sculture a colori: rappresentano qui solenni affermazioni di fede cattolica delle popolazioni polacche e lettoni, affermazioni provocate dalle passate persecuzioni religiose. La lotta rinvigorisce la fede. E questa gente innalz le sue croci, come in battaglia s'innalza la bandiera.
Giungiamo alle quattro in vista degli spalti fortificati che formano la difesa di Kowno: sentiamo la vicinanza della frontiera da queste opere militari, che sono quasi delle sentinelle vigilanti sullo straniero vicino.
Kowno, con i suoi tetti rossi, ci appare improvvisamente dall'alto d'una collina; la vediamo mollemente distesa sulle verdi rive del Njemen tortuoso. La citt  piena d'alberghi che s'intitolano da nomi italiani: albergo di Venezia, albergo di Napoli, albergo d'Italia. Da che cosa venga questo singolare culto degli albergatori di Kowno per il nostro paese, non so. Sulla via incontriamo un'automobile munita di un bandierone bianco pieno di parole polacche, e gremito di signori che ci salutano calorosamente con grandi evviva all'Italia. Sono giornalisti polacchi, venuti apposta da Varsavia per incontrarci e accompagnarci alla frontiera. Essi si sfogano in evviva all'Italia per il dolce sapore sovversivo che questo grido assume nel loro intendimento.
I colleghi ci raccontano subito l'"avventura della bandiera".  proibito portare bandiere senza permesso della polizia, e i gendarmi avevano fermato l'automobile domandando di vedere l'autorizzazione a portare quello stendardo bianco.
- Ma non  una bandiera! - avevano risposto i giornalisti polacchi.
- E che cosa ?
-  una "ditta" di bottega. Sono proibite le "ditte"?
- Ma pare una bandiera.
- Pare, perch  una ditta di stoffa invece di essere di legno o di latta.
- Che significano quelle parole?
- Leggetele.
-  polacco, non lo comprendiamo.
- Ci dispiace molto. In Polonia si parla polacco. Dovreste saperlo, venendo qui.
- Va bene. I vostri nomi. Sarete chiamati a render conto alla polizia delle vostre offese.
La bandiera portava semplicemente queste parole: "Societ automobilistica di Varsavia".
Mentre ci dirigevamo all'albergo, un ufficiale ci raggiunse, tutto trafelato:
- Kniatz Borghese! - grid - Venite, vi prego, la signora Governatoressa vi aspetta alla Fiera di carit della Croce Rossa.
In un giardino v'era una fiera di carit, sotto il patronato della governatoressa, e quella gentile signora aveva pensato di rendere pi proficua la festa della beneficenza esponendo noi e l'automobile al modesto prezzo d'ingresso di dieci copeki. L'idea era geniale, ma noi rifiutammo cortesemente, e ci ritirammo all'albergo.
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Avevamo percorso 820 chilometri da Pietroburgo. Eravamo a qualche ora dalla frontiera tedesca. In poco tempo tutto si era trasformato rapidamente intorno a noi: razze, costumi e linguaggi. Abituati da pi di un mese alle sterminate eguaglianze dell'Impero russo, provavamo l'impressione d'avere percorso ad un tratto distanze incommensurabili.
Non ci sembrava quasi possibile che all'alba del giorno avanti noi si corresse sulla Newskj Prospekt. Pietroburgo ci pareva gi molto lontana fra i ricordi del viaggio.
Ventiquattro ore dopo, Wierzbolow russa e la vicina Wirballen tedesca, Knigsberg, Elbing, Marienburg, Stargard, tutte queste citt erano passate davanti ai nostri occhi in rapida successione, in una confusa fantasmagoria. Berlino non era lontana che una breve giornata di marcia. Avevamo percorso quasi 450 chilometri in un giorno. La nostra automobile, la nostra grossa e buona "bestia" - come la chiamavamo familiarmente, s'era slanciata a cinquanta chilometri all'ora sulle perfette strade prussiane: una velocit insperata. Ci sembrava di sentire nella macchina una furia intelligente, un poderoso desiderio di farla finita, di divorare ad un tratto le ultime migliaia di chilometri che ci separavano dalla mta.
Avevamo lasciato Kowno alla prima alba: brillava ancora qualche stella sul cielo rasserenato, e una sottile falce di luna spandeva un leggero chiarore sulle cupole della cattedrale. Ma la nostra premura di partire prima del giorno venne mal compensata.
Nell'oscurit, noi e gli amici polacchi sulla loro macchina e con la loro bandiera, sbagliammo strada, e ci perdemmo fra i meandri delle fortificazioni, respinti da una sentinella all'altra. Verso le quattro ritrovammo finalmente la buona via militare della frontiera: una via cos strana per le grosse pietre imbiancate alla calce e disposte simmetricamente lungo i bordi erbosi, fra i tronchi degli alberi, da sembrare una strada funeraria. Alle sei avevamo superato le 94 verste che ci separavano dall'Impero tedesco. Ecco Wierzbolow, l'ultima citt russa!...
Avevamo impiegato quarantun giorni per attraversare l'Impero dello Zar, ove incontrammo le maggiori difficolt del viaggio. Lo lasciavamo senza rimpianti, ma non senza simpatia. Molte volte avremmo dovuto abbandonare l'automobile e rinunziare al compimento dell'impresa, se non avessimo sempre trovato negli abitanti bont, pazienza, ospitalit. Non potevamo ripensare ai momenti pi critici della nostra traversata, senza che ci apparisse alla memoria la figura serena, mistica, evangelica del mujik, con la sua barba bionda, i capelli lunghi, intento a salvarci dal fango, dalla corrente dei fiumi, dalla fame talvolta.
La frontiera  segnata da un ponticello.
Ai due capi, attaccati a pali dipinti a fascie con i colori nazionali, due stemmi si fronteggiano: l'aquila con due teste guarda l'aquila con una testa sola. Una catena tesa sbarra l'ingresso del ponte. Ci fermiamo.
I nostri passaporti sono vidimati in un attimo. Ordini telegrafici hanno tutto predisposto per toglierci ogni imbarazzo. La dogana russa rilascia immediatamente il nulla osta. Possiamo ripartire.
La catena viene abbassata avanti all'automobile, che s'inoltra lentamente, fra i due Imperi. I gorodovoi di guardia ci salutano con rigidezza militare. La catena si risolleva rumorosamente dietro di noi.
Siamo in Germania.
Due gendarmi tedeschi, con l'elmo a chiodo, portano la mano alla visiera. In questo momento si approssima, frammisto al suono festoso di cornette, un rombo di motori: tre automobili compaiono veloci sulla strada tedesca.
In un istante ci sono vicino, si fermano, e da esse scaturisce il primo saluto teutonico: un triplice hoch! lanciato all'unisono da dieci voci, mentre dieci berretti si agitano in aria. Sono membri dell'Automobile Club Imperiale, della sezione di Knigsberg, venutici incontro. Rispondiamo commossi. Da questo momento entriamo sotto una specie d'alto protettorato del Club Imperiale, protezione che ci accompagna da citt a citt, e ci offre l'ineffabile conforto d'una amichevole, cordiale accoglienza.
Anche a Wirballen le operazioni di dogana sono rapidamente terminate: un numero viene applicato all'automobile, e Borghese riceve un regolare permesso di libera circolazione sul suolo tedesco, accompagnato da una legale patente da chauffeur, rilasciatagli senza esame. Alle sette partiamo tutti per Knigsberg, lontana 150 chilometri.
La strada  semplicemente meravigliosa, fiancheggiata da alberi sotto le cui ombre voliamo. Il sole, un po' pallido ancora, filtrando fra i rami, risveglia un tremolio di bagliori sulle nostre macchine. Attraversiamo Stallupnen dalle vaste caserme rosse, piene di elmetti dai chiodi scintillanti; poi Gumbinnen, Insterburg, Wehlau, tutte cittadine che intravvediamo appena nella fuga, linde, ordinate, con un'aria di fresco e di nuovo, come se fossero costruite adesso.
Infine Knigsberg, ove giungiamo alle dieci, elegante, pittoresca, con le sue vecchie case dalla facciata a triangolo, con i suoi tetti scoscesi - sulla cui sommit l'amica cicogna medita immobile - con le sue cuspidi aguzze, e le fortificazioni antiche munite di ponti levatoi che non si sollevano pi. Tutto passa vertiginosamente davanti a noi, in una confusione incantevole.
Siamo trattenuti a colazione in un albergo che non sapremmo ritrovare, dai colleghi del Club Imperiale. La folla si aduna alla nostra uscita, una folla disciplinata e seria, che ci saluta con degli hoch detti a tempo, degli hoch corali. Una bambina, timidamente, ci porge dei fiori e fugge. Alle due siamo nuovamente sotto l'ombra degli alberi della grande strada maestra, e continua la visione vertiginosa d'un paesaggio che non ha il tempo d'imprimersi nella nostra memoria.
Sono villaggi graziosi come se qualche artista li avesse disposti per creare quadri in natura, laghetti, stagni che riflettono il folto di boschi, canali pieni di barche. Improvvisamente mandiamo un'esclamazione di meraviglia: vediamo all'orizzonte l'azzurro del mare.
 la laguna di Frische, iridata come un'immensa conchiglia. Lontano, al di l, sfuma il golfo di Danzica. In quell'azzurro soffuso veleggiano delle barche, dei puntini candidi sospesi. Salutiamo con gioia questo mare nutrito dall'Atlantico. Gli gridiamo: "Addio vecchio mare nostrano! ti portiamo i saluti del Pacifico!".
Alle tre passiamo Braunsberg; mezz'ora dopo Elbing in festa: la popolazione celebra la domenica passeggiando nei parchi. Alle quattro ci si presenta un sogno medioevale:  Marienburg, col suo fantastico castello che Guglielmo ama tanto, evocazione impressionante di sette secoli or sono, imponente, grandioso, singolare, un po' fortezza e un po' cattedrale, circondato da antiche case fuor di piombo, che hanno l'aria di sporgersi sull'acqua del Nogat per specchiarsi nella sua calma.
Pochi minuti dopo Marienburg  lontana, sparita. Ecco Dirschau, moderna, coi suoi ponti monumentali gettati sulla Vistola. Infine Preussen Stargard, una cittadina modesta che pare c'inviti al riposo.  tardi, e decidiamo di passar qui la notte, tanto ci seduce la quiete del luogo.
Parigi  a poco pi di 1500 chilometri.
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CAPITOLO 22. AVVICINANDO LA MTA.
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Visioni. A Landsberg. La popolarit  greve. Berlino. Dalla Sprea al Reno. Sul suolo belga.
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Dall'alto del vecchio campanile di Preussen Stargard l'orologio suonava le sei, il 5 Agosto, quando montammo in macchina sulla piazza principale, deserta a quell'ora.
Era tardi: da Mosca non avevamo pi riposato fino a simili ore signorili del mattino; ma la bont della strada ci permetteva di attardarci un po' nel letto, sicuri di giungere rapidamente alla tappa fissata. Quella sera dovevamo trovarci a Landsberg, 130 chilometri da Berlino: tutto un programma era stabilito su queste condizioni. L'indomani alle nove saremmo dovuti giungere a Kstrin, ove molte automobili del Club imperiale ci avrebbero aspettato per accompagnarci a Berlino; avremmo fatto il nostro ingresso nella citt a mezzogiorno preciso; all'una, colazione alla sede dell'Automobile Club Imperiale, ecc.
Invece ci trovammo a Berlino quel giorno stesso: avevamo corso troppo! Farsi aspettare molto dagli ospiti  male, ma arrivare prima  peggio. Bisogn rimediare alla nostra grave mancanza che scombussolava tutto il piano dei ricevimenti: ci considerammo perci come non giunti in quella capitale della puntualit. Ufficialmente eravamo ancora in viaggio per Berlino, e il programma di banchetti rimaneva intatto per l'indomani. Soltanto, il solenne ingresso era irrimediabilmente rat.
Il viaggio da Preussen Stargard era stato delizioso, sotto un cielo smagliante, sereno, che da molto tempo non vedevamo cos puro. Eravamo stati perseguitati dalla pioggia quasi per sei settimane. E quella fu anche la prima giornata, da quando avevamo lasciato la Mongolia, nella quale pur nelle prime ore del mattino non soffrimmo il freddo. Scendendo velocemente verso il sud ci sentivamo immergere nei tepori dell'estate. Quale sensazione nuova e gradita era in quel ritorno in un'atmosfera nostrana!: una dolcezza di rimpatrio. Con grande gioia avevamo deposto le pellicce fra i bagagli.
Dalle sei alle undici corremmo ininterrottamente a sessanta chilometri all'ora, godendoci l'infinita poesia di quelle campagne coperte di messi e di fiori, cosparse di boschetti fra i quali spuntavano tetti acuminati e rossi di villaggi avvolti dall'ombra e dalla quiete.
Quante cittadine abbiamo attraversate non so pi: continuava per noi la fantastica confusione di cose appena vedute e scomparse, d'immagini passate come un baleno avanti ai nostri occhi nella fuga vertiginosa che faceva ronzare il vento alle nostre orecchie.
Filari d'alberi si rincorrevano ai fianchi della strada, spesso carichi di frutta. E la strada s'ingolfava talvolta nel folto di foreste che ci rammentavano la taiga. Erano pinete che tramandavano, scaldate dal sole, il loro profumo d'incenso. Rientravamo allora per poco tempo nella natura selvaggia. Qualche daino snello attraversava, balzando, la strada, come ne avevamo visti nei boschi degli Urali. Ma dopo pochi minuti l'ombra si squarcia, e la foresta sparisce lontano. Lo sguardo nostro spazia sui campi soleggiati dove mietono contadini dai cappelli adorni di lunghi nastri in segno di festa.  la festa pagana del raccolto. Passano enormi carri colmi di covoni di fieno, sui quali sobbalzano liete comitive sollevanti le falci scintillanti.
Passiamo Czersk, Konitz, Flatow, villaggi che sembrano piccole citt. Ecco una grande differenza colla Russia, dove quasi tutte le citt sembrano grandi villaggi. Passiamo per Deutsche-Krone, arriviamo alle undici a Landsberg; e tutte e due hanno gi una piccola aria berlinese. Mentre percorriamo lentamente la via principale, una voce chiama Borghese affannosamente.
Qualcuno corre dietro all'automobile. Il Principe riconosce nell'inseguitore uno dei dirigenti della fabbrica Itala. Trafelato, senza cappello, commosso, con gli occhi rossi, ci saluta espansivamente. Lo segue un biondo collega del Lokal Anzeiger, anche lui a capo scoperto. Essi, in automobile, avevano passato la notte a cercarci da citt a citt; erano risaliti fino a Dirschau domandando inutilmente di noi. E per due volte essi erano passati sotto le finestre del piccolo albergo di Stargard, dove dormivamo saporitamente in incognito. Credevano a qualche spaventosa catastrofe, ci supponevano annichiliti, noi con l'automobile, quando dall'interno di una birreria ci avevano visto improvvisamente passare.
Immediatamente la notizia della nostra presenza si sparge tra la folla, che si assiepa. "Sono i Cinesi! - gridano - sono i Cinesi!" Compaiono come per incanto corrispondenti di giornali e fotografi. I trams si fermano e i passeggeri ci ammirano stupiti dai finestrini; i conduttori dimenticano il servizio e si affacciano dalla piattaforma; accorrono guardie a mantenere l'ordine. Noi, coperti di polvere, coi nostri orribili occhiali automobilistici (inaugurati a Pietroburgo) che ci fanno somigliare a ranocchi, ci troviamo cos poco degni di ammirazione che ci rifugiamo nella birreria in cerca di birra e di tranquillit.
Decidiamo di partire per Berlino: e all'una corriamo nuovamente in aperta campagna. Qualche ora dopo incontriamo tre automobili imbandierate: sono altrettante Itala berlinesi, piene di colleghi in automobilismo e in giornalismo. Fra questi ultimi i corrispondenti dei principali giornali italiani. Il telegrafo, mentre ignari sorbivamo dei gran bicchieri di birra fresca a Landsberg, aveva propalato ai giornali di Berlino la notizia del nostro arrivo, e ci erano venuti incontro. Degli evviva, dei saluti, delle strette di mano; poi in carovana riprendiamo il cammino.
Sostiamo in un borgo, a Mnchberg, dove ci ricordiamo di non aver fatto colazione, e in un piccolo restaurant, sotto a un pergolato, divoriamo delle salsicce di Francoforte, beviamo della gelida birra, e affrontiamo le interviste, mentre una corona di macchine fotografiche tutto intorno si compiace di registrare le nostre fisionomie. Un disegnatore ci ritrae da tutti i punti di vista. Non possiamo muoverci senza irritare qualche fotografo: chi ci prega di mostrare il profilo, chi ci prega di guardare l'obbiettivo. Vogliamo andarcene. No, non possiamo. Delle voci ci comandano: "Fermi un momento! Ancora! Cos!". La popolarit  greve. Aveva dei lati buoni il deserto di Gobi! 
Finalmente esaurite le lastre e le pellicole, ci permettono libert completa. Riprendiamo posto sulle automobili, che si mettono in moto. Corriamo verso Berlino, in mezzo ad una fitta nube di polvere, non scorgendo pi nulla avanti e dietro di noi, andando come nelle mattinate di nebbia siberiana, quando la strada si perdeva pochi passi lontano in un mistero grigio.
Chi ci vede passare non riconoscer certamente nelle magnifiche automobili che ci precedono le sorelle della nostra, uscite dalla stessa officina, stavo per dire dalla stessa famiglia. Fra quelle sorelle la nostra  la "Cenerentola".
Abbiamo spiegato a poppa la bandiera che negli ultimi giorni tenevamo avvolta all'asta per conservarla meglio.  ancora la bandiera marinaresca, di lana, che ci venne data dall'equipaggio italiano di guarnigione a Pechino. Era cos fresca laggi! I suoi colori si accendevano al sole. Ora  sdrucita, sbiadita, sporca, irriconoscibile: ha lasciato trame in tutti i venti e colori in tutte le pioggie. E pure ci  sommamente cara: a sentirla vibrare vicino, palpitare nell'aria, ci d l'impressione di sentire una voce amica.
Attraversiamo alle quattro la grande cerchia di opifici dalle alte ciminiere fumanti che circondano Berlino, simili, da lontano, ad una gigantesca flotta in partenza. Infine, passati dei giardini e dei parchi, eccoci in una grande via fiancheggiata al principio da case piccole, quasi timide: la Berlinerstrasse. Imbocchiamo un ampio boulevard, la Frankfurter-Alle: gli edifici si fanno maestosi, la strada si riempie d'un traffico sempre pi attivo, che avanzando diviene febbrile. Siamo nella Knigstrasse, nel centro di Berlino.
Molta gente indovina dalla stranezza della nostra automobile che veniamo da Pechino. Qualcuno ci saluta. Passiamo sotto la ferrovia elevata, lungo la quale strepitano i treni. Attraversiamo la Berlino monumentale: ecco il palazzo di giustizia, ecco il Castello imperiale. Imbocchiamo il famoso Viale dei Tigli, superbo, animato, aristocratico. Una moltitudine attende davanti al Bristol Htel; al di sopra di essa rilucono gli elmi chiodati delle guardie che fanno cordone. Borghese, appena discende,  salutato, circondato, pressato, seguito dalla calca che penetra nell'Htel con noi, che invade l'atrio, i saloni, gli uffici, finch non riusciamo a raggiungere l'ascensore che ci porta nella desiderata solitudine della nostra camera.
I banchetti hanno luogo secondo il programma. A mezzogiorno del 6 Agosto, nella sua superba sede, l'Automobile Club Imperiale c'intrattiene ad una sontuosa colazione, che ha tutta la solennit di una consacrazione ufficiale. Alla sera una meno austera riunione di connazionali ci festeggia nella pi simpatica cordialit con un pranzo. Fra le due, diciamo cos, cerimonie, abbiamo un rinfresco (perch mai si chiamano rinfreschi? la nostra lingua ha alle volte delle espressioni piene d'ingenua ironia) offertoci dai colleghi giornalisti francesi venuti ad incontrarci da Parigi. L'ospitalit e il reportage parigini si sono spinti fin qua, e in automobile. Il pi autorevole di questi confratelli parigini  certamente il rappresentante del Matin, Des Houx, il quale alle sue brillanti qualit di scrittore accoppi recentemente un'attivit religiosa tentando la creazione di una Chiesa di Francia, della quale egli fu per qualche giorno pontefice massimo. Egli naturalmente  il direttore, aggiungerei quasi il direttore spirituale, della fraterna scorta giornalistica.
La nostra automobile intanto assapora un'anticipazione della gloria. Coronata di fiori e d'alloro, essa si mostra nella grande vetrina della Societ Itala sul Viale dei Tigli. La folla fa ressa per vederla; la porta del negozio  stata chiusa per evitare un'invasione; i poliziotti debbono ogni tanto far sgombrare la strada e ristabilire la circolazione. Noi siamo sorpresi di trovare l la nostra "bestia"; la sua superbia insospettata ci addolora e c'indigna. Essa si fa della rclame!
Alla mattina del 7 Agosto, prima che lo chasseur dell'Htel Bristol bussasse alle nostre porte per annunziarci l'ora della partenza, eravamo stati svegliati dallo scrosciar della pioggia sui vetri delle finestre. Avevamo preveduto un'altra lunga e triste giornata di corsa sotto l'acqua; ma invece il tempo, con gentilezza insolita, aveva voluto soltanto inaffiarci la strada per togliere la polvere.
Al momento in cui montiamo in macchina, appaiono squarci di sereno nel cielo. L'asfalto dell'ampio Viale dei Tigli, bagnato, rispecchia questa serenit di buon augurio. Vicino alla nostra automobile aspettano delle automobili del Club Imperiale, per scortarci fino a Potsdam, altre automobili private venute per assistere alla partenza, e molte automobili pubbliche, noleggiate da curiosi. Insomma vi  ampiamente rappresentato tutto l'automobilismo di lusso e quello da lavoro, l'aristocrazia e la democrazia del motore.
Alle cinque sopraggiungono i rappresentanti dei giornali francesi, Montano tre Itala fiancheggiate da iscrizioni cubitali "Pekin-Matin", che  la formula nella quale l'abile giornale trasform all'ultimo momento la "Pechino-Parigi". Tutto  pronto. Le macchine si mettono in moto.
Scoppia un evviva caloroso. Una discreta folla si era adunata intorno a noi, in gran parte d'italiani. Varie signore avevano avuto il coraggio di levarsi all'alba; numerosi gentiluomini invece non si erano ancora coricati, e venivano dai clubs in evening-dress. "Evviva! Buona fortuna!". Le grida si ripetono. Stringiamo una quantit di mani tese che cercano le nostre, cappelli e fazzoletti si agitano, mentre il corteggio delle automobili si allontana veloce per il viale deserto sul quale gli alberi militarmente allineati gettano penombre verdi.
Ogni tanto le vetture, forzando il motore, escono dal seguito e ci vengono fianco a fianco a ripeterci il saluto e gli auguri e a lanciarci dei fiori. Noi non protestiamo pi, accettiamo gli omaggi. Non siamo pi nemmeno sorpresi, come a Mosca, come quando udimmo i primi applausi. Ammettiamo la popolarit come un fenomeno impreveduto, come un inatteso ed esorbitante compenso alle passate solitudini; ma ci commove profondamente quest'atmosfera di simpatia che ci circonda; la benevolenza paterna della folla, anche immeritata, ci arriva all'anima; ascoltiamo con riconoscenza infinita questa voce continua e grave che ci dice: "Ben tornati!".
Il gruppo disordinato delle automobili, sulle quali sventolano bandiere tedesche e italiane, attraversa l'Arco di trionfo e s'inoltra nel celebre Viale Vittoria, ove fra il verde rigoglioso del Tiergarten biancheggiano le statue dei grandi uomini tedeschi allineati quasi per una fantastica rivista. E ci troviamo dopo pochi minuti per le strade ancora silenziose dei quartieri eccentrici. Le automobili le destano col suono continuo e discorde di tutte le trombe e le cornette: una barbara fanfara che d l'idea d'uno stravagante moderno hallali.
Presto spariscono al nostro sguardo le cupole e i pinnacoli; entriamo in una regione di ville e giardini. Berlino, con i suoi gravi splendori,  ormai lontana, divenuta anch'essa un fuggevole, simpatico ricordo di questa corsa, come Pietroburgo, come Mosca.
Non abbiamo pi altre capitali davanti a noi fuori che Parigi.
A Parigi dunque!
Borghese accentua la velocit. Non tutti possono seguirci. Gli ultimi saluti si estinguono lontano. Chi non ha la forza di raggiungerci ci manda il suo grido. Rimaniamo con le vetture dell'Automobile Club che ci precedono, e con quelle dei colleghi francesi che ci seguono: sette grandi automobili che si rincorrono a sessanta chilometri all'ora.
Alle cinque e mezza attraversiamo Potsdam, dalle case basse, bianche, ovattate di boschetti verdi - come per mantenervi meglio il silenzio che si conviene ad un borgo imperiale - circondato da malinconici laghetti e canali, sulle cui acque chiare oscillano piccoli candidi yackts. Siamo in una campagna aristocratica che ripudia le coltivazioni.
Ma presto la visione si trasforma. Ci troviamo nuovamente in mezzo alla ricchezza dei campi. Diciamo addio agli ospitali amici del Club Imperiale, che danno a Borghese le ultime indicazioni sulla strada, e ripartiamo, velocemente. Alle sei e mezza passiamo Brandeburgo. Incontriamo dei gruppi di operai che arrivano dalle loro case campestri in bicicletta, pedalando velocemente tutti insieme, col sacco sulle spalle e la gran pipa di porcellana in bocca; dobbiamo rallentare spesso per lasciar passare i carretti dei lattai, tirati da un uomo e da un cane apparigliati.
Una batteria d'artiglieria che si reca alle manovre chiude la strada; per alcuni minuti marciamo al passo dei cavalli, fra i soldati dall'elmetto luccicante, in mezzo al frastuono dei cassoni e degli affusti. Alcuni soldati ci riconoscono e ci sorridono, non potendo salutarci altrimenti senza infrangere la disciplina; sussurrano qualche cosa di noi ai compagni, che si volgono, e subito tutti fanno largo per lasciarci passare.
Pi tardi incontriamo una pattuglia di ussari in vedetta, immobili sulla sella, appoggiati alla lunga lancia con la banderuola bianca e nera rivolta a terra per non lasciarne scorgere lo sventolio al supposto nemico. Evidentemente corriamo sul campo d'una finta battaglia. Infatti, ecco laggi il polvero d'uno squadrone di cavalleria che passa al gran trotto. Non scorgiamo altri soldati sulla campagna.
Quando alle otto arriviamo a Magdeburgo, siamo fermati da un altro episodio militare: un reggimento di fanteria in marcia. I soldati cantano in coro un inno guerresco, e noi subiamo l'impressione profonda che produce questa calda musica espressa dalla vigorosa, grave, formidabile voce della soldatesca.
Un istante, e la scena cambia.
Attraversiamo il mercato di Magdeburgo, gaio di colori, di movimento, costellato dalle cuffie bianche delle contadine; una vecchia chiesa getta sul tumulto l'ombra lunga e sottile delle sue cuspidi gotiche. Ma le citt, per quanto interessanti, c'impazientano perch ci trattengono.
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Noi non siamo contenti che quando sull'automobile la leva del cambio  abbassata alla quarta velocit e la vettura balza avanti, fendendo l'aria come una meteora. Borghese vuol spingersi pi in l che sia possibile; preferisce, per giungere a Parigi il giorno dieci, data fissata fin da Mosca, fare qualche giorno di riposo vicino alla mta, piuttosto che raccorciare le tappe. Gli  venuta la strana paura che ora, proprio ora, non possa pi arrivare, e vuol essere sicuro.  la febbre dell'arrivo che noi abbiamo.
Il cielo s' oscurato. Attraversiamo alle nove Helmstadt dalle vecchie porte pittoresche; poi Knigslutter, di cui ricordo finestre fiorite e muraglie coperte di verdura; poi Braunschweig, grande e rumorosa, dove al nostro giungere scoppia improvviso un violento temporale e si leva un vento furioso che agita gli alberi.
La pioggia ci sferza. Ma avvicinandoci ad Hannover il sole riappare radioso.
Ad una voltata della strada troviamo delle automobili: siamo accolti festosamente. Dei membri dell'Automobile Club con molti connazionali sono venuti ad incontrarci. A mezzogiorno entriamo ad Hannover. Alle due ripartiamo, mentre si rinnovano i saluti, dopo una squisita colazione offertaci non sappiamo precisamente dove, n da chi, ma egualmente gradita.
Incontriamo per via una squadra di ragazzi diretti alla scuola, con i libri sotto il braccio, ben disciplinati, ordinati, gravi sotto ai loro berrettini verdi. Ci riconoscono: evidentemente hanno letto i giornali berlinesi. In ogni paese i ragazzi sono i pi assidui nostri ammiratori. Improvvisano una dimostrazione, abbandonando per un momento la loro gravit. Il nostro viaggio nelle fantasie giovanili deve apparire immensamente pi grande.
Ci dirigiamo a Minden, intorno alla quale giriamo appena attraversato il ponte sul Weser: della citt non vediamo che i giardini e i tetti acuminati, dietro agli alberi. Passiamo cittadine, borghi, villaggi dei quali non guardiamo neppure il nome sulla carta, tanto  rapida la nostra traversata. E poi questa incognita aggiunge un incanto misterioso alle cose che vediamo.
In certe piccole citt scendiamo per straducce nelle quali alte e vecchie case dalla fronte a triangolo sporgono avancorpi, protendono balaustrate e finestre, come in cerca di luce: abitazioni medioevali che portano scolpito sul legno della facciata date remote di tre o quattro secoli, antichi proverbi, figure di cavalieri - i quali hanno l'aria di guardare con molto stupore l'automobile che passa turbando la loro lunga quiete.
Alle cinque siamo a Herford, un luogo di cura ricco di acque minerali. Un reporter balza sull'automobile e intervista Borghese a volo. Da un albergo escono gli ospiti e applaudono al Principe. Da ogni parte si vedono malati sdraiati in carrozzelle: uno di essi si solleva penosamente e grida "evviva". Tutti gl'infelici che gli sono vicini, presi da entusiasmo, ci salutano, agitandosi nei loro veicoli di dolore. Sorridiamo, ma questo saluto della sofferenza e della debolezza alla salute ed alla forza che trionfano, ci lascia qualche tempo silenziosi.
Giungiamo alle sette a Bielefeld, e ci fermiamo per la notte.
Il nostro primo pensiero  di fare un semplice calcolo aritmetico. Spieghiamo le carte fra citt e citt, e procediamo ad una somma il cui risultato ci fa mandare un'esclamazione di gioia. Il totale  questo: 680.
Siamo a 680 chilometri da Parigi.
Il giorno dopo, 8 Agosto, attraversiamo la frontiera belga a Eupen, alle ore sei di sera, e giungiamo a Liegi di notte. In un giorno passiamo cos dalla Vestfalia al Reno, dal Reno al Belgio, con tale rapidit che ogni cosa, da un'ora all'altra, cambia intorno a noi, e la giornata ci sembra lunga come una vita. Le impressioni si sovrappongono nella nostra mente, ricacciandosi l'una con l'altra indietro nella memoria, respingendosi. Gli avvenimenti del mattino ci sembrano alla sera un vago ricordo.
Forse questa sensazione la dobbiamo ad un'agitazione che  in noi, all'ansia vaga e inconfessata che c'invade per la vicinanza della mta, per l'attesa della realizzazione d'un sogno di lunghi mesi. Tutto il nostro spirito si protende in avanti con una specie di angoscia. Ogni velocit sembra piccola al nostro desiderio; e noi non viviamo tanto il presente quanto il futuro: per questo il passato svanisce. Avviene dei nostri pensieri quello che avviene delle immagini che vediamo correndo: si mostrano appena e si nascondono in una nube di polvere, dietro a noi.
A Bielefeld, inutile dirlo, venne offerto a Borghese un banchetto. Credo che se anche ci fossimo fermati in un bosco, avremmo veduto sorgere una mensa imbandita e un "comitato locale" per farci onore con ospitalit squisita e cordiale. In Germania tutte le sezioni dell'Automobile Club Imperiale hanno voluto festeggiarci, e a Bielefeld, mancando una sezione, sono arrivati dei soci del Club di Colonia, sopra un'automobile da corsa. Essi erano partiti per incontrarci dovunque fossimo.
Questa veloce automobile, dalla partenza da Bielefeld, ci ha fatto da pilota. Ma il pilota andava ad una rapidit vertiginosa, qualche cosa come novanta chilometri all'ora; e ci trascinava ad una corsa furibonda, disperata, insieme alle altre vetture che portavano i giornalisti parigini. Nel nembo di polvere sollevato dalla sua fuga, passava fulmineamente attraverso la regione come un'apparizione apocalittica.
Per correggere l'eccesso di velocit, giustizia volle che il pilota sbagliasse strada diverse volte. In un'occasione, presso Wiedenbrtick, fummo costretti a ricercare la buona via attraverso i campi; cos i nostri compagni di viaggio poterono avere un breve saggio della migliore viabilit siberiana.
Alle dieci e mezza eravamo gi fra le colline renane, salendo e scendendo per strade tortuose che si svolgevano per un'ininterrotta serie di villaggi e paesi, irti tutti di ciminiere d'opifici neri, pieni dello strepito del lavoro. Un intreccio di ferrovie ci faceva rallentare ogni momento avanti ai passaggi a livello.
Arriviamo in un paese sul quale il fumo denso stende un'ombra tempestosa, Barmen, con le sue miniere, le sue fonderie, le sue distillerie di carbone levanti in aria macchinari immani che sembrano motori mostruosi di favolose corazzate. Come sono lontani gl'idilliaci paesaggi della Prussia e della Pomerania, e le pittoresche cittadine del Brandeburgo, antiche e linde, per le cui piazze medioevali s'incontrano le gigantesche e ingenue statue di Rolando vigilanti sui mercati di frutta!
Alle undici, dall'alto della collina di Schlenbusck, vediamo improvvisamente aprirsi avanti a noi la luminosa valle del Reno. Pallido, immenso, scintilla serpeggiando il magico fiume, sulle cui rive, in un'azzurra bruma, si erge una selva di cuspidi e di torri:  Colonia, dominata dai due giganteschi pinnacoli gemelli della sua cattedrale.
Ai piedi della collina siamo attesi da soci dell'Automobile Club Imperiale e da vari nostri connazionali, ed entriamo in Colonia con un largo corteggio di automobili. Attraversiamo il Reno, veloce e limpido, sul ponte di barche, corriamo per ampi boulevards, e siamo condotti alla sede del Club, dove troviamo una sontuosa colazione, condita da numerosi brindisi, ai quali Borghese risponde con un discorso che credo sia il suo cinquantesimo da quando entrammo in Europa: dal che si vede che per fare una corsa in automobile da Pechino a Parigi,  necessario non soltanto essere automobilista, ma anche oratore.
Alle tre ripartiamo. Il veloce pilota del mattino riprende nuovamente la testa con l'intenzione di mostrarci la strada per Aquisgrana; ma al vicino villaggio di Mungersdorf l'estrema sua velocit lo conduce ad assalire una casa e ad entrarvi demolendone una parete, fortunatamente senza danni alle persone. Io non so precisamente come il fatto sia avvenuto; arrivando al villaggio troviamo l'automobile-pilota rivoltata, vicino alla casa sventrata che mostra la modesta mobiglia per una enorme breccia, e l'automobilista tutto sorridente, imperterrito davanti all'ira dei contadini accorsi, che ci dice con aria soddisfatta, indicando la rovina:
- Messieurs! Regardez ce que j'ai fait!
Continuiamo dunque da soli, dopo aver scambiato cordiali saluti con altri soci dell'Automobile Club che ci hanno seguito fino a Mngersdorf.
La notizia del nostro passaggio  telegrafata a tutti i paesi: molta gente ci grida "addio". In qualche cittadina i maestri hanno fatto schierare le scolaresche fuori delle scuole per vedere l'automobile che viene da Pechino, ottimo incentivo per lo studio della geografia. La chiara e gaia voce dell'infanzia ci saluta. File di scolarette bionde battono le mani con entusiasmo.
Entriamo alle cinque nei sobborghi di Aquisgrana. Della folla accorre, saluta con evviva ed auguri quando ci fermiamo a vuotare dei bicchieri di birra fresca avanti ad un caff. Troviamo un altro pilota pieno di premura, ma che sbaglia strada e c'incammina verso Bruxelles, Ce ne accorgiamo e lo lasciamo dirigendoci sulla via di Liegi. Ci avviciniamo velocemente alla frontiera.
Dopo tante accoglienze festose, finalmente riceviamo un saluto meno benevolo: una vecchia contadina, mentre attraversiamo al passo il suo villaggio, affacciata ad una finestruccia tende rabbiosamente i pugni verso di noi gridandoci inviperita:
- Vi riconosco, canaglia! Siete voi che mi avete schiacciato la gallina gioved! Pagate!
L'accusa  ingiusta, ma non ci addolora. Proseguiamo la corsa febbrile.
Eccoci al confine: un confine alla buona, senza catene, del quale ci accorgiamo appena dal modesto palo che indica il limite del territorio tedesco. Gli uffici doganali sono lontani dalla strada, e perdiamo mezz'ora per trovarli.
Il nostro ingresso nel Belgio ottiene un successo d'ilarit. Il telegrafo non ci ha annunciati, questa volta. Il nostro itinerario non  noto. Per la gente che ci vede siamo semplicemente degli esseri buffi, sopra un'automobile stravagante. Le nostre facce coperte di polvere nera, gli abiti stracciati, appaiono sommamente ridicoli.
A Verviers una grossa bottegaia, seduta fuori d'un piccolo negozio, grida vedendoci:
- Oh! les laids!
Poco dopo anche un carrettiere esclama convinto:
- Oh! les laids!
e ferma il carro per guardarci meglio. Si direbbe che il grido passi come un nuovo saluto. Si propaga. Da ogni parte udiamo: Oh! les laids! Non dubitiamo un momento che l'esclamazione non sia profondamente sincera. Tutti si fermano, guardano, ridono, quasi vedessero la pi comica delle mascherate. E deve esservi qualche cosa di singolarmente comico nel contrasto fra il nostro aspetto e il modo di locomozione: dobbiamo sembrare tre accattoni in automobile. I ragazzi ci rincorrono. Possono farlo facilmente perch le citt e i borghi sono cos frequenti che quasi non usciamo un istante dall'abitato, e numerosi cartelli ingiungono agli automobilisti di andar piano.
Ad un certo punto una guardia di polizia, messa in sospetto dalla nostra strana apparenza, ci ferma e ci guarda severamente. Avviene fra lei e Borghese un ameno dialogo.
- Chi siete? - chiede al principe che guida.
- Sono il principe Scipione Borghese - risponde questi con deferenza.
La guardia, che crede certamente d'essere burlata, assume un aspetto terribile, e tuona:
- Voi, voi un principe ? Voi?
Borghese fa un gesto come per dire: Purtroppo!
- Non  vero! - riprende la guardia con energia - Voi siete uno chauffeur belga. Vi riconosco.
Ci riconosceva anche lui come la vecchia della gallina.
- Vi riconosco; capite? E vi faccio anche contravvenzione perch andate troppo presto. Sapete bene il regolamento. Dieci all'ora! - estrae il taccuino, bagna la punta del lapis fra le labbra, e ingiunge: - Datemi il vostro nome e il vostro indirizzo!
Borghese, calmo, risponde:
- Principe Scipione Borghese, indirizzo: palazzo Borghese a Roma.
- Come! Ancora? Assez de plaisanteries! Mostrate le vostre carte!
Le carte sono mostrate. La guardia le esamina ed esclama, arcigna:
- Non sono vostre! Voi siete uno chauffeur. Perch farvi passare per principe.... in quel costume? Avete vergogna d'essere chauffeur? Chacun gagne son pain comme il peut! Da dove venite?
- Da Pechino.
- Da.... Pechino.... Borghese.... ah!
La faccia della guardia s'illumina. Essa ricorda ora, capisce, si atteggia a profondo rammarico, passa dalla severit alla deferenza, saluta, ed esclama ossequiosa:
- Passez Monseigneur! Bon voyage!
Mezz'ora dopo entriamo a Liegi, mentre le vie si vanno illuminando.
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CAPITOLO 23. PARIGI.
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Lungo le rive della Mosa. Alla frontiera francese. Reims. I cercatori di reliquie. Meaux. Notte di veglia. L'ultime ore. Alle porte di Parigi. Sui "boulevards". La corsa  finita.
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Ci siamo accorti a Liegi che la nostra automobile si andava ricoprendo di firme come un album. Erano firme scritte a lapis sui serbatoi della benzina, sul cassone dei pezzi di ricambio: quasi tutti nomi ignoti, seguiti dalle date di Mosca, Pietroburgo, Knigsberg, Berlino. Ettore, facendo la toilette alla macchina, ha rispettato queste scritture che rappresentavano tanti voti di simpatia e tante modeste attestazioni di amicizia di gente che forse non avevamo veduto, o che forse non vedremo mai pi nella vita.
Ettore non cessava un momento dall'accarezzare, dal curare l'automobile, che se era giunta fin l molto lo doveva a quelle carezze e a quelle cure. Egli non la lasciava mai, adesso; le dormiva sdraiato accanto. Il suo amore s'era fatto geloso. Confessava di pensare con dolore all'istante in cui si sarebbe dovuto separare da lei.
Alle cinque e mezza del mattino, 9 Agosto, data un'ultima occhiata di verifica alle viti, agl'ingranaggi, alle gomme, Ettore ha messo in movimento il motore, il Principe ha preso il volante, e siamo partiti per Namur. Abbiamo attraversato Liegi velocemente, per le vie ancora sgombre, fino alla Mosa, sulle cui rive abbiamo incominciato un incantevole viaggio, svoltosi lungo il bel fiume per 145 chilometri.
La giornata serena rendeva serena anche la Mosa, la cui acqua calma specchiava in un fulgente tremolio il verde folto delle colline, l'arco dei ponti, l'alberatura delle barche e degli yachts. La Mosa ha angoli che la fanno sembrare non pi un fiume ma un lungo lago da parco, offuscato qua e l dall'ombra folta gettata dai nembi di fumo che le numerose miniere di carbone eruttano perennemente, come vulcani.
Parigi  lontana 388 chilometri.
Alle sei e un quarto attraversiamo Huy. Alle sette e dieci siamo a Namur, dominata dalle mura bianche dell'antica cittadella, arrampicata sopra un colle, la quale svolge lo zig-zag dei suoi bastioni, ormai inoffensivi, tra boschetti rigogliosi alle cui ombre la gente sale a passeggio. Larghe barche risalgono il fiume, lentamente trainate da grossi cavalli che camminano sulla nostra strada e spesso l'ingombrano: allora rallentiamo, e guardandoci indietro vediamo rinserrarsi la fila delle quattro Itala - siamo sempre seguiti dai rappresentanti della stampa parigina, simpatici compagni di viaggio. Quando la valle si restringe, la empiamo tutta di folta polvere che sale sulle colline come una nebbia. Alle otto siamo a Dinant, la quale rifugia la sua vecchia cattedrale, dagli ampi finestroni istoriati e dalla strana cupola, ai piedi d'una immane roccia che si specchia nel fiume.
Dopo un quarto d'ora c'indichiamo l'uno all'altro qualche cosa che ci fa sussultare:  la prima bandiera francese, sventolante a poppa d'un vapore che discende la Mosa.
Giungiamo alla frontiera, presso Agimont, alle otto e mezza. Non ce ne saremmo accorti se un doganiere belga, immobile sulla strada, non ci fermasse per indicarci lontano, sopra una via laterale, l'ufficio, ove compiamo rapidamente le operazioni doganali. Ripartiamo.
"Rpublique Franaise" - leggiamo sopra una tabella mezzo nascosta fra le piante. Alt! Ci fermiamo. Gli ospitali colleghi parigini vogliono solennizzare il momento in cui entriamo sul suolo di Francia. Compaiono delle bottiglie di champagne e dei bicchieri, venuti da non so quale locanda campestre delle vicinanze: in un istante i bicchieri sono pieni e le bottiglie vuote. E per la quieta campagna echeggia improvvisamente un evviva, anzi echeggiano molti evviva alla Francia e all'Italia. I bicchieri si toccano, le mani si stringono, il vino sparisce.
Svelti, di nuovo in macchina. I doganieri francesi non ci trattengono molto, e alle nove e mezza le quattro poderose automobili volano sulle ampie, meravigliose strade francesi.
Parigi  lontana 300 chilometri.
Eccoci a Givet, circondata dalle fortificazioni. Sugli spalti erbosi fioriscono i rosolacci. Dalle grandi caserme i soldati alle finestre ci salutano. Passiamo un ponte levatoio fiancheggiato da torve caponiere; poi tutto sparisce.
Siamo usciti da quell'immensa officina che  il Belgio. Il sole ci sembra pi vivo, il sereno pi azzurro; una letizia nuova  diffusa in ogni cosa. Ma forse questa letizia  in noi.
Alle dieci passiamo Fumay, il paese dell'ardesie. I doganieri ci fermano per controllare le nostre carte. Saliamo i dolci declivi delle Ardenne, ombrati da boschi d'una flora pi nostra. Come ci piace rivedere il bello e seducente disordine delle vegetazioni che amiamo! Addio pinete fresche, regolari, severe! Le strade sembrano viali di giardini: eguali, piane; abbiamo l'impressione di sfiorarle appena, di scivolarvi mollemente.
Rocroy, con le sue fortificazioni storiche, ci appare alle dieci e venti, e sulla piazza ci fermiamo per rifornirci di benzina. Gorgoglia il liquido dall'acre profumo riempiendo i serbatoi, e si adunano in terra i bidoni vuoti, che noi chiamiamo i "cadaveri". Le Itala fanno cos la loro colazione. Sono le dieci e quaranta quando riprendiamo la corsa verso Rethel.
Parigi  lontana 263 chilometri.
Mentre attraversiamo un bosco, da dietro agli alberi balza fuori un doganiere che c'impone di fermarci, mentre un suo collega si mostra pi lontano, brandendo un fucile, pronto a fermarci, occorrendo, con argomenti persuasivi. Altro controllo ai documenti e rivista alla macchina. Persuasi che non introduciamo nella Repubblica alcuna merce di contrabbando, i due solerti agenti ci lasciano partire.
Scorgiamo a mezzogiomo Rethel, i cui lucidi tetti di ardesia, mezzo nascosti fra vecchi olmi, hanno al sole riflessi d'acciaio. Passiamo oltre, scendendo verso il piano della Marna, giallo di messi mature. Alle dodici e mezza entriamo a Reims. Reims! su quante etichette di bottiglie non abbiamo letto questo nome? Pensiamo a tutti i brindisi che abbiamo fatto negli ultimi giorni, levendo bicchieri colmi di vino che reclamava invariabilmente la cittadinanza (onoraria almeno) di Reims. Ci arriva un odor di vivande, e nelle strade minori, dalle finestre basse aperte esce un tintinnare di posate in azione e un acciottolio di piatti:  l'ora del pranzo in questa quieta cittadina provinciale. Decidiamo di fermarci a mangiare anche noi.
Sulla via principale, della gente ci rincorre e ci saluta: dei bottegai escono sulla soglia dei loro negozi. Un tramviere, mentre passiamo, si sporge dalla piattaforma della sua vettura e grida a Borghese, familiarmente:
- a c'est bien, mon petit!
I passeggeri del tram applaudono.
Sbocchiamo ai piedi della meravigliosa cattedrale; abbiamo appena il tempo di ammirarne la mole marmorea con uno sguardo estasiato, che subito la luminosa visione d'arte si estingue, e ci troviamo in un cortile d'albergo "con garage". Il cortile si affolla: gli ospiti dell'albergo si precipitano; un vecchio signore dall'aria d'artista sequestra per qualche minuto Borghese e gli dice delle solenni parole; un americano ci raggiunge per offrirci dello champagne mentre stiamo lavandoci, e tutti insaponati e gocciolanti dobbiamo brindare. Egli ci fa i suoi rallegramenti e i suoi auguri, pur dichiarando sinceramente di non capire che gusto ci sia a fare un simile viaggio senza nemmeno un compenso. Arrivano degli automobilisti; il cortile s'empie di gente, di fumo, di strepito.
Quando, dopo colazione, stiamo per ripartire, degli ammiratori troppo entusiasti, volendo una reliquia della nostra macchina, si precipitano sopra il "guidone" - la piccola bandierina triangolare che avevamo fissata sul davanti della vettura - la stracciano e se ne dividono i pezzi. Difendiamo a stento la grande bandiera di poppa. Allora pretendono di tagliare scheggie di legno dalla carozzeria, e le lame dei temperini sono gi in moto. Ancora un poco, e l'automobile sarebbe saccheggiata, demolita, distrutta da tanta simpatia. Ma al primo tocco di pedale la buona macchina, come se avesse capito il pericolo, balza avanti e si salva. Sono le ore tre. Le gotiche cuspidi alte e traforate della cattedrale spariscono. Scendiamo verso la Marna, tra gli ubertosi vigneti.
Parigi  lontana 169 chilometri.
Traversiamo la Marna,  calma e serena come la Mosa, a Vermeil. E finalmente cessiamo dal camminare verso il sud. Da Pietroburgo non facciamo altro. Adesso voltiamo definitivamente la faccia verso Parigi. Non devieremo pi.
Alle quattro e mezza ci fermiamo a Chteau-Thierry a bere un bicchiere di birra, senza scendere dall'automobile. Siamo contornati da una folla di buoni provinciali piombati in ammirazione silenziosa e rispettosa. "Cest la course!" - sentiamo esclamare. - La course: non si chiama che cos il nostro viaggio.
Un vecchio signore decorato, dall'aria di militare in ritiro, intento ad innaffiare con una pompa, un suo giardinetto, ode il voco, ci guarda, lascia cadere la pompa noncurante dei danni che il getto d'acqua arreca, e viene gravemente a stringere la mano a Borghese, Poi torna con uguale gravit al suo innaffiamento, soddisfatto del dovere compiuto.
Attraversiamo La Fert alle cinque e dieci. Il nome di Parigi comincia a comparire sulle tabelle stradali con la freccia che ne indica la direzione.
Parigi  lontana 78 chilometri.
A mano a mano che ci avviciniamo i saluti si fanno pi numerosi, anche per la campagna, pi vivaci, pi cordiali. Vi  in essi un'affettuosit di popolo. Le donne vengono sulle soglie, si affacciano alle finestre sorridenti appena odono uno squillare a tromba. Gli operai lasciano il lavoro per correre a vedere, tenendo ancora in mano martelli e altri ordigni. Noi dobbiamo giungere soltanto a Meaux, e passarvi la notte. L'ingresso a Parigi  fissato per l'indomani, 10 Agosto, alle quattro e mezza del pomeriggio. Il Comitato della corsa ha cos disposto. Il punto di arrivo sar l'ufficio del Matin.
Ecco Meaux. Vi giungiamo per un grande viale alberato Mentre stiamo per entrare fra le prime case, una guardia daziaria, da mezzo alla strada, ci fa degli energici segnali. Borghese frena, e le domanda:
- Dobbiamo fermarci per la dogana?
- Non, Monsieur - risponde - c'est pour la cinmatographie!
E ci indica sorridendo un fotografo che fa funzionare un apparecchio cinematografico, e che, al contrario dei suoi colleghi di Berlino, ci grida:
- In grazia, muovetevi, vi prego: Di pi ! Muovetevi molto! Ancora! Il me faut du mouvement! Merci!
Noi non vogliamo scontentarlo; ci giriamo a destra, a sinistra, snodiamo il collo, ci agitiamo come orsi in gabbia, finch il fotografo, avuto tutto il mouvement di cui aveva bisogno, ci lascia andare. Ed arriviamo al principale albergo, che ha il nome di Bella Sirena.
Parigi  lontana 45 chilometri.
Non abbiamo avuto un quieto sonno a Meaux. Alla mattina presto siamo scesi al garage, quasi avessimo dovuto partire e riprendere la marcia senza fine verso una mta irraggiungibile, favolosa. Abbiamo fatto l'abitudine alla continua corsa, e all'ora della partenza balziamo instintivamente dai nostri letti. Correre sempre  divenuta la ragione della nostra vita: correre sempre, come dei moderni ebrei erranti, condannati ad un perpetuo e veloce viaggio.
No, non abbiamo avuto un quieto sonno nell'ultima notte del nostro pellegrinaggio attraverso due continenti. Dormivamo meglio, pi profondamente e pi dolcemente, sui kangs dall'odore fetido, sull'erba fresca delle praterie, sui tavolati delle piccole isbe siberiane, ravvolti in pelli di capra, con la macchina fotografica per cuscino, che non nel soffice letto dell'albergo di Meaux, lontani quarantacinque chilometri da Parigi.
 appunto la vicinanza di Parigi che ci turba. Ci sembra di sentirla, Parigi. Ci sembra di udire nella notte il palpito possente della sua vita giungere fino a noi. Pi volte mi sono alzato per andare alla finestra a guardare dalla sua parte, ripetendomi: "Parigi  l!" - come per  persuadermi, soggiogato da un senso irragionevole di dubbio.
Giorno per giorno il nostro viaggio ci sembrava logico; qualche volta anche facile. Gli avvenimenti, gli episodi, si concatenavano lentamente, in modo naturale. Giungere a Kiakhta venendo da Urga, giungere a Verkhne-Udinsk venendo da Kiakhta ci appariva semplice. Passavamo da paese a paese, da popolo a popolo, per transazioni impercepibili; ogni cambiamento avveniva quasi insensibilmente, diluito nella lunga monotonia del tempo troppo lento a trascorrere. Ma adesso, fermi alle porte di Parigi, con l'animo non pi preoccupato dalla strada da percorrere, ci volgiamo alla strada percorsa che la rapidit del pensiero ci ravvicina in uno scorcio violento.
Noi eravamo alle porte di Pechino coronate da pagode. Braccia cinesi hanno aiutato questa neutra macchina a sorpassare le rocce di Ki-mi-ni, ove incontravamo portantine a muli coperte di seta azzurra. Mandarini col drago d'oro ricamato sul petto sono venuti a vederla a Kalgan una sera, mentre suonava solennemente il gong d'un tempio vicino. Questa automobile  stata inseguita da tempestose cavalcate mongole e alla sua volta ha inseguito, una mattina, al limite del deserto, una gran mandria di fulve gazzelle folli di terrore. Questa automobile ha guadato l'ampio Iro, l'ultimo fiume dell'Impero cinese:  caduta da un ponticello della Transbaikalia; ha corso fra le rotaie della Transiberiana; ha traversato la taiga, la pi vasta foresta del mondo:  affondata nel fango alle porte di Tomsk: ed  qui sana, forte, a mezz'ora di cammino dalla porta di Vincennes. Non osavamo sperare, non osavamo neppur pensare l'emozione di questo momento, quando lasciavamo la Doch-man di Pechino.
Borghese ha sempre avuto per sistema d'imporsi delle piccole, facili mte vicine, non considerando mai le difficolt future. Egli mi diceva, durante le faticose disperanti, giornate di lento e duro cammino: "Tutto ci che desidero  di giungere al villaggio vicino" - e sopprimeva nella sua mente il resto. Mettevamo cos tutte le nostre forse, tutta la nostra volont, a superare quel breve passo, come se il villaggio vicino fosse l'ultima mta.
Il giorno dopo ricominciavamo.
L'immane, portentoso viaggio non  in fondo che una serie sterminata di corti tragitti, ognuno dei quali era proporzionato alle energie nostre e della macchina. Il nostro viaggio  sopra tutto una gigantesca catena di pazienze. Non calcolavamo mai quanta strada ci mancava da fare, ma quanta strada avevamo fatta. Cercavamo le cifre che potevano incitarci, e nei nostri conti eravamo cos cauti che ci siamo poi accorti d'aver percorso molto pi cammino di quanto credevamo.
Abbiamo quasi certamente sbagliato il calcolo delle distanze nella Mongolia e nel deserto di Gobi, dove camminavamo a buon passo dalle dodici alle quattordici ore al giorno. Consideravamo di percorrere dai duecento ai trecento chilometr, ad ogni giornata di marcia, e nell'Europa occidentale, andando alla stessa velocit, abbiamo constatato che nel medesimo tempo si percorrono circa cinquecento chilometri. Rimane dunque ancora ignota l'esatta cifra totale dei chilometri da noi coperti. La supponiamo superiore ai tredicimila. Ma lasciamo volentieri l'incognita. Non torneremo certo a riprendere le misure...
La vicinanza di Parigi ci sorprende, ci stordisce, ci commove, anche per la rapidit fantastica con la quale Parigi giunse davanti a noi. Negli ultimi giorni non avevamo avuto il tempo di abituarci all'idea dell'arrivo. L'estreme provincie russe, la Germania, il Belgio, la Francia passarono come un sogno. C'erano voluti dodici giorni a percorrere i primi mille chilometri: volammo gli ultimi mille in due giorni e mezzo.
Ma le ultime ore ci sembrano eterne. Ore di gioia, ma anche ore di angoscia. Un'angoscia sottile, vaga, inesprimibile, che ci rende silenziosi e ci d tutte le apparenze esterne della tristezza.
Nella mattinata del 10 Meaux  stata invasa da un piccolo esercito di automobili. Ad ogni minuto ne arrivavano: di grandi, di piccole, alcune imbandierate, altre coperte di caratteri cubitali con nomi di giornali: una ha portato i corrispondenti della stampa italiana; varie rappresentavano l'Automobile Club di Francia. Suonavano trombe, sirene, strepitavano motori, e la gente si accalcava sulla via, nel cortile, dell'albergo, nel garage. La nostra macchina era invisibile, rinchiusa in un magazzino sulla cui porta la curiosit della folla s'infrangeva.
Alle due e un quarto passano degli ordini. Delle vetture si mettono in moto. Vi  un momento di concitazione: si parte.
Ettore lega i bagagli sul cassone della nostra automobile, con la cura che ha sempre messo in quest'importante operazione da quando la valigia del Principe si perd nel deserto di Gobi. Fa salire la pressione nel serbatoio della benzina; gira la manovella della messa in azione; il motore prende vita rumorosamente. Sediamo ai nostri posti, Borghese mette in moto la vettura, e lentamente usciamo sulla via. Tutta Meaux  l.
L'automobile passa a stento fra la gente che acclama. Le finestre sono gremite di signore che gettano sulla nostra macchina fiori a fasci. Un hurrah continuo corre con noi, ci accompagna fino all'uscita del paese, dove prendiamo la testa del corteggio. Le prime a seguirci sono le automobili, dei giornalisti parigini che ci hanno accompagnato da Berlino e che ci staranno vicino fino all'arrivo.
Aumentiamo la velocit. Superiamo in dieci minuti i dieci chilometri che ci separano da Couilly. Passiamo Crcy alle due e tre quarti, e poco dopo attraversiamo Lagny. Alle tre Chelies. Borghese non rallenta pi, neppure nei punti in cui la strada si fa meno buona. A che pr risparmiare la macchina? Siamo quasi arrivati!
Parigi  a trenta chilometri.
 a venti.
 a dieci.
Per tutto saluti, applausi, sventolo di fazzoletti. Borghese sorride; non pi col suo abituale enigmatico sorriso di cerimonia, ma con un sorriso spontaneo. Il suo freddo e mirabile controllo su se stesso non  buono a reprimere la contentezza che  in lui, e che si apre la via in quel sorriso.
I villaggi si succedono senza interruzione. Cominciano ad essere veri sobborghi di Parigi. Molta gente che aspetta ci guarda con aria interrogativa, come per chiederci: "Siete voi?" - non sapendo quale, fra tante, sia la vettura del principe. La maggioranza conclude che non  certo quella avanti a tutte, cosi disadorna. E sono i nostri compagni di viaggio, i colleghi della seconda vettura, che spesso sono fatti segno alle clamorose dimostrazioni della folla. A Bry una grossa popolana aspetta sulla via con un enorme mazzo di fiori, e, prese bene le sue misure, lo lancia coscienziosamente sul petto dell'eminente collega Enrico Des Houx gridandogli:  vous, Monseigneur!
Avvicinandoci a Joinville, anche in aperta campagna, lungo i filari degli alberi, vi  gente che si affolla, venuta dalle ville dei dintorni, e che ci saluta con un entusiasmo sempre pi grande ed espansivo. I carrettieri gridano: Bravo mon gars! - A Saint Maurice troviamo il passaggio a livello chiuso per il treno; ci fermiamo alcuni minuti. I gendarmi debbono tener lontana dall'automobile la calca. Traversiamo il bosco d Vincennes; molti ciclisti si sono uniti al corteo delle automobili e precedono la nostra macchina a rischio di esserne schiacciati. Gridiamo loro di stare attenti, quando si avvicinano troppo alle ruote; per tutta risposta essi agitano i berretti urlando: Vive le prince!
Da ogni parte udiamo il grido di viva. Gli omnibus, i trams si fermano e i passeggeri in piedi battono le mani. Un temporale si avvicina. Il cielo si  ricoperto di nuvoloni neri che salgono incalzandosi: ma la folla non si dirada. A Saint Mand comincia a piovere, e l'acqua non ci lascia pi. Partimmo con la pioggia da Pechino: dovevamo arrivare con la pioggia a Parigi.
Nel corso di Vincennes ci fanno fermare ancora: siamo in anticipo sull'ora fissata per il nostro ingresso. I ciclisti improvvisatisi in scorta d'onore sono aumentati al centinaio e fanno intanto delle fantastiche evoluzioni intorno a noi: siamo circondati da un intreccio di ruote in movimento.
Alle quattro una strana macchina compare da Parigi e si mette in testa al corteggio.  una di quelle gigantesche automobili a venti o trenta posti che servono a portare in giro le carovane di touristes desiderosi di visitare Parigi in poche ore. Vi  allocata una fanfara armata di lunghe trombe e di tube, ed  sormontata e circondata da trofei e fasci di bandiere francesi e italiane: un carro un po' da Mi-Carme, ma che  sembrato indispensabile per aggiungere solennit all'arrivo. La fanfara intona la marcia trionfale dell'Aida:  l'entrata di Radams a Parigi. Continuiamo a inoltrarci: sono le quattro e un quarto.

Sbocchiamo nell'Avenue du Trne, fra le due gigantesche colonne di Filippo Augusto le cui basi sono nascoste dalla calca. In fondo, nel velo della pioggia, ci appare la torre Eiffel Essa ci fa pensare a un faro portentoso: il grande faro del nostro viaggio.
L'evviva diviene clamoroso, intenso, continuo. In qualche istante di calma udiamo voci sonore di camelots che offrono in vendita cartoline-ricordo al grido di: Le prince Borghse, quatre sous! Quatre sous, le prince Borghse!
I cordoni di guardie messi lungo il boulevard Voltaire non riescono a trattenere la moltitudine, che ci circonda, ci fiancheggia, ci segue. Borghese fa con la mano cortesemente cenno di scostarsi per non cadere sotto le ruote: la sua mano  afferrata da un operaio che la stringe effusamente, poi da altri,  trattenuta, tirata; tutti vogliono serrarla e la serrano con energica cordialit. Non senza una certa lotta Borghese, riesce a liberarla da quel terribile ingranaggio di simpatia, e a riportarla salva sul volante.
Sulla Piazza della Repubblica sono schierati due plotoni della Guardia repubblicana a cavallo, che vengono a piazzarsi uno avanti e uno dietro al corteggio. Vediamo gli elmi rilucere sulla enorme distesa di popolo, agitati dal caracollare delle cavalcature.
All'ingresso del boulevard Saint-Martin il saluto diviene acclamazione:  un tuono di voci. Il grido di Vive Borghse si ripete, si perpetua. Borghese  per un giorno l'idolo di Parigi, di questa citt generosa che non pu amare senza passione. Il colpo d'occhio che l'ampia strada presenta  superbo; i due alti marciapiedi a balaustrata sono neri di popolo, e sopra le teste  un turbinio di mani, di cappelli, di fazzoletti, e di ombrelli. Di ombrelli anche, perch seguita a piovere con accanimento. Ettore  commosso, inebriato, e si sbraccia a contraccambiare saluti con gesti espressivi. Delle popolane gridano in argot nomi carezzevoli. All'angolo del boulevard Saint-Denis una donna si spinge avanti portando in braccio il suo bambino al quale fa battere le mani.
Andiamo a passo lentissimo, col terrore che possa avvenire qualche sciagura: le ruote dell'automobile strisciano sulle gambe della folla. Al boulevard Bonne Nouvelle la dimostrazione continua intensa: scrosciano i battimani, e la parola Borghse unita ai vive e ai bravo forma ormai l'unico vocabolario dell'entusiasmo.
Intravvediamo sul boulevard Poissonnire schiere di agenti della sret e plotoni di guardie repubblicane che sbarrano il transito davanti ad un palazzo stranamente dipinto di rosso e imbandierato.  il palazzo del Matin.
 il punto d'arrivo.
La nostra lunga corsa sta per finire.
Le guardie repubblicane, facendo impennare i cavalli, compiono rapide evoluzioni sgombrando dalla folla lo spazio, che  subito invaso da una quantit di fotografi. Anch'essi fanno le loro evoluzioni per scegliere i migliori punti di vista, scansando nello stesso tempo le zampe dei cavalli. Alcuni cinematografisti ritraggono la scena dell'arrivo girando gravemente le manovelle dei loro apparecchi, e ci gridano a squarciagola: "Guardate l'obbiettivo!"
L'automobile, dietro le indicazioni di un membro del Comitato della corsa, gira lentamente, salta con mollezza sul marciapiede, avanti all'ingresso del Matin....
Siamo arrivati.
Borghese toglie la comunicazione del cambio e d un colpo di freno.
L'automobile  ferma.
La corsa  finita.
Questo istante  per noi di una solennit ineffabile.
L'ovazione della folla  alta e piena. Noi rimaniamo seduti ai nostri posti, confusi, storditi.
Io che sto assiso dalla parte del montatoio e dovrei per il primo mettere il piede a terra, non so decidermi a scendere. Ho per alcuni istanti la sensazione che quello che vedo sia un'allucinazione, un sogno. Mi pare tutto impossibile, assurdo. Non posso persuadermi che siamo giunti alla fine, veramente giunti. Mi sento inerte, e con gesto meccanico fumo continuamente una sigaretta spenta da lungo tempo. Mi volgo a guardare Borghese: egli sta ancora con le mani sul volante, nell'atteggiamento nervoso che aveva durante le piccole fermate, quando si teneva pronto a ripartire.
- Venez! Venez! - ci gridano dalla soglia del Matin.
Allora salto a terra, quasi risvegliandomi. Un urlo d'entusiasmo passa come un uragano. Mi sento abbracciare e baciare, e riconosco nell'espansiva persona che mi riceve cos il solenne guardaportone del Matin, che non ha pi potuto contenere la sua commozione, e si  slanciato.
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Ci sentiamo trascinare nell'interno del palazzo in mezzo ad un clamore assordante. Una musica suona la marcia reale italiana. Rivedo dei colleghi, degli amici, e stringo le loro mani senza poter parlare. Non so come, ci troviamo fasci di rose sulle braccia. La folla di fuori urla, e il suo ruggito di tempesta copre alle volte le note della musica. Il popolo chiede di rivedere la prince, e Borghese  spinto sul balcone, si affaccia, saluta graziosamente tenendo in mano un gran mazzo di fiori. Si stappano bottiglie di champagne, si pronunciano discorsi, si fanno dei brindisi. Siamo fotografati al magnesio con e senza fiori.... E poi quel che  avvenuto io non so. Mi sono allontanato, quietamente, e ho avuto la felicit di rientrare ignorato tra la folla, abbandonando il Principe alle sofferenze della popolarit.
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Qualche ora dopo per i boulevards, che avevano ripreso la loro fisionomia abituale, i camelots vendevano ancora la cartolina-ricordo, ma gridavano: Le prince Borghese, un sou!
Non pi quattro soldi, ma uno. Quale grave ammonimento in quella riduzione di prezzo! La voce della fatalit pu uscire qualche volta anche dalla gola d'un camelot. La nostra popolarit era ribassata del settantacinque per cento in due ore.
Sic transit....
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APPENDICE.
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LA FAMIGLIA BORGHESE.
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Il Principe Scipione Borghese appartiene ad illustre famiglia patrizia, d'origine senese, e della quale si parla sin dal 1450. Fu nel secolo 17esimo che essa and a stabilirsi a Roma, quando uno dei Borghese - il principe Camillo - venne elevato alla dignit del Papato. Paolo V - fu questo il nome da lui assunto - pontific dal 1605 al 1621, fondando la gloria della sua famiglia. Egli accord a Marcantonio, figlio di suo fratello Giovanni Battista, il principato di Sulmona e una rendita di 200.000 scudi annui. Giovanni Battista poi eredit da sua madre Olimpia Aldobrandini il principato di Bassano.
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Dopo l'accomodamento di una lite toccante la successione dell'eredit Aldobrandini il principe Paolo Maria Borghese, nel 1767, ne prese le armi, i titoli e da quell'epoca in poi il titolo di principe Aldobrandini spett alla seconda genitura della famiglia Borghese. Fra le signorie di questa casa  assai celebre a Roma, Villa Borghese.
Napoleone I, accord a sua sorella Paolina, moglie al principe Camillo Borghese, con decreto imperiale 30 marzo 1806, il ducato di Guastalla, ma glielo tolse due mesi dopo.
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Il principe Scipione (Luigi Marcantonio Francesco Rodolfo) Borghese  nato l'11 febbraio del 1871 nel castello di Migliarino, presso Pisa.
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Il principe Scipione ha sposato nel 1895 a Genova la duchessina Anna Maria De Ferrari, figlia del fu Duca Gaetano e della duchessa Maria Serghiewna d'Annenkoff. Ha due bambine, nate entrambe a Parigi.
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Egli venne eletto deputato al Parlamento Italiano all'ultima legislatura, nel collegio di Albano Labiate, al quale per prima di partire per il raid Pechino-Parigi dichiar di voler rinunziare. Milita nel partito radicale ed  condirettore dello Spettatore che  appunto l'organo del partito stesso.
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L'AUTOMOBILE.
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Ecco per i tecnici qualche maggiore ragguaglio sull'automobile, colla quale venne vinta la corsa Pechino-Parigi.
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La vettura che la Societ Itala costru per il Principe Scipione Borghese era del tipo normale di vettura 35/45 HP modello 1907, con delle piccole modificazioni di dettaglio, suggerite dallo speciale servizio a cui la vettura era destinata. Descriviamo l'automobile facendo conoscere il modo di comportamento dei vari organi durante questa prova, le riparazioni cui diedero luogo, ed il loro stato alla fine del viaggio.
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Il motore era del tipo ordinario a 4 cilindri fusi per paio di 130 m/m di diametro per 140 di corsa, valvole simmetriche intercambiabili, accensione con magnete a bassa tensione e disposizione dei martelletti specialissimi (brevetto Itala), carburatore assolutamente automatico pochissimo sensibile ai cambiamenti di temperatura e pressione, congiunto al motore mediante una tubolatura cortissima ad evitare ogni possibile condensazione del gas.
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Fu questa disposizione della tubolatura, oltrech il tipo speciale di carburatore che permise l'uso di benzine molto pesanti.
Infatti il Principe Borghese, essendogli a un rifornimento mancata la provvista di benzina che gli era di solito preparata acquist sul posto un miscuglio di idrocarburi, che si avvicinavano molto pi al petrolio, che non alla benzina per automobili. Nonostante questo ebbe la sorpresa di constatare che il funzionamento del motore non ne ebbe a soffrire se non leggermente nel rendimento, ma senza alcun danno alla regolarit di marcia del motore stesso. Il consumo di benzina era in media di ? di litro per chilometro.
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I cuscinetti dell'albero motore e delle bielle erano guerniti di metallo bianco antifrizione.
Tutto l'albero del motore era sopportato dalla parte superiore del bti, e grazie a questa disposizione si poteva togliere la cuffia inferiore del motore e visitare cos agevolmente lo stato dei sopporti e delle bielle ed eventualmente regolarne il giuoco con tutta facilit.
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Per questi sopporti e teste di bielle erano cosi abbondantemente calcolati e lubrificati, che nel caso specifico della vettura del Principe Borghese la cuffia inferiore non venne tolta che a Mosca, dove si fece una visita generale a tutti gli organi della vettura. Fu allora che si pot constatare che i sopporti dell'albero a gomito erano intatti e solo quelli delle bielle avevano un leggerissimo giuoco, il quale pot essere ripreso senza dover ricorrere alla sostituzione di bronzine, o all'aggiunta di metallo bianco.
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La frizione era del tipo a dischi, con una disposizione speciale, per sopprimere ogni organo delicato, ci che la rese oltremodo resistette. Durante il raid non ebbe a dare infatti alcun inconveniente; ed a Mosca fu smontata e rimontata senza che nessun disco dovesse essere sostituito.
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Il cambio di velocit era a 4 rapporti di velocit avanti e uno indietro: la quarta era in presa diretta. Venne costruito con materiale al nichelio resistentissimo, materiale che nelle vetture Itala viene appunto adoperato per tutti gli organi soggetti a maggior fatica.
Il cambio di velocit nella vettura del Principe Borghese non venne mai smontato, ed all'arrivo si present in tutte le sue parti affatto nuovo.
Lo stesso fu constatato per i giunti cardanici che non presentarono la menoma traccia di usura.
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Il ponte del differenziale costituiva una delle maggiori particolarit della vettura Itala, ed anche una delle pi riuscite; n il Principe Borghese, n il suo meccanico mai ebbero ad occuparsi e preoccuparsi di questo organo generalmente tanto delicato in molte vetture; e questo malgrado gli sforzi ed urti straordinari cui venne sottoposto, come lo prova il fatto che una delle ruote posteriori, malgrado che queste fossero resistentissime, dovette cedere.
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Il telaio venne costrutto in lamiera d'acciaio ad alta resistenza; il suo spessore venne aumentato nella vettura del raid.
Fu questa anzi la sola modificazione di qualche importanza che il tempo ristretto intercedente tra l'ordinazione e la data della spedizione della vettura permise di apportare.
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Si comport anche questo egregiamente. Solo si constat una naturale traccia di usura in tutti i sopporti cui erano attaccate le molle.
Queste ebbero varie "foglie" rotte durante il viaggio, e a Mosca a una posteriore si dovette cambiare la "foglia maestra".
Il radiatore era del solito tipo a nido d'api; il poco tempo disponibile non permise di costruirne uno rinforzato. Avevano quindi i costruttori grandi preoccupazioni per questo radiatore, che invece non present mai alcun inconveniente.
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Temendosi che nei climi caldi non bastasse la ventilazione, del volante ventilatore, come unico rimedio, consentito dalla scarsezza del tempo, si era aggiunto un ventilatore supplementare, ma questo poi fu soppresso in principio del viaggio, prima ancora di arrivare al deserto di Gobi, essendosi dimostrato affatto inutile.
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Ecco qualche dettaglio per ci che concerne la carrozzeria e gli accessori.
La carrozzeria era formata da due posti anteriori e uno posteriore collocato in mezzo ai serbatoi della benzina della capacit di 150 litri caduno.
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Completava l'equipaggiamento un grande cassone per gli utensili e pezzi di ricambio collocato dietro ai due serbatoi della benzina.
Per dichiarazione del Principe Borghese stesso i pezzi di ricambio non servirono a nulla; la vettura non ne ebbe bisogno, e se ne avesse avuto bisogno non ne avrebbe potuto usufruire, perch questi per alleggerire la vettura erano stati abbandonati fin dal principio del raid.
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Oltre ai due grandi serbatoi della benzina dietro al posto posteriore era ancora collocato un serbatoio d'olio della capacit di 50 litri ed uno di acqua della stessa capacit.
La benzina dei due serbatoi laterali con una tubolatura speciale era condotta ad una vasca posteriore dietro al telaio della capacit di 83 litri.
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Detta vasca era completamente blindata con una lastra di acciaio, e da questa la benzina veniva mandata al carburatore mediante apposita derivazione del gas di scappamento.
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In quali parti la vettura si  dimostrata pi debole?
La vettura non ebbe a risultare debole in nessuno dei suoi organi vitali pi essenziali; soltanto alcune parti esteriori quali le ruote, le molle, gli snodi delle molle furono riscontrate di resistenza deficiente per uno sforzo cos straordinario e continuo.
Dovendo rifare un simile viaggio quali modificazioni si apporterebbero alla vettura?
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Per una vettura che dovesse fare nuovamente un viaggio come il raid Pechino-Parigi sarebbe necessario un tipo pi rialzato da terra, con ruote molto pi robuste, con tutto l'organismo, e specialmente il serbatoio posteriore della benzina maggiormente protetto, e lubrificato con snodi e molle rinforzate.
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Anche il radiatore sebbene non abbia dato luogo ad alcun inconveniente verrebbe costrutto in modo pi solido e maggiormente protetto.
Ecco ora qualche notizia per ci che concerne i pneumatici.
Questi uscivano pure da una fabbrica italiana - la Pirelli e C. di Milano. - Essi erano tutti e quattro delle dimensioni 935 e 135, ed a profilo piatto. Non credo fossero diversi dal solito tipo che quella Fabbrica costruisce, perch il Principe si decise all'adozione dei pneumatici Pirelli pochissimi giorni prima della partenza.
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Fu provvida l'idea di mettere le stesse dimensioni di gomme alle quattro ruote, poich ci facilitava la questione delle scorte da portare sulla vettura. D'altronde il consumo fu assai limitato; la media di durata dei pneumatici essendo stata superiore ai 4000 chilometri. Infatti furono cambiati lungo la strada dodici copertoni, che in aggiunta ai quattro montati in partenza fanno in totale sedici gomme usate, ma di queste sedici  le quattro con cui arrivammo a Parigi erano in grado di fare ancora molta strada, e difatti con tre di esse proseguimmo fino a Milano.
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La ruota anteriore destra venne da Pechino a Parigi con due soli pneumatici, essendo stato fatto un unico cambio ad Omsk.
Il pochissimo consumo  certo dovuto anche alla grossezza delle gomme adottate: poich mentre le vetture del tipo della nostra "Itala" sono solitamente munite di pneus da 120 mm. posteriormente, e da 90 mm. anteriormente, le nostre gomme erano tutte da 135 mm. di sezione.
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Nel complesso il viaggio Pechino-Parigi ha dimostrato ai tecnici che l'automobile in genere  una macchina molto pi resistente e robusta di quanto poteva immaginarsi, e che gli inconvenienti ordinari dell'automobilismo, le panne frequenti di tutti i touristes, le facili rotture, i guasti cos comuni, sono dovuti a trascuratezza, a imperizia di chauffeurs pi che a debolezze congenite della macchina. Al presente stadio dell'automobilismo si pu dunque dire che l'industria  arrivata vicino alla sua perfezione, e che nuove e infinite applicazioni pratiche dell'automobile sono possibili, per servizi regolari, per comunicazioni in regioni lontane, per trasporti su strada.
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Ma occorre migliorare lo chauffeur. Mentre il macchinista ferroviario ha bisogno di dimostrare seriet di studi e superare difficili esami prima di vedersi affidare un cos grande capitale e una cos forte responsabilit, lo chauffeur si crea in un attimo, s'improvvisa in pochi giorni in un garage. Sono necessarie vere scuole di meccanica automobilistica per la creazione di uomini dai quali dipender in tanta parte l'avvenire di questo geniale mezzo di locomozione, rendendolo veramente sicuro. Ci vorrebbe che ogni macchina avesse il suo Ettore.
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FINE.